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Come evocare il vuoto (Due letture molto personali)

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Esce oggi per Effigie Dentro al nero, un libro che festeggia i settant’anni di Stephen King e il compleanno di It. Tra i brani dell’antologia vi proponiamo questo scritto di Marco Peano, che ringraziamo. La sua storia riguarda Shining.

«Sesso e morte». È questa la risposta che avevo ottenuto quando, ventenne, mi ero arrischiato a domandare al mio insegnante di cinema – era il 1999 e frequentavo una scuola di scrittura – se esistessero degli argomenti intraducibili sullo schermo cinematografico: situazioni che gli attori erano impossibilitati a interpretare se non ricorrendo a trucchi, mascheramenti, effetti speciali. Ricordo che non avevo avuto il tempo di ribattere, poiché lui aveva aggiunto con prontezza: «Quando ti spingi oltre con il primo, sconfini nella pornografia. Quando lo fai con il secondo, sconfini nello snuff».

La limpidezza del suo ragionamento mi aveva annichilito. La finzione cinematografica, per quel che ne sapevo e ne so tuttora, poteva in effetti riprodurre qualsiasi cosa facendo sì che l’azione avvenisse davvero davanti all’obiettivo, tranne in quelle due situazioni estreme. E allora con la mente ero andato ad alcuni anni prima, quando per la mia promozione in seconda media ricevetti in dono dai miei nonni materni il libro che avrebbe rappresentato lo spartiacque nella mia formazione di lettore: It. Con le sue 1238 pagine, quel lingotto di carta e inchiostro in edizione economica – nella provincia in cui abitavo non c’erano librerie a portata di mano, i miei nonni lo avevano acquistato in edicola per 18.000 lire – divenne il mio biglietto di andata (e ritorno) per l’inferno.

L’estate che mi si spalancava davanti la trascorsi in compagnia del «Club dei Perdenti», pedalai anch’io sulla fidata Silver al grido di «Hai–io!», scorrazzai anch’io su e giù per i Barren progettando una diga, e insieme ai miei nuovi amici mi ritrovai anch’io a forgiare proiettili d’argento per cercare di arginare il Male. A settembre, quando mi ripresentai sui banchi di scuola, mescolato nello zaino fra quadernoni ad anelli e portapenne, quel libro – sulla cui copertina un artiglio verdastro stava per ghermire una barchetta di carta – non mancava mai, anche perché le vacanze non mi erano bastate per finirlo. Lo esibivo con un certo trionfo durante l’intervallo, ma quando raggiunsi p. 1180 (per ritrovare il punto esatto non ho avuto bisogno di sfogliare il volume, le pagine in questione sono le più consunte), e scoprii che l’unica ragazzina dei Perdenti – Beverly Marsh – per officiare il rito che li unirà in un vincolo indissolubile ha un rapporto sessuale con ognuno di loro… ecco, mi trovavo nel cortile della scuola, e dovetti nascondere l’erezione che aveva fatto capolino nei miei jeans. Sesso e morte non mi erano mai sembrate così vicine, e reputavo la faccenda terribilmente eccitante.

Qualcosa di simile, anche se molto più oscuro ai miei sensi di bambino, era già avvenuto in un tempo ancora precedente – e sempre all’insegna del Re. Una mia compagna di classe – frequentavo la quinta elementare – organizzava nella sua mansarda delle festicciole pomeridiane in cui, in maniera un po’ casuale, venivano proiettati dei film. I suoi genitori possedevano un oggetto che ai miei occhi aveva del prodigioso: il videoregistratore (non ne avevo mai visto uno, prima di allora). Il ripiano accanto alla tv in cui campeggiavano le videocassette era un altarino sacro, cui solo la mia compagna aveva accesso; c’era una sezione composta da pellicole considerate «proibite», ovviamente le più gettonate. Anche se quasi sempre, anziché il film intero, ci limitavamo a sequenze ben precise: la scena di sesso fra Tom Cruise e Kelly McGillis in Top Gun era ambitissima, così come quella di Jennifer Connelly che cade nella pozza dei cadaveri in Phenomena. Un pomeriggio, però, sullo schermo comparve Jack Nicholson armato di un’ascia, e il mio immaginario non fu più lo stesso.

All’epoca non sapevo che quel film fosse tratto da un romanzo, così come ignoravo chi fosse Stanley Kubrick, eppure quella videocassetta divenne ben presto una mia personale ossessione.

