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Eugenio Montale, il nostro tempo e l’importanza della parola

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Forse avremmo dovuto immaginare che con un titolo come Nel nostro tempo, il libricino in prosa di Eugenio Montale, uscito nel 1972 per Rizzoli, avrebbe resistito tutti questi anni restando attuale, anzi, semmai già proiettato in un tempo futuro e futuribile. Il libro altro non è che un collage di pensieri, stralci di interviste e interventi di Montale, scrupolosamente raccolti dal filosofo e storico della filosofia Riccardo Campa, con accademica dovizia, ma soprattutto con l’intento di offrire ai posteri la summa di un pensiero illuminante, in un insieme di pezzi capaci di prendere una forma in grado di resistere, appunto, al suo tempo e al nostro, in ogni presente.

Montale, autore rappresentativo di una certa idea di poetica in un’epoca in cui innovazione e modernità raggiungevano rapidamente vette impensate, impattando persino sulla letteratura e la storia, ha saputo leggere non solo il suo tempo, mantenendo intatto il ponte con il passato – anche nell’apprendimento della lezione di grandi maestri come Dante, Petrarca e Leopardi –, ma è riuscito a guardare al futuro, in almeno quattro direzioni diverse, che di fatto sono al centro di questo nostro pensiero contemporaneo: la tecnologia, il lavoro, la massa e l’arte, intesa come destino di sé stessa. E questi quattro temi riportano a un concetto più ampio, perché come spiega lo stesso Montale nella brevissima introduzione che precede il volume, queste pagine “insistono soprattutto sulla condizione dell’uomo libero, dell’uomo che vorrebbe essere libero, o crede di volerlo, nel mondo e nell’età in cui siamo nati”. Quale altro privilegio difendiamo con lo stesso ardore, oggi come allora? Eppure è un desiderio che talvolta è taciuto, adagiato in zone confortevoli dove stare, senza muoversi davvero in una direzione.

Montale, poi, dice di non essersi rassegnato allo scorrere del tempo cronologico, alla “lancetta” dell’orologio, e fa un’ammissione: “Accetto il tempo che mi è toccato, non ne vorrei uno diverso perché oggi, come forse mai prima, non si può credere in un’assoluta continuità temporale”, contravvenendo in parte anche al sentire comune, ovvero a quella sensazione di non aderenza al proprio tempo presente, spesso tradotta in nostalgia per il passato, o desiderio di un futuro diverso da quello che ci è toccato. E in aggiunta, anticipando l’ossessione contemporanea per il 24/7, benissimo raccontata in un saggio di Jonathan Crary di qualche anno fa, in cui emerge il tutto e subito della nostra quotidianità, l’ansia di esserci e rispondere: presente, eccomi, ci sono.

Montale è nato a Genova il 12 ottobre 1896, ha vissuto la tragedia della guerra come esperienza umana e al tempo stesso come parte integrante della sua poetica, ma soprattutto è sempre stato alla ricerca di una rottura, uno squarcio che ambisse a prospettive più ampie, universali, cosmiche: “Tutti gli strappi sono contemporanei”, si legge nella poesia posta all’inizio del libro.

Il bagaglio culturale è immenso: Mallarmè, Valery, Eliot, Ezra Pound, ma anche Shelley e Novalis. Perennemente in cerca della musicalità per un verso che, come ammette lui stesso in Sulla poesia: “Tende sempre più a farsi prosa”. Montale si riscopre poeta quasi per caso, in un momento di crisi della poesia. E se la poesia, nella sua forma più ingenuamente pura, fa pensare all’amore, Montale spiega la possibilità di una sufficienza del sentimento amoroso – tanto passato quanto presente – in una forma lucida e preveggente del nostro agire e subire quotidiano: “Milioni di esseri umani aspirano all’amore, ma la parola non viene pronunciata che nelle sconce sedi della pubblicistica”.

I social network, ad esempio, esprimono fortissimo il desiderio egoistico di apparire, esserci, esaltare individualmente – e non nell’altruismo dell’aspirazione amorosa –, per cui inevitabilmente si finisce omologati in un’implosione di vita su un piano che Montale definisce come “quello delle emozioni e della sensazioni”. Si costruisce principalmente su questi due aspetti il sentimento popolare, la pancia borbottante, l’istinto contrapposto alla razionalità, il salto privilegiato al percorso, il fare prediletto al pensare. La politica attuale ne è la rappresentazione. Fatta anche di parole non dette in quanto tali. Parole senza soggetti, libere di viaggiare senza responsabilità del loro peso, lanciate in un non luogo, per offrire in pasto un nemico comune contro cui coalizzarsi, senza ordini reali, solo brontolii del sentire comune, in una bolla in cui poter urlare che “l’uomo qualunque ha gli stessi diritti dell’uomo di eccezione e può persino illudersi che la sua trivellazione della couche vitale sia più autentica di quella dell’uomo di studio. Ma all’uomo massa corrisponde il male di massa, al quale nessuno di noi sfugge”.

