napoli teatro festival 2018
di Lucia Calamarocon Silvio Orlandoe con (in ordine alfabetico) Riccardo Goretti, Roberto Nobile, Alice Redini, Maria Laura Rondaniniscene Roberto Creacostumi Ornella e Marina Campanaleluci Umile Vainieriregia Lucia Calamaroproduzione Cardellino srlin coproduzione con Teatro Stabile dell’Umbriain collaborazione con Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

Estraneità della famiglia. Il debutto di Lucia Calamaro e Silvio Orlando

napoli teatro festival 2018 di Lucia Calamarocon Silvio Orlandoe con (in ordine alfabetico) Riccardo Goretti, Roberto Nobile, Alice Redini, Maria Laura Rondaniniscene Roberto Creacostumi Ornella e Marina Campanaleluci Umile Vainieriregia Lucia Calamaroproduzione Cardellino srlin coproduzione con Teatro Stabile dell’Umbriain collaborazione con Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

(Questo spettacolo sarà al Festival di Spoleto il 12 luglio.)

di Giuseppina Borghese

Esiste una sorta di riconoscimento morale nei confronti di chi se ne va: andarsene, al di là delle contingenze, è sempre considerato un atto eroico, un fatto narrativamente interessante.

A rifletterci, però, c’è qualcosa di molto coraggioso anche in chi resta, per scelta o per necessità. Alla rinuncia di chi parte, corrisponde sempre il sacrificio di chi rimane e, per capirlo, basterebbe ritornare nel paese dell’infanzia dove si trascorrevano le vacanze estive e affrontare una chiacchierata con chi da lì non è mai andato via. C’è una identità mobile, fatta di strade, negozi e ricordi da risemantizzare, in una disposizione d’animo di perenne confronto con quello che è stato e non è più.

È musica tenue e malinconica, quella che fa da sottofondo all’ininterrotto ragionamento, acuto e sempre brillante di “Si nota all’imbrunire”, l’ultimo lavoro scritto e diretto da Lucia Calamaro andato in scena in prima nazionale al Teatro San Ferdinando all’interno del Napoli Teatro Festival; lo spettacolo è una produzione Cardellino srl in collaborazione con il Teatro Stabile dell’Umbria.

È in un piccolo paese quasi completamente disabitato che vive Silvio (Silvio Orlando), un uomo seduto sulla propria solitudine, nel cui isolamento e nel cui desiderio di non voler più camminare a seguito della morte della moglie, rivela non tanto pigrizia o debolezza, ma una nobile e distaccata lucidità dal mondo circostante. A irrompere nella sua monocroma esistenza i tre figli Alice (Alice Redini), Riccardo (Riccardo Goretti), Maria Laura (Maria Laura Rondanini) e il fratello maggiore Roberto (Roberto Nobile), arrivati alla vigilia del decimo anniversario di morte della moglie e seriamente preoccupati per le condizioni di salute in cui l’uomo si trova. I toni pastello della scena (curata da Roberto Crea) si riempiono così delle idiosincrasie dei suoi protagonisti, creando progressivamente una intimità familiare sempre più imbarazzante e scomoda, tra le premure maniacali della mite Maria Laura, il senso di inadeguatezza filiale di Riccardo, l’insicurezza goffa e grottesca di Alice e il citazionismo fluviale di zio Roberto.

La famiglia si compone, pezzo per pezzo, con leggerezza e precisone, svelando come al legame di sangue, con il passare del tempo, non corrisponda più la vicinanza sentimentale. “La confidenza fa schifo”, osserva Silvio, abbandonandosi a languidi e spassosi soliloqui, in una interpretazione sincera, ispirata e straordinariamente emozionante.

Regista e drammaturga dallo sguardo limpido e sferzante, tra le voci più autorevoli del teatro contemporaneo, Lucia Calamaro ritorna ai suoi temi più cari, la famiglia e la memoria. Li porta in scena con eleganza e un’ironia personalissima che abbiamo già apprezzato nei suoi lavori precedenti ma che sa ogni volta rinnovarsi e dare vita a spettacoli raffinati ma allo stesso tempo diretti e divertenti. Nell’universo di Lucia Calamaro, in quello dei suoi personaggi trovano posto poeti, riflessioni e annotazioni sparse che sfuggono ad ogni retorica possibile, alla piaggeria, allo snobismo, e diventano elementi comici e insieme profondissimi.

Ancora una volta la drammaturga romana riesce a tratteggiare la forma dell’assenza, il dialogo tra i vivi e i morti, il rumore della vita che continua a scorrere e il silenzio dei ricordi, che si vorrebbero fermare nella memoria. Perché – come ha già affermato ne “La vita ferma” – dimenticare è uno scandalo.

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