Passano gli anni delle elementari e delle medie, arrivo al liceo. Ho sedici anni, e una notte di gennaio vengo ricoverato in ospedale per una sospetta appendicite che – durante un intervento d’urgenza – si rivelerà una più complessa peritonite. L’intervento risulta riuscito, anche se l’incisione che mi hanno praticato è uno slabbro violaceo a cui hanno dovuto dare ben sedici punti chirurgici (uno per ogni mio anno).

Il primario dell’ospedale è amico dei miei genitori – la provincia –, e riesce a ottenere per me una camera singola con un’incantevole vista sulle montagne circostanti, lucenti di neve. La degenza è lunga e noiosa, in più è stato necessario applicarmi un catetere sul fianco destro per smaltire del tutto il residuo dell’anestesia. Superati i primi giorni in cui il dolore ogni tanto mi agguanta sono libero di fare quello che voglio. Guardo la tv – sì, in camera ho anche quella: un lusso – e leggo, soprattutto. Ho con me un romanzo comprato da poco, Shining: dopo aver visto il film decine di volte, mi sono detto che provare finalmente a leggerlo sarà divertente. Mi illudo di conoscere già la storia della famiglia Torrance, intrappolata fra i ghiacci nello spettrale Overlook Hotel. E invece.

Invece avrei ignorato per lungo tempo (internet stava arrivando, ma ancora non era alla portata di tutti) uno degli aneddoti più famosi riguardanti la genesi dell’opera in questione. L’autore stesso ha raccontato infinite volte che si trovava in vacanza in Colorado con la moglie Tabitha e il loro secondogenito, il futuro scrittore Joe Hill (a cui proprio Shining è dedicato). Alloggiavano nello Stanley Hotel (le coincidenze non esistono), a un passo dal parco nazionale delle Montagne Rocciose, nella stanza che sarebbe diventata celebre, la 217. Il loro soggiorno avveniva nel periodo in cui l’hotel si stava preparando alla chiusura invernale: c’era un gran viavai di fattorini e addetti alla manutenzione che stavano verificando fosse tutto in ordine. Una di quelle notti, durante un sogno o un’immaginazione, Stephen King vide con gli occhi della scrittura suo figlio in pericolo. Il bambino stava passeggiando per i corridoi dell’hotel, quando un estintore collocato sulla parete aveva improvvisamente preso vita: la manichetta si era sganciata e, come un serpente minaccioso, si era messa a inseguire l’indifeso Joe. La leggenda vuole che quella visione sia stata uno degli spunti principali per la stesura del romanzo, iniziato proprio nello Stanley Hotel ribattezzato nella finzione col nome di Overlook.

Ecco, l’ospedale di cui ero ospite non era collocato esattamente fra le montagne del Colorado (sebbene le Valli di Lanzo, in provincia di Torino, Piemonte, Italia, siano dignitosissime). Tuttavia come detto era inverno, c’era la neve, e leggere da solo in una stanza illuminata soltanto da una lampada la scena in cui «Quella che esce dalla Vasca» – come la chiama Michele Mari – nuda e in putrefazione aggredisce il piccolo Danny Torrance in un cortocircuito di sesso e morte… mi fece venire lo stimolo di fare la pipì.

Dunque mi alzai con lo sguardo pieno di terrore, dimentico del catetere conficcato nel mio fianco destro, a sua volta collegato a una sacca di plastica fissata sul lato del letto. E dire che mi avevano raccomandato di usare il pappagallo, se avessi avuto bisogno di andare in bagno. Feci un passo, forse un passo e mezzo, finché non udii uno schiocco: snap! Dapprima non capii, ma quando vidi il tubicino del catetere contorcersi come un serpente sul pavimento della camera andai con la mano e poi con gli occhi al mio fianco. Un minuscolo buco poco sopra l’osso del bacino stava pulsando, contraendosi a ogni respiro. Il dolore fu minore dello schifo. Non ricordo se chiamai un’infermiera o se attesi la mattina dopo – vergognandomi non poco – per farmi medicare la ferita. L’unico ricordo che ho, oltre alla piccola cicatrice accanto a quella più evidente dell’intervento vero e proprio, è quel brivido irripetibile che leggere Shining a sedici anni mi regalò.

Si smette mai di essere figli? Noi siamo i nostri genitori? O forse abbiamo paura di diventare i nostri genitori? Sono solo alcuni degli interrogativi sollevati da Shining, terzo romanzo dato alle stampe da Stephen King (e che ha il merito di introdurre il personaggio secondario ma indimenticabile di Dick Hallorann, che anni dopo farà una comparsata proprio in It).

