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Eventi fortunati

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Photo by Bruno Nascimento on Unsplash

di Saverio Mariani

Te ne sei reso conto uscendo da casa sua, in un attimo di lucidità che ti ha percorso non appena il cancello in fondo alle scalette si era richiuso alle tue spalle: era notte ma c’era luce, anche lì in quel reticolo di case tutte appiccicate che si spiano l’un l’altra. Una volta uscito sullo spiazzo esterno dove avevi parcheggiato ti sei accorto della luna piena. Hai camminato dal cancelletto alla portiera della macchina guardando per terra, attraverso il fumo che usciva dalla tua bocca e sentendo immediatamente freddo.

La proprietaria della casa da cui eri appena uscito ha la tua età, trentadue anni. Si chiama Elisa; lavorava nella farmacia dei genitori finché, due anni fa a gennaio, col freddo che fa lassù a gennaio, ha deciso di trasferirsi in quel paesino di montagna sull’Appennino umbro-marchigiano. Inizialmente salita per passare qualche giorno di silenzio nella vecchia casa di famiglia dopo il periodo delle vacanze natalizie,ha rilevato la vecchia farmacia di Teresa, una donnina tutta capelli e ossa che non ce la faceva più a lavorare.

Teresa le aveva confidato di voler chiudere, ma di non sentirsela di lasciare tutti i piccoli grumi di case sparse lì intorno senza una farmacia. Elisa ci ha pensato su qualche ora, poi è tornata e le ha chiesto di verificare la possibilità di acquistare la farmacia. Teresa le ha così permesso di consultare i bilanci, le fatture, ha stabilito un prezzo onesto per l’affitto dei locali e ha contattato il direttore della piccola filiale di banca che è in paese, aperta solo il martedì mattina e il giovedì pomeriggio. Direttore della filiale che è poi l’unico cassiere che apre l’ufficetto della banca due volte alla settimana, che ha facilitato l’operazione di vendita e l’accensione del finanziamento.

E così nessuno si è accorto che la farmacia ha cambiato proprietà. L’ho lasciata tutta uguale a prima, con gli scaffali di legno, quelli color noce, antichi. Disposta allo stesso modo, ti ha raccontato. Inoltre Teresa ha continuato a frequentare la farmacia ancora per un po’, giusto il tempo di presentare Elisa a tutti i clienti.

Ti sei trovato da lei una sera di fine gennaio, e a gennaio come hai sperimentato, in quel paesino fa molto freddo. Quando hai chiesto a Elisa se questo non l’avesse mai portata a ripensare la sua scelta di andare a vivere lassù, ti ha risposto che il freddo è anche una cura, perché diventa un nemico da combattere. Lei, che ha gli occhi quasi ocra, la fronte leggermente alta e i capelli di un riccio morbido e ampio, così com’è ampio il suo sorriso sospetto sempre in evidenza, non credevi fosse una persona disposta a combattere.

Sei andato a trovarla, dunque, dopo una lunga coda di messaggi seguiti agli auguri di Natale. Tu eri in preda a un sentimento che trascini dentro da anni, da quando Elisa era una tua compagna di università.Una sera dopo averla accompagnata a casa, mezzi sbronzi e coi giubbetti umidi di pioggia, vi siete sfiorati le labbra senza baciarvi. Le sue mani ti avevano allontanato delicatamente ed era finito tutto in quel preciso istante.

Continuare a frequentare Elisa non è stato semplice per te, ma era inevitabile. Eppure all’esterno, agli occhi degli altri, a quello che ti sembrava il mondo e ne era invece solamente una piccolissima e remota appendice, nulla appariva cambiato. Nessuno si era accorto che fra voi due ci fosse stato un avvicinamento più profondo di quello che era già visibile e pacificamente riconosciuto. Quel bacio irrisolto si era costruito uno spazio dentro di te e aveva preso le sembianze di un sogno (o forse di un’allucinazione?) che ti è solamente sembrato di vivere. Il folto gruppo di amici universitari in comune vi ha portato a condividere serate, passeggiate, birre post lezione, esami, compleanni, lauree, regali e annunci di matrimonio. Una volta laureato sei tornato a casa, separandoti da quel gruppo di persone che aveva abitato, per cinque lunghissimi anni, la tua quotidianità di fuori sede.