Inutile rimarcare quanto il problema della fiducia sociale nei ruoli sia mancanza di meta-cognizione del nostro tempo; basti pensare all’ormai citatissimo effetto Dunning-Kruger, ovvero la distorsione cognitiva per cui si sopravvalutano le proprie competenze, fino alla supponenza, in un tempo in cui – e qui Montale è tremendamente attuale – si sostituisce “l’eccitazione alla contemplazione”, con un no deciso allo studio; e poi c’è “disinteresse per il senso della vita”, favorendo invece aspetti più tangibili, pratici, materiali, come l’ultimo modello di smartphone sul mercato, e infine non si ha “più molto interesse per l’umanità”. Basti pensare al cambiamento climatico e alla stanca e trascinata inerzia nel trattare un argomento delicato come il dopo di noi: “Si corre troppo ma si sta ancora troppo fermi […] Correre di più vuol dire alleggerire il bagaglio della propria cultura”.

Montale nel 1975 venne consacrato in sede letteraria con il premio Nobel per la letteratura. Il suo discorso per il premio titolava così: È ancora possibile la poesia? Già allora il poeta alludeva alla comunicazione massificata, alla mercificazione dell’arte e al destino di quest’ultima, arrivando persino a definire la poesia stessa come un prodotto inutile. “L’arte nuova del nostro tempo – dice Montale – è lo spettacolo”. L’arte di massa si nutre infatti di talent show, e nemmeno l’informazione è immune, spesso trasformata in infotainment per rispondere a imposizioni di mercato, regole di marketing, algoritmi come aiutini del pensiero.

I social network hanno assistito rapidamente al passaggio dalla terza alla prima persona, fino a un autobiografismo talvolta narcisista, fatto di tanti io sfaccettati, costruiti, apparenti e superficiali, in cui le persone sono e si sentono iper-connesse, ma in definitiva sole: “Tutto fa pensare che l’uomo di oggi sia più che mai un estraneo vivente tra estranei, e che l’apparente comunicazione della vita odierna – una comunicazione che non ha precedenti – avvenga non tra uomini veri ma tra i loro duplicati”. Una sorta di replicanti, quasi, cui si aggiunge un ulteriore scatto del pensiero, che guarda alle macchine e all’interazione possibile con l’essere umano. È attualissima, ad esempio, la discussione sul transumanesimo, ovvero il movimento sociale alla base del quale si prospetta che la tecnologia allontanerà i confini della condizione umana, spostando l’asticella, in una possibile fusione tra uomo e macchina: “La fabbrica delle macchine non ha nulla di diabolico. […] In sé la macchina è neutrale, è un prolungamento della mano dell’uomo e nulla più”. E aggiunge: “Il nostro debito verso le macchine è immenso. Ce ne accorgiamo solo quando vengono a mancare”. Montale però, essendo uomo di pensiero, sa che il desiderio e l’esigenza di macchine sempre più efficienti e numerose porterà a cambiare l’utilizzo del tempo. Non la quantità, ma la qualità. Ovvero l’uso che ne se farà, in una società sempre più ossessionata dalla mancanza di tempo, mai abbastanza nonostante l’iper-velocità abbia compresso molte delle mansioni umane: “Un giorno, si dice, l’uomo potrà lavorare tre o quattro ore dedicando le ore libere a un numero praticamente infinito di otia e di passatempi. Ma già si profila il problema che un’immensa orda di uomini obbligati al divertimento per dovere sociale non diventi un immenso semenzaio di nuovi arrabbiati”. Non ricorda perfettamente la descrizione di certi haters da social network?

La parola e la sua importanza sono un altro tema caro a Montale. Un’importanza oggi spesso dissipata nella quantità incontrollata di contenuti, però privi di una reale esperienza comunicativa, privi di espressività, spesso incapaci di assumere uno stile coerente, o addirittura, talvolta, un senso coerente. La parola è oggi svuotata, scarnificata, sostituita da altro: “Differenti mezzi espressivi”, che hanno portato alla “quasi totale scomparsa della conversazione”, e con esso la scomparsa del luogo in quanto tale. Un luogo che per Montale non era solo paesaggio romantico, estetico ed estatico, ma ragionamento vero e proprio; un paesaggio filosofia, come in Leopardi. Un luogo rappresentativo della realtà, in opposizione alla non realtà, oggi alimentata, ad esempio, da finti profili internet, dalla diffusione incontrollata delle fake news, da una distorsione dell’apparenza per sembrare altro da ciò che realmente si è: “Ciò che viene sottratto all’uomo di oggi – da ogni partito, da ogni tecnica, da ogni conservatorismo o riformismo o rivoluzionarismo –  è né più né meno che l’amore”.