Il Jack Torrance che ci presenta il Re nelle prime pagine è qualcuno che ha strettamente a che fare con il proprio passato (prima che col passato dell’Overlook Hotel): ex insegnante, ex alcolista, ex scrittore di successo, ex padre modello, ex marito esemplare, Jack è un uomo che in quel momento, come può capitare a tutti noi, non sa più chi è. Un uomo che ha avuto un padre alcolista e violento in cui si rivede – proprio come sua moglie Wendy si rivede nell’insopportabile madre –, un uomo la cui maggior paura è quella di trasformare il figlio di cinque anni nella sua fotocopia, assecondando una catena genetica senza scampo (e chi ha letto il seguito, Doctor Sleep, sa che Jack ci aveva visto giusto). Quando si trova di fronte a un bivio, intuisce che l’ingaggio come guardiano dell’Overlook è l’ultima occasione della vita. Un’occasione che, se sei fortunato, ti è data in sorte una volta sola: ricominciare da zero. Ma Jack si merita quel possibile riscatto? Del resto ha alle spalle una serie di clamorose stupidaggini che avrebbero potuto rovesciarsi in tragedia.

In una scena esemplare del romanzo Jack è in auto di notte con l’amico Al, reduci entrambi da una sbronza colossale. A un certo punto la Jaguar, dopo una curva affrontata a tutta velocità, incontra una bicicletta nel bel mezzo della strada: impossibile evitare l’impatto. La bici schizza verso il cielo, e chi vi era a bordo finisce verosimilmente sotto le ruote dell’auto. Quando la Jaguar arresta la sua corsa, i due scendono per constatare l’entità del danno. Ma la strada, se si eccettua la carcassa della bicicletta, è sgombra. Si mettono a cercare tutt’intorno un ferito grave, o un cadavere: nulla. Sembra inoltre che nessuno li abbia visti, quindi sconcertati tornano a casa in perfetto silenzio. Il giorno successivo sui giornali locali non c’è traccia dell’incidente, né tantomeno di un morto. Questa specie di segnale, un avvertimento divino in piena regola, fa sì che Al smetta di bere all’istante, mentre Jack continuerà imperterrito a ubriacarsi, scegliendo di essere se stesso. E quando, dopo aver mandato all’aria il suo lavoro come insegnante riesce finalmente a chiudere con l’alcol, gli si presenta l’Overlook Hotel. Forse, si dice accettando l’incarico, i mesi in cui sarà isolato con la sua famiglia saranno utili per terminare la stesura del libro in cui è impantanato da troppo tempo, e magari riuscirà a dare uno scossone alla sua carriera di scrittore. Sappiamo tutti che le cose andranno diversamente. Del resto, non c’è nulla di più fantasmatico di un hotel: un posto che ha ospitato molte altre persone prima di te e altre ne accoglierà dopo il tuo passaggio, eppure chi ci lavora si ostina a simulare tu sia il primo, o addirittura l’unico, ospite di quella stanza.

Shining è insomma un romanzo sulle responsabilità, un romanzo sul matrimonio, sul diventare adulti, sul passare una soglia o non passarla mai. Un romanzo sulle dipendenze: non solo dall’alcol, ma dai demoni che ciascuno di noi fabbrica a propria immagine e somiglianza. Un romanzo a cui sono molto legato, si è capito: venne pubblicato nel 1977, mentre il film – tanto vituperato da King anche a distanza di anni – è del 1980. Io sono nato nel 1979, dunque questa storia mi è coeva.

Tiziano Scarpa alcuni anni fa formulò la «teoria delle aureole». In soldoni: come fa il lettore di fumetti, leggendo una storia di Paperino, a capire che la 313 che il papero aveva parcheggiato sul marciapiede di fronte a casa sua non c’è più? Dal contesto, ovvio. Ma anche e soprattutto tramite l’espediente grafico utilizzato da chi i fumetti li disegna: cioè i trattini che, espandendosi a raggiera, segnalano l’assenza.

Grazie alla teoria delle aureole, capii che Shining è un romanzo in cui a brillare davvero è l’idea che il terrore nasca dall’assenza, o meglio ancora dalle mancanze. Il cinema magari non poteva rappresentare sesso e morte, ma le parole erano uno strumento perfetto per evocare il vuoto: i nostri fantasmi. Le presenze, anche se maligne o soprannaturali, fanno meno paura delle assenze.

Marco Peano è nato a Torino nel 1979. Si occupa di narrativa italiana per la casa editrice Einaudi. L’invenzione della madre (minimum fax 2015) è il suo primo romanzo.
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