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Expo e le macerie nello specchio della sinistra

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(fonte immagine)

di Monica Pepe

L’espressione “violenze al limite dell’autolesionismo” utilizzata da Luca Fazio sul Manifesto, all’indomani del corteo No Expo di sabato scorso ha tracciato meglio di altre quanto accaduto. Grazie a queste violenze il modello Expo ha vinto il primo round della digeribilità e della simpatia e ricompattato un’opinione pubblica ormai agonizzante. “Mi dispiace per quei ragazzi che hanno un concetto distorto della libertà” ha detto in maniera autentica una giovane donna di Milano mentre il giorno dopo ripuliva strade e muri. Ciononostante sin dal lunedì successivo, la forza del ragionamento è ripresa grazie a persone come Pietro del Soldà che a “Tutta la città ne parla” su Radio3 ha fatto parlare molte voci contrarie all’Expo. Una, interessante, chiedeva come mai i milanesi non sono scesi in piazza quando sono scoppiati in fila indiana scandali e tangenti.

Non credo che occorra riesumare trattati sulla psicologia delle masse per capire che non ti porterai mai nessuno dalla tua parte sfasciando tutto, non è certo così che “la folla senza testa” si identifica con il suo simile, al contrario si salda come una molla con il Capo. Pensare di produrre consapevolezza durante il climax della formalizzazione postcapitalistica erigendo la violenza come contronarrazione, vuol dire non avere neppure la consapevolezza di quanto si venga inghiottiti nello stesso disegno, diventandone lo scarico.

La violenza seduce perché mortifera e ancestrale ma non dispiega mai un principio trasformativo e imprendibile per il potere. Anche se esiste e appartiene a tutti indistintamente nelle sue diverse remote origini, la violenza è sempre fascista, e non produce mai l’alternativa. Credo che l’esperienza amara del branco mediatico sarà una spinta a crescere per Matteo ‘Tia’ Sangermano, il ragazzo che ha rivendicato in video la bellezza e l’emozione di trovarsi in mezzo alla distruzione, senza sembrare consapevole di cosa fosse Expo. “Io quando sono in mezzo ai disastri sono contento comunque, e quando c’è casino faccio casino anch’io”. Peccato che il padre gli abbia dato del ‘pirla’ senza pensare  quanto questa cosa lo riguardasse. Credo ce ne fossero molti come Tia all’interno del Corteo, a parlarci della piccola Isis nostrana, della violenza come afonia della rabbia giovanile, di cui né alla politica nè alla società degli adulti frega qualcosa, lisci come l’olio nel poter scaricare su tecnologie e social network la non consistenza dei ragazzi e delle ragazze di oggi. Vogliamo chiederci perché fanno tanta fatica a crescere, e cosa ci stanno dicendo?

Senza più padri né guide morali, è tutto sommato la migliore generazione della inedita epoca della anaffettività sociale e incorporea conclamata.

“Dovete ritenervi fortunati a non avere più delle guide che vi intralciano. E poi avete la rete!”. Emblematica a un convegno tempo fa, la risposta di un giornalista di esperienza a una ragazza che si chiedeva come farà la sua generazione senza punti di riferimento, senza intellettuali a cui guardare. Complimenti per la sconfitta.

Sappiamo bene che i rapporti di forza sono saltati da tempo. Una voragine di identità e di rappresentanza politica ha inghiottito da anni la sinistra in Italia, in una frattura temporale che ha scollato in un tempo rapidissimo una esperienza mentale del mondo da un’altra, che ha coinciso con la perdita di contatto tra una generazione e un’altra.

Riappare fantasmatico l’errore storico della sinistra italiana. L’aver pensato che il progresso dipendesse da questioni teoriche e politiche e non, come è, dalla trasformazione dei vissuti delle persone. Più che un errore una catastrofe, laddove senza neanche più la forza delle ideologie le macerie del postcapitalismo sottraggono in via definitiva la società come affaccio sul mondo. Peggio ancora, l’impellenza delle giovani generazioni di voler uscire dalla istituzione famiglia – la cellula sociale più reazionaria e conservatrice che esista – e poter mettere costi quel che costi nel piatto della vita Autonomia, Progetto, Creatività, per la conoscenza di sè, per produrre contatto con se stessi e con la propria storia. E sebbene condivida larga parte di quanto dice Bifo nel suo post “Dalla parte dei teppisti” credo che accanto e in mezzo ai tremila (?) che spaccavano le vetrine e ai 17.500 che lavorano gratis per il vergognoso modello Expo, ci sono giovani che lottano ogni giorno per avere un lavoro, un’autonomia, un progetto di vita, nonostante la sottrazione della dignità e dei diritti. Non sono degli sconfitti, sono ragazzi e ragazze che non si arrendono perché godono del contatto con la loro vita.