La forza di questo libro, per cui, è proprio nella tesi sul discorso amoroso, ma in senso lato, non tanto nel rapporto uno a uno, proprio di una certa poesia d’amore, quanto nel rapporto uno a molti, inteso come dono per chi resta. Inteso nel trascendimento di una situazione spazio-temporale assente da una dimensione terrena. Montale ne parla senza parlarne, ed è questo il suo dono, una presenza hic et nunc: “L’idea di un’opera che possa resistere al tempo si fa quindi di giorno in giorno più anacronistica: l’opera deve bruciarsi nel momento in cui è richiesta e goduta dal cosiddetto utente”. Sembra paradossale, no? Valeva anche questo, allora come ora, ma seppur assomigli a una prospettiva pessimista, una certa opera ha invece saputo resistere, piegarsi senza spezzarsi, rinascere nelle crepe, negli squarci di cui sopra. Tutto ciò, nonostante la tendenza alla totalizzazione di questo tempo e la “sempre crescente indifferenziazione degli uomini”, in un vivere che si è fatto quasi innaturale. “E la poesia, che è generalmente in anticipo, può spingere tanto oltre la sua anticipazione da sembrare in ritardo”. D’altra parte, sottolinea ancora Montale, argomento della poesia è la condizione umana in sé, non già altro che rappresenti ad esempio un avvenimento, o il resoconto di un avvenimento in quanto tale. Anzi, “sarà forse una contraddizione, ma l’arte che meglio rispecchia il suo tempo non può vivere se non a patto di liberarsene”.

L’urgenza allora sta tutta in questo scatto. Ricorrere alla memoria per non inciampare nelle stesse pietre, negli stessi errori della storia: “Diamo tempo alla memoria di compiere il suo primo e più impellente ufficio: dimenticare”. E paradossalmente la richiesta è proprio questa: dimenticare il presente, per poter ricordare il passato e vivere ancora nel futuro. Uno scarto temporale possibile, ma complesso. Di fatto è una questione di spazi, nel cui passaggio dall’uno all’altro senza farsi male, diceva Perec, v’è la vita. Lo spazio-tempo di Montale è fatto di brevità, nel tempo e nello spazio, in un discorso incompiuto per via di un’immobilità interiore in quanto poeta e osservatore del tempo, che ha tradotto e saputo tradurre lo spaesamento non solo di un singolo, ma di un’intera collettività.

Questo è forse il suo lascito più importante, al di là delle poesie, per questa capacità che appartiene a pochi di trovare l’universale nel particolare, facendo ordine nelle cose del mondo, nelle folgorazioni di un pensiero in costante progressione, tendente a un’eternità in cui le parole “nel nostro tempo” possano non invecchiare mai, restando scolpite in un costantemente rinnovato presente, perché di fatto è sempre: il nostro tempo. Come cantava Guccini: “Che l’oggi restasse oggi senza domani, o domani potesse tendere all’infinito”.

Eugenio Giannetta, classe 1986, è autore e giornalista professionista dal 2018. Laurea in Lettere e Master in comunicazione sociale con relazione finale sul rapporto tra etica e comunicazione. Dal 2016 ha una collaborazione continuativa con le pagine culturali di Avvenire. Collabora inoltre come consulente per la comunicazione con varie realtà editoriali e del Terzo settore. Suoi articoli appaiono e sono apparsi su numerosi siti e riviste tra cui Vanity Fair, Harper’s Bazaar, Esquire, Elle, Marie Claire, Artribune, La Stampa.
Commenti
Un commento a “Eugenio Montale, il nostro tempo e l’importanza della parola”
  1. Domenico Pisano scrive:

    Un articolo bello, interessante… Montale ha saputo cogliere il non del quotidiano, della storia… Ha amato più un’ombra che una immagine nitida…. É necessario ed etico liberare la vita da stereotipi, liberarla da definizioni e parole alla rinfusa…. Montale incomunicabile é un poeta onesto, un uomo nel labirinto… Bella nell’articolo la riflessione montaliana sul ricordo, che deve dimenticare il presente… Un ossimoro, un paradosso … Ma proprio tra le braccia di questi due inospitali compagni di viaggio la vita stessa si ritrova nuda e vera…

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