Etica minima e barbarie

di Massimiliano Nicoli

Immaginiamo di entrare in uno dei più celebri romanzi di John Maxwell Coetzee, Aspettando i barbari: siamo sui bastioni dell’ultimo avamposto dell’Impero, noi, i paladini della civiltà, e percorriamo con lo sguardo la linea dell’orizzonte, sperando di non scorgere il temuto arrivo dei barbari, dell’altro, selvaggio e primitivo, determinato ad annientarci. In questa attesa, in cui il terrore si mischia alla curiosità, l’attenzione tutta rivolta al “fuori”, verso l’al di là della frontiera, allontana il sospetto – troppo impegnativo e doloroso da accogliere – che forse siamo noi stessi i barbari che stiamo aspettando, o meglio, sono le nostre pratiche, la nostra (sotto)cultura, i nostri stili di vita a produrre la barbarie che può distruggerci. Certo, serve una buona quota di coraggio, di capacità critica e autocritica per invertire la direzione dello sguardo e riconoscere nel nostro cinismo e nella nostra ipocrisia la menzogna che l’Impero si racconta, come nel caso del protagonista del romanzo di Coetzee. A una operazione di questo tipo, a una tale contromanovra da esercitare nel nostro presente, ci invita l’ultimo libro di Pier Aldo Rovatti, significativamente intitolato – non senza riferimento proprio allo scrittore sudafricano – Noi, i barbari. La sottocultura dominante (Cortina, pp. 184, euro 12).

Il libro di Rovatti esce a un anno dalla pubblicazione, per il medesimo editore, di Etica minima. Scritti quasi corsari sull’anomalia italiana, di cui costituisce la prosecuzione. Come quello precedente, questo volume raccoglie e rielabora interventi già anticipati in forma di editoriale sul quotidiano Il Piccolo, articolandoli in quattro sezioni: “Una violenza quotidiana, sottile e strisciante”, “Privato o pubblico?”, “Il disastro della scuola”, “Una cultura sotto”, con l’aggiunta di un’appendice sull’imbarbarimento del nostro linguaggio pubblico (“Il fascismo nella nostra lingua”). Si tratta così di un libro che, guardando a Pasolini e Foucault come “filtri intellettuali” o “maestri provvisori”, procede per “esempi puntuali”, indizi piccoli e grandi che segnalano il grado di penetrazione della “colla” subculturale che ci avvolge e rispetto alla quale la nozione tradizionale di ideologia non sembra fare più presa, almeno nella misura in cui ciascuno di noi, nella nostra dispersione – e non solo la Classe, il Potere, il Tiranno –, contribuisce attivamente a spalmarla. Dalla psicopolitica a segno ultra-maschilista che caratterizza passo per passo lo stile di governo nell’anomalia italiana (e non solo?), alla montante medicalizzazione della società, dalla ferocia quotidiana che esercitiamo contro il barbaro migrante alla compressione della soggettività del lavoro (Mirafiori docet), fino alla distruzione della scuola pubblica e dell’Università, ridotte, nella migliore delle ipotesi, ad agenzie di formazione professionale intenzionate a costituire il tipo antropologico – cinico ragioniere e imprenditore di se stesso – che meglio risponde all’appello del mercato. Una costellazione di eventi che la spettacolarità del flusso informativo mainstream spesso scolora immediatamente, sprofondandoli nella dimensione senza storia né memoria di “un appena passato già scaduto”, e fracassando, con lo stesso gesto, la dimensione del futuro “in una semplice attesa della ulteriore novità spettacolare” (quanti sanno, per esempio, cosa sta accadendo in questo momento in Libia?).

La sequenza degli interventi di Rovatti, senza essere né cronaca né ricomposizione di un impossibile quadro unitario, reagisce al naufragio degli eventi nell’indifferenza dello spettacolo, chiamando il lettore alla presenza su una scena barbarica dalla quale, peraltro, non ci si può illudere di defilarsi; contemporaneamente, al culmine del pessimismo della ragione, impone l’urgenza “di una lotta a tutto campo contro la sottocultura dominante, contro una barbarie che ha preso dimora nell’anima di ciascuno”. Come ci si oppone alla barbarie che ci abita? In questo senso, e senza civettare con la Filosofia (e con le sue frequenti promesse di consolazione), la proposta di Rovatti annoda l’insegnamento di Enzo Paci, il lavoro teorico (e pratico) del pensiero debole e l’ultima riflessione di Michel Foucault sul coraggio della verità. Ciò di cui è necessario equipaggiarsi è l’esercizio quotidiano e incessante della critica che mette a bersaglio tutti i poteri che transitano attraverso le nostre vite. Un esercizio che costituisce la condizione di possibilità “per praticare la verità” in un mondo in cui si fa sempre più difficile tracciare la linea di demarcazione fra vero e falso. Una verità che è “significato vissuto” – avrebbe detto Paci –, “debole”, forata, ma la cui paradossale forza – la forza di ciò che resiste – risiede nella possibilità di impiantarsi nella concretezza dell’esistenza, dello stile di vita. Dare corpo a questo “poco di verità” – per usare le parole di Foucault – è il compito dell’etica minima contro la barbarie: una “politica della vita”, “una politica della soggettività”. Un compito che oggi non si può più demandare ad alcuna guida veritativa (per esempio l’intellettuale universale di sartriana memoria) ma che investe l’intelligenza collettiva cui partecipa ciascuno di noi: divenire intellettuali (critici e inventivi) di noi stessi è la direzione verso cui procedere – ci dice Rovatti con una smorfia ai dogmi neoliberali del capitale umano e della costruzione imprenditoriale di sé.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
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