Ma al contrario di quello che si potrebbe pensare, il ritorno nella tua città non provocò più sofferenza di quella che ti aspettavi e, complici una serie di eventi fortunati, hai attraversato un periodo di moderata tranquillità.Una condizione esistenziale composta di fattori eterogenei che ti hanno garantito una sorta di continuità con quello che avevi vissuto da fuori sede: la libertà di essere quello che senti di essere, nonostante tutto. L’impiego come tecnico di laboratorio in uno stabilimento che produce creme e bagno schiuma biologici ti ha garantito da subito uno stipendio, quindi un’autonomia economica e personale – grazie alla casa che hai preso in affitto e dove abiti da solo. Ma anche un certo rivendicato orgoglio nel partecipare alla produzione di prodotti di nicchia, rispettosi dell’ambiente. La squadra della tua città è tornata in Serie A, e tu hai ripreso ad andare allo stadio come quando frequentavi il liceo, riagganciando così i rapporti con tutta quella schiera di coetanei che non sembra essersi mai mossa dal bar in piazza dove si raduna. Il festival di musica indipendente che tuo padre ha contribuito a creare, più di vent’anni fa, dopo una fisiologica fase di calo – dovuta principalmente allo sfaldarsi dell’entusiasmo dello storico gruppo di organizzatori –, è tornato ai vecchi fasti. Tu, insieme a molti dei figli dei fondatori, sei nel ristretto consiglio direttivo e la scorsa estate i quattro giorni di musica hanno vissuto il loro momento clou con il concerto di Manuel Agnelli e Rodrigo d’Erasmo: all’arena del Parco Fleming c’erano seimila persone. Mai così tante dal 1999 quando durante quell’estate si esibì la Premiata Forneria Marconi in una delle infinite tappe di La PFM canta De André.

Rileggendo il tuo diario quotidiano del periodo al rientro dall’università si capisce che non eri caduto in un vortice di ottimismo ingenuo, ma eri intenzionato a vedere le cose con lo sguardo – forse utilitaristico, ma non certo esecrabile – di chi non vuole appesantire la pressione su di sé. Tu e tutto quello che ti gravitava intorno non eravate fermi, galleggiavate ben sopra il pelo dell’acqua; una stabilità che ti permetteva di respirare aria buona a pieni polmoni. Alcuni giorni ti sentivi come un pallone che rotola, leggero, su un piano lievemente inclinato, appoggiato sopra un soffice prato verde.

Questa condizione ha però cominciato via via a vacillare.

L’instabilità crescente non è coincisa con il venir meno di uno di quelli che ho prima definito «eventi fortunati», ma forse trova le sue ragioni un passo indietro rispetto a questi.

Il tuo posto di lavoro al laboratorio c’è e soddisfa economicamente le tue esigenze; il Perugia è ancora in Serie A, nonostante una stagione difficile che però non ha messo in particolare allarme voi tifosi più attenti e critici; in questo arco temporale sei andato in vacanza ogni sei mesi, d’inverno in montagna sugli sci, d’estate in una località di mare sempre diversa; se si dà uno sguardo ai tuoi profili social, ci sono perlopiù foto in cui sorridi, o ti trovi a degli eventi a cui sembri felice di partecipare; il budget che avete preventivato per la prossima edizione del festival è stabile, se non leggermente cresciuto. Sei anche riuscito a riunire almeno un paio di volte lo storico gruppo di amici, tutti nella città universitaria che vi ha ospitato, tutti intorno allo stesso tavolo a raccontarvi più nello specifico quello che – con sempre minore frequenza – vi scrivete sul gruppo whatsapp di cui sei uno degli amministratori.

Tutte e due le volte c’era anche Elisa. L’hai abbracciata forte non appena vi siete incontrati, hai nascosto il naso tra i suoi capelli odorandoli così da vicino come fossero un feticcio. Nelle pagine dei diari che hai continuato a riempire ho letto le brevi cose che hai annotato immediatamente dopo i pranzi: hanno tutte un carattere esplosivo, per niente riflessivo. La penna e i pensieri erano mossi dal ricordo di ciò che era stato e si trascinava per inerzia, forse anche per cortesia.Non ho trovato nemmeno un accenno alla fondamentale capacità che devono avere i rapporti per durare nel tempo: adattarsi al cambiare del contesto in cui le vite che li compongono sono obbligate a sopravvivere.

Però c’era Elisa.

C’era Elisa e all’ultimo pranzo che sei riuscito a organizzare, la prima domenica di dicembre, mentre mangiavate allegramente vi guardavate come spaventati da quello che vi separava e che l’altro non sapeva. I discorsi a tavola erano racconti superficiali delle vostre vite. Poi uscendo dal ristorante, camminando sul corso che spacca in due la città universitaria, alla luce fioca delle luminarie, vi siete sparpagliati in piccoli gruppetti. Tu ed Elisa siete rimasti un po’ indietro e con un coraggio che non credevi di avere, hai provato a sfidare la paura che sentivi galleggiare durante il pasto.

Così le hai chiesto Come stai? Ma davvero, è una domanda sincera e c’è bisogno di una risposta sincera.

Lei ha appoggiato una mano sulla tua spalla e ha detto: Bene, ma ogni tanto penso che mi manca quest’atmosfera, questa condivisione. Si riferiva a tutti voi, te lo aveva fatto capire con un gesto del mento.

Ma non mi dire che ti manchiamo tutti allo stesso modo!

Ammiccavi a Fabiana, l’unica sposata del gruppo con la quale Elisa aveva avuto qualche battibecco prima del matrimonio. Questi piccoli litigi, futili ai tuoi occhi, diedero un’accelerazione decisivaal processo di raffreddamento del loro rapporto, a dirla tutta mai così idilliaco.

In effetti no, tu mi manchi più degli altri, ha detto Elisa guardandoti negli occhi. Anche più di Fabiana! aveva aggiunto. E finalmente avevi potuto sorridere complice, smontando da quel ghigno di sorpresa che ti aveva impresso il suo in effetti no, tu mi manchi più degli altri.

Quella frase tornava, ti accompagnava mentre camminavi lungo le tue giornate così uguali e quindi così rassicuranti; era uno scoglio piantato in mezzo al letto del fiume che costringeva l’acqua a separarsi per poi riprendersi. Così il 25 dicembre hai recuperato ancora una volta il tuo coraggio: le hai inviato un messaggio di auguri e hai sperato ti rispondesse in modo da proseguire la conversazione. Vi siete in effetti risposti a distanza di qualche mezz’ora, con messaggi lunghi, pieni di ritmo e informazioni. Lei ti ha raccontato la storia della farmacia e di Teresa. Era scappata, avrai capito qualche giorno più avanti, perché prima di trasferirsi aveva convissuto qualche mese con un ragazzo che in realtà aveva bisogno solo di una domestica. Hai provato a immaginare la sua delusione nel momento in cui ha lasciato la casa e hai sentito un brivido; avrei voluto essere lì, nel momento appena dopo, per abbracciarti, darti una mano, le hai scritto, mentre fuori tutto era coperto dal buio.

E tu? ha scritto Elisa.

Io abito vicino a quel cinema dove siamo andati qualche volta, quando ancora venivi a trovarmi! Alla fine mi è tutto molto comodo da qui: il lavoro, casa dei miei, il centro storico coi locali… le hai risposto.

È bello sapere che certe cose non cambiano.

Tipo?

Tipo il tuo amore per le cose comode.

Così hai proseguito la conversazione alimentandola, rendendola sempre più difficile da abbandonare. Hai speso tutte le tue carte retoriche, hai ingaggiato a tempo pieno la tua capacità di raccontare quello che senti, hai messo in campo una curiosità dolcissima che avrebbe fatto arrossire qualsiasi persona – e intanto immaginavi Elisa seduta sul divano di questa piccola casa di montagna, che piega la testa in avanti e le labbra verso sinistra in una sua smorfia iconica che te la ricorda davanti alla macchinetta del caffè in facoltà, quando imbarazzata accettava che glielo offrissi tu: macchiato, senza zucchero.