Tutto rema contro la naturale spinta al cambiamento che viene dalla forza rivoluzionaria dei giovani contro cui si accanisce un sistema di mummie viventi di potere, anche quando hanno 40 anni come Matteo Renzi. Ma è solo colpa del potere?  O i giovani di oggi parlano di un fallimento depositato da una intera genealogia di padri? Ormai possiamo arrivare ai nonni.  Insegniamo ai ragazzi a combattere davvero. La pornografia di cui ha parlato Christian Raimo a proposito degli scontri si combatte con le passioni vere, immaginate e vissute. Sappiamo ancora farci travolgere, sappiamo ancora trasmetterle?

Terra, cibo, tradizione e futuro è quanto ha offerto Genuino Clandestino a Milano con un banchetto allegro e contadino in piazza XXV aprile domenica 2 maggio (dopo aver partecipato il giorno prima alla manifestazione), avvicinando tante persone anche grazie alla presenza di un uomo leggendario, pieno di ogni dignità e umanità: Hugo Blanco, 81 anni di cui 60 spesi per le lotte per la terra in Perù e a fianco degli Indios. Prendo le parole del suo ultimo libro “Noi, gli Indios” (Nova Delphi) e anticipo l’obiezione: sono parole irrealistiche? Forse dovremmo chiederci di quale realtà è fatta la nostra vita di ogni giorno.

Ecco quello che scrive Blanco: “Un mondo d’amore, un mondo senza guerre, dove il lavoro non sia un peso ma un piacere, un mondo dove non ci sia fame nè ingordigia, dove non ci sia repressione sessuale e quindi dove non ci sia voracità sessuale, dove tutti abbiano una casa e non ci siano potenti in grandi palazzi, dove per salire non sia necessario calpestare la testa di un altro dove nessuno cerchi di essere il più intelligente, la più bella, il più forte, il migliore dove usiamo solo ciò che ci serve non ciò che ordina la pubblicità e la moda, dove possiamo essere diversi e amarci, dove ci rivolgiamo a Madre Natura con l’amore di figli, non come suoi nemici dove il tempo sia per vivere non per produrre e consumare un mondo che non sarà come io voglio ma come l’umanità che lo costruisce deciderà, un mondo di luce che appena possiamo scorgere fra le tenebre in cui viviamo, costruiamolo”.

Commenti
4 Commenti a “Expo e le macerie nello specchio della sinistra”
  1. Cosimo K scrive:

    Cara Monica Pepe,

    questa sua analisi induce un desolante sentimento di prostrazione. È piena di inesattezze, luoghi comuni, velleitarismi. Iniziando dalla parola “postcapitalismo” che per me è parola vuota, visto che, per come immagino la intenda lei (discorso sulle nuove tecnologie, internet, proprietà intellettuale), il capitalismo è vivo e rapace più che mai e il prefisso post ne suggerirebbe il superamento dei principi fondanti, cosa lontanissima dal vero. Parli se vuole di neocapitalismo o di capitalismo digitale, ma il postcapitalismo non c’è ancora ed esiste, per quanto ne so io, solo nelle idee, per me poco convincenti, dell’economista Jeremy Rifkin e dei suoi seguaci. Anche il discorso sulla violenza lascia perplessi: “Anche se esiste e appartiene a tutti indistintamente nelle sue diverse remote origini, la violenza è sempre fascista, e non produce mai l’alternativa.” Pensa che la Rivoluzione Francese o la Liberazione d’Italia dal Nazifascismo si sarebbe data senza l’uso della violenza? Suvvia, evitiamo queste dichiarazioni di pseudo morale e restiamo nello specifico. La violenza non è solo ancestrale ma può essere calcolata e pianificata, come la storia ci insegna fin troppo bene. Da un punto di vista filosofico, condannare la violenza indistintamente è immaturo e velleitario. Il giudizio sulla violenza va storicizzato e contestualizzato e non può essere affidato semplicemente al desiderio legittimo di un mondo ideale. Il “potere” capitalista teme la violenza rivoluzionaria o rivoltosa delle masse oppresse e cerca di prevenirla, bloccarla, contenerla, reprimerla con vari metodi: tra questi la violenza poliziesca, ma anche il moralismo delle classi dominanti e la macchina del consenso di cui il moralismo ne è efficace motore. Il potere (lo intenda al plurale naturalmente), grazie al moralismo, esercitato come condanna soprattutto sui piccoli gruppi autonomi, crea (in questo le do ragione) consenso e svuota, agli occhi del conformista, le ragioni della protesta, ben sapendo però che la non violenza è cosa altrettanto innocua per il sistema e facilmente controllabile nelle democrazie contemporanee o postdemocrazie (come alcuni ormai a ragione teorizzano). Quali manifestazioni pacifiche negli ultimi anni hanno cambiato in modo rilevante le politiche governative degli stati nazionali? Pochissime o nessuna, mi sento di sostenