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Una saga invisibile. “Nozze sul Delta” di Eudora Welty

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Amante di Anton Čechov, Virginia Woolf e William Faulkner, Eudora Welty è stata tra le più grandi e importanti narratrici del Novecento. Proprio con Faulkner, che era suo conterraneo (venivano entrambi del Mississippi, lui da New Albany e lei da Jacksonville), le capitò di andare a cena, salvo poi smarrire un suo biglietto scritto a matita, con cui lo scrittore – secondo un racconto che Welty avrebbe fatto nel ’72 a Linda Kuehl, che la intervistava per «The Paris Review»  – la incoraggiava a rivolgerglisi per qualunque consiglio, elogiandone il talento e probabilmente corteggiandone la bellezza non convenzionale.

Ma proprio in quanto donna non convenzionale, di quei riconoscimenti Welty non aveva bisogno; e nella stessa intervista, in cui dipinge Faulkner come un «gigante in grado di esplorare le profondità abissali delle cose», emerge tutto il suo rifiuto verso quel presunto sentimento di riverenza che avrebbe soltanto rischiato di comprimere la sua scrittura.

Welty era e sarebbe rimasta una donna profondamente indipendente. Non si sarebbe mai sposata, non avrebbe avuto figli, e dedicando la vita alla scrittura avrebbe conseguito il Pulitzer nel 1973 con La figlia dell’ottimista. Autrice di spicco di quella comunità letteraria di cui facevano parte scrittrici come Flannery O’Connor, Grace Paley e Carson McCullers, era profondamente in imbarazzo davanti ai registratori, comunicava il numero sbagliato della propria stanza ai giornalisti, e della sua vita privata parlava poco e malvolentieri, con un ironico pudore sempre teso a focalizzare l’attenzione sul proprio studio e sul proprio lavoro.

È una parola intraducibile quella che utilizza Katy Simpson Smith, autrice americana che con Eudora Welty condivide la cittadinanza e l’amore per il giardinaggio, per descriverne la scrittura: southerness. Una voce, uno stile propri di quella regione degli Stati Uniti che affaccia sull’Atlantico settentrionale, ricca di coccodrilli, bayou e piantagioni di cotone; una terra da «condannare, perdonare e di cui provare nostalgia». Ma è proprio questa sconfinata southerness a caratterizzare Nozze sul Delta, secondo romanzo di Welty pubblicato da Harcourt nel 1946 e recentemente tradotto da Simona Fefè per minimum fax: un grande affresco familiare sullo sfondo del Mississippi degli anni Venti.

Un romanzo corale non soltanto nella forma, nel leggiadro passaggio di testimone da un personaggio all’altro; ma soprattutto nell’intenzione, nella volontà di allestire per il lettore un palcoscenico degno dell’Ada di Nabokov, dove le suggestioni letterarie – gli ambienti, i paesaggi, le spiccate psicologie e soprattutto l’atmosfera –  ingigantiscono, muovendosi a loro volta con la dignità delle figure umane, influenzandone gli umori, le intenzioni e i tormenti.

Pretesto per questa mise en place è un matrimonio, quello tra una delle figlie maggiori dei Fairchild, mitologica famiglia proprietaria della piantagione di Shellmound ,e un giovane sovrintendente; ma è senza dubbio la volontà di riprodurre quella «tradizione meridionale» a spiccare soprattutto nel romanzo, a trionfare sulla pagina con vividezza totalizzante.

Se è infatti legittimo parlare così a fondo dello stile e dell’intenzione di Welty, nonché della sua vita e del suo modo di vivere e guardare alla scrittura, è perché mai come in questo caso appare impossibile separare l’autrice dal suo oggetto letterario; a cominciare da questo romanzo, dove emerge in tutta la sua assolutezza quel recupero, quel salvataggio dell’oralità, del comportamento e della tradizione di una collettività specifica, sublimati dall’esercizio di ascolto e osservazione tipicamente weltiano che mira ad assorbire e restituirne le sfumature, le contraddizioni e le caratteristiche più profonde. Forse anche per questo Nozze sul delta è infatti un romanzo anche molto dialogico e discorsivo, secondo un umore che attinge alla tradizione orale, al parlato, alla discussione, al coro delle famiglie allargate. «I meridionali hanno ereditato un senso narrativo del destino umano», diceva Welty; un senso che si riverbera all’interno della famiglia Fairchild, che è un autentico pullulare di voci e memorie.

Ritratto familiare che mostra i connotati di una “saga invisibile”, Nozze sul Delta si scompagina tutto nel giro di trecento pagine, in cui Welty riesce a coniugare l’agilità dell’azione a uno scenario ancor più maestoso, a un’atmosfera dalle intenzioni sommerse, che continuano a risuonare anche quando non direttamente esplicitate, come una messa in scena dallo sfondo trasparente. E proprio di messa in scena è interessante parlare, pensando al racconto sulle intenzioni che Welty fece proprio nell’intervista a Kuehl, descrivendo il suo romanzo: «a bare stage», un palcoscenico spoglio. Un palcoscenico in cui è tutto affidato alla scrittura e all’immaginazione, a partire da quella di Laura, la giovanissima protagonista che apre il romanzo, orfana di madre, che attraversa le piantagioni per raggiungere la famiglia materna e assistere ai preparativi per lo sposalizio. Lo sguardo di Laura, che ha nove anni, si sovrappone a quello di Welty colmando il palco, o meglio allestendolo, attraverso quella tradizione e quella mitologia da paradiso perduto dolcemente decadente in cui è difficile distinguere tra sogno e realtà.

Perché è un mondo che ha proprio i connotati dell’onirico quello che emerge in questo dipinto, dove si inseguono e si scontrano voci, pensieri, turbamenti in una danza collettiva, in un’oscillazione tra la tragedia e la commedia, su cui sembra incombere costantemente un senso di minaccia e di salvezza. E che restituisce quel «terribile senso di esposizione che si avverte dopo esser stati scottati dal sole» di cui parlava Welty nel descrivere la sensazione di leggere le proprie parole con lo sguardo di una lettrice, l’esperienza di una scrittura che da privata diventa collettiva.

Gaia Tarini è nata a Perugia nel 1989 e vive a Roma. Nel 2019 ha frequentato il corso principe per redattori editoriali Oblique. Scrive su minima et moralia, Limina e altre riviste online. Fa parte della giuria delle Classifiche di Qualità dell’Indiscreto.
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