Ho letto più volte tutta la conversazione che dal 25 dicembre si è protratta fino a pochi giorni fa.L’hai interamente riportata nel tuo diario commentandola con asterischi e richiami a piè di pagina, come avrebbe fatto il curatore di un’edizione del carteggio fra due romanzieri d’inizio Novecento.

Elisa, in mezzo alle molte domande, non si spinge mai a chiederti lumi sulla tua vita sentimentale. Tu sembri adagiarti sopra questo silenzio­ e d’altronde non hai nulla da nascondere. Finalmente dopo anni, il rapporto con Elisa sembrava stesse riprendendo a muoversi evitando la cancrena, vi stavate allontanando dall’enorme e spaventoso buco nero dell’oblio. Forse eri riuscito a salvarlo, almeno idealmente. Finché lei – lusingata dalla tua curiosità sulla sua casa di montagna in cui si era rifugiata –ti ha invitato a cena.

Consultando Google Maps hai visto che ti ci volevano un paio d’ore di macchina ad andare e altrettante per tornare. Non ti sei fatto spaventare dal viaggio, soprattutto quello di ritorno, forse sperando che la serata prendesse una certa direzione, o almeno di riuscire a dormire sul divano di casa di Elisa per poterla vedere al mattino, frugando fra le sue abitudini.

Sei arrivato nel paesino di montagna venerdì sera, intorno alle 19:30, hai spento la macchina nello spiazzo esterno alle mura di cinta dove c’erano altre auto e un silenzio che non ti ricordavi potesse esistere. Con una bottiglia di vino in mano e un vaso di Bucaneve nell’altra sei entrato attraversando un portone pensato per rifuggire gli assalitori e gli estranei non desiderati; hai sperato di non ricoprire il ruolo né dell’uno né dell’altro, ti sei diretto alla piazzetta interna dove Elisa ti ha detto di arrivare a piedi e di guardare sulla destra. Ci sono quattro portoni che si affacciano sulla piazzetta esagonale, il mio è quello avanti a destra. C’è un cancelletto e alcuni scalini. Il mio nome è anche sul campanello. Non puoi sbagliarti!,aveva scritto.

E infatti non potevi sbagliare, la piazza era davvero esagonale. Hai suonato al campanello ed Elisa ti ha aperto immediatamente, come fosse lì ad attenderti, dietro la porta. Sorrideva e quando sorride gli zigomi le salgono di molto verso l’alto, chiudendole un po’ gli occhi. La tavola era già apparecchiata, il camino acceso e hai riconosciuto subito la musica in sottofondo: Damien Jurado suonava una canzone malinconica, Everything Trying, forse la sua canzone più famosa. Nel salutarla l’hai abbracciata sorreggendo la bottiglia e il vaso, senza poterla stringere come avresti voluto fare.

La cena è stata una lunga e ricca continuazione del reciproco corteggiamento che avevate messo in atto da qualche settimana. Dopo il dolce tu ed Elisa vi siete pericolosamente avvicinati, sfiorandovi come quella notte nell’androne dello studentato alla fine di una gioiosa serata universitaria. Questa volta le mani di Elisa non ti hanno allontanato, ti tenevano stretto a lei come non volesse farti scappare mai più.

Dopo l’orgasmo, sdraiato vicino a lei, hai sperimentato quella particolare forma di impotenza malinconica dovuta dalle cose successe al momento sbagliato. Hai sentito il rumore di qualcosa che si rompe; hai pensato che a volte una cura per la solitudine sembra esistere, ma ha la forma di un treno che passa lasciando dietro di sé una consapevolezza tossica.

Lei si è addormentata e tu sei uscito per tornare qui dove sei adesso: nella tua casa, seduto sulla tua poltrona, intento ad ascoltare il resoconto di questa storia, la tua storia, narrata dalla parte di te più oscura, mentre fuori la luna piena è sopraffatta dalla luce del sole, e si fa giorno.

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