Vulci-Mitreo

La dura battaglia degli Etruschi: tra le meraviglie di Vulci

Vulci-Mitreo

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

VULCI. Se vivessimo in un Paese normale, governato anche solo con minima lungimiranza, da queste parti, fra il monte Amiata e il Tirreno, fra l’Uccellina e il fiume Arrone, si rivivrebbero i fasti di quasi tremila anni fa. Tesori sotterranei verrebbero alla luce, frotte di visitatori arriverebbero da tutto il mondo e il vero oro su cui camminiamo ancora incoscienti brillerebbe nella massa di forze lavoro richiamate sul campo. Decine di archeologi vivrebbero da queste parti e, insieme a loro, storici dell’arte, geometri, muratori, restauratori, antropologi, studiosi e mano d’opera di ogni genere.

Lavoro in quantità per rispondere alla domanda continua che emerge dal sottosuolo. Un intero lembo di Maremma laziale arricchito non dal sogno della centrale nucleare (un sogno svanito trent’anni fa) ma da chi conosce l’antichità e sa quanto può pagare. E tuttavia non viviamo in un Paese normale. Nel centro di restauro di Montalto di Castro, dove gli esperti studiano, documentano e restaurano tutto ciò che il terreno dell’antica città etrusca di Vulci continua a sputar fuori con frequenza da lasciar sbalorditi, le casse di materiale su cui lavorare sono stipate in gran numero in ogni stanza. In attesa.

Carlo Casi, direttore scientifico della Fondazione Vulci, sta cercando disperatamente di stabilire le priorità assieme a Teresa Carta, capo restauratrice, ma non ne viene a capo. “Qui arrivano reperti da ogni parte d’Italia. I Centri di Restauro, ormai, sono ridotti. I finanziamenti tagliati. L’investimento inesistente. In Italia, di centri come questo ne restano pochi ormai: una decina. Non si ha il tempo di lavorare su quel che arriva. Il che significa che non si può scavare quanto si potrebbe. È un serpente che si morde la coda. Un gioco suicida. Ai tempi della crisi e della disoccupazione, qui ci sarebbe lavoro in abbondanza, e le prospettive per tutta la zona, anche per chi non si occupa direttamente del parco archeologico, sarebbero immense. Ma è un discorso che conosciamo bene. A ripeterlo si appare ormai vecchi, retorici e noiosi”.

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Ha ragione, Casi. Si rischia la noia. Ma il fatto è che in giro non sono in tanti a sapere quante meraviglie possano ancora emergere dal sottosuolo. L’idea che tutto sia ormai stato scavato e quel che si poteva trovare è già stato trovato è un’idea consolidata. Del tutto incongrua.

In queste stanze zeppe di reperti in attesa, s’incontrano soltanto due restauratori, un archeologo e una disegnatrice. Quando è necessario arriva un antropologo. Se si è al lavoro su un’urna funeraria, infatti, sarà necessario documentare e studiare le caratteristiche del defunto, per capirne età, sesso, abitudini di vita e causa di morte. Ma il tempo non basta. Si dovrebbe correre sugli scavi a dare una mano agli operai, seguire i lavori, collaborare con chi estrae pezzi a volte straordinari. E poiché il tempo non c’è, gli scavi s’interrompono. Impossibile immaginare tutto quel che potrebbe essere ritrovato fra i corredi funerari che continuamente vengono individuati in sepolture ancora inviolate. Tesori destinati a riempire scaffali di musei e mostre da portare in tutto il mondo. Teresa Carta mi mostra una pantera di fine VI secolo di cui è appena cominciato il restauro, indica in un vaso l’ippogallo (l’animale fantastico fra cavallo e gallo) su cui la sua collaboratrice sta lavorando, mi spinge verso il laboratorio: in un catino giacciono pezzi ammollo perché gli agenti chimici li liberino dal “cancro del bronzo”. Non sai dove mettere gli occhi. Ogni angolo nasconde un pezzo pregiato e fortuna che gli scatoloni sono ben chiusi.

“Negli ultimi anni” spiega Casi “i ritrovamenti più importanti sono sicuramente due. Innanzitutto, le mani d’argento, venute alla luce nella primavera del 2013, pezzi straordinari (unghie in lamine d’oro) frutto di tecniche raffinate con cui si creavano simulacri antropomorfi per risarcire simbolicamente la distruzione del corpo cremato. Eppoi i due scarabei egizi, gioielli che hanno dato il nome alla tomba di una ragazzina di 13-14 anni, probabilmente erede di una facoltosa famiglia dell’aristocrazia fra VIII e VII secolo a. C., la tomba dello Scarabeo Dorato. Ma ci sono altre perle meno appariscenti, come gli altari del IV secolo appena scoperti nell’area di culto all’interno della necropoli della cosiddetta Osteria. Si tratta di una situazione unica di cui ancora non abbiamo capito il senso. Materiale importantissimo per gli studiosi dei riti funerari antichi”.

Le pietre indicate da Casi nel sole che inonda l’ingresso al Parco Archeologico sono dimenticabilissime per l’occhio di chi è inesperto e passano in secondo piano di fronte alle bellezze che si possono contemplare percorrendo il decumano che attraversa la Vulci etrusca eppoi romana. Una storia di potere e decadenza unica.

Tutto ebbe inizio già mezzo milione di anni fa lungo le rive del fiume Fiora come testimoniano gli utensili litici in esposizione al Museo di Preistoria e Protostoria di Manciano. La svolta davvero significativa arriva però alla fine dell’età del Bronzo, attorno al X secolo a.C. quando le comunità sparse si organizzano in un centro urbano che raggiungerà un’ampiezza sbalorditiva: circa 125 ettari. Già nell’ VIII secolo la città si restringe benché la sua forza sia in continua crescita. L’interesse principale diventa la difesa del potere. Viene costruito un sistema di mura protettive che relega fuori città quelle necropoli su cui gli esperti sono tuttora al lavoro. È il momento in cui l’espansione politico-economica della città raggiunge il suo apice. Un’aristocrazia dinamica accumula ricchezze e commercia con le civiltà che affacciano sul Mediterraneo. Il porto di Regae, lontano appena 10 chilometri, è la porta d’ingresso di tutto un mondo – soprattutto egizio e greco – che arricchisce culturalmente generazioni di artisti, architetti, artigiani. Ceramica etrusco-corinzia, statuaria in pietra e in bronzo.

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La città si fa monumentale. Sappiamo del Tempio Grande e del santuario, ma soprattutto delle grandiose sepolture. Il tumulo della Cuccumella è forse il più noto, anche se al suo interno, nonostante i mille cunicoli (scavati da Luciano Bonaparte e in seguito da Alessandro Torlonia) che lo rendono labirintico, non si è trovato nulla. Ben più importante è la cosiddetta tomba François dal nome di chi la scoprì: Alessandro François, fiorentino classe 1796, morto pochi mesi dopo questa sensazionale scoperta, per via della malaria contratta nella Maremma allora esiziale. Carlo Casi mi accompagna aprendo chiavistelli (la visita va prenotata) e raccontandomi di quando, nel 1857, François si accorse di una fila di querce dalle chiome verdeggianti che potevano vivere solo grazie alla polpa di terra profonda in quel punto del tutto inaspettata visto il suolo roccioso.

Gli scavi portarono alla luce sotto la fila di querce il taglio d’ingresso a una sepoltura celebrata da uno straordinario ciclo di affreschi. Casi ancora non si dà pace per il furto intollerabile di quelle pitture (Sisifo, Aiace, Cassandra, Nestore e Fenice, fra gli altri celebri eroi rappresentati) oggi parte della Collezione Torlonia di Villa Albani a Roma. Un pipistrello dorme nella stanza principale. Resti di decorazioni colorate e incisioni dei visitatori nei secoli. Con questa tomba siamo ormai nel IV secolo a.C. momento di rinascita per Vulci, dopo anni di decadenza. I romani sono dietro l’angolo e le pitture della tomba François lo testimoniano con lo scontro parallelo fra Greci e Troiani e fra Etruschi e Romani. La città provò a dotarsi di un sistema difensivo particolarmente studiato. Ne possiamo ammirare i resti nella porta Ovest dotata di un avancorpo triangolare per spezzare l’offensiva nemica.

Ma fu inutile. Nel 280 a.C. il console romano Tiberio Coruncanio trionfò e quel che seguì fu la Vulci romana. Casi mi accompagna a visitare lo splendido Mitreo, l’acquedotto, la Domus del Criptoportico. Poi mentre mi spinge verso il lago del Pelicone, un luogo magico, a pochi passi dalla porta nord, richiamo di molte produzioni cinematografiche, si lascia sfuggire l’ultimo fra i paradossi di queste terre ricchissime di tesori ancora semplicemente sognati. “L’area dell’antica metropoli in nostro possesso è grande una sessantina di ettari. Ma se ne potrebbero acquistare altrettanti che nascondono certamente infinite sorprese perché la città nel momento del massimo splendore si estendeva molto oltre ai confini del Parco. È terra di un privato che venderebbe a prezzo commerciale e tuttavia non è in nostro potere procedere. Per progetti anche piccoli ci concedono fondi che ci basterebbero a comprare senza problemi, ma sono soldi che arrivano solo per lavorare su beni di cui si ha già la titolarità. Per acquistarne di nuovi, nulla”.

Non che abbiano poco da scavare, qui, inseguendo un passato misterioso e ricchissimo. Ma basta a rendersi conto dei paradossi del nostro tempo. “A Vulci non mancherebbe mai il lavoro. Mai” ripete Casi. Saliamo sulla jeep del parco. Andiamo a esplorare altri scavi. E quando farà buio, il museo nel Castello della Badia e la mostra “Egizi Etruschi” nei locali di quello che sta diventando il Museo Civico della Scultura e dell’Arte Etrusca a Montalto di Castro. Vulci non finirebbe mai. In teoria.

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La mostra Egizi Etruschi dal 20 dicembre al 30 giugno 2018 sarà visitabile nella Centrale Montemartini dei Musei Capitolini di Roma.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie). I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
Commenti
2 Commenti a “La dura battaglia degli Etruschi: tra le meraviglie di Vulci”
  1. Lozzi Mario scrive:

    Sembra una maledizione costante. Da sempre tutte le valenze etrusche sono state contraffatte o nullificate. Cominciarono i Romani a camuffare in Servio Tullio il Mastarna che, secondo la tomba Francois si impossessò di Roma da Vulci. E continua. Purtroppo la cecità dei governi lascia seppelliti tesori antichi che potrebbero ricoprire di ricchezza questa povera Italia. L’episodio di Civita di Bagnoregio che vivifica tutto il paese dimenticato, potrebbe essere d’esempio. Ma purtroppo dai tempi della prima Roma,ogni Mastarna deve diventare un Servio.

  2. Nico scrive:

    1. Perche’ rassegnarsi? Raccogliamoli da privati i capitali necessari per acquistare i terreni mancanti: apriamo una iniziativa su kickstarter, contattiamo il FAI, lanciamo una raccolta. Quanti ettari sono? Quandi fondi occorrerebbero?

    2. Lasciatemi sfatare un luogo comune: anche il sito di Pompei, con i suoi 2,500,000 visitatori annui, ha bisogno di pingui sussidi pubblici per rimanere in equilibrio finanziario. Il nostro paese e’ anormale per infiniti motivi, ma non puo’ che permettersi di sovvenzionare la valorizzazione di una minima parte dei nostri tantissimi beni archeologici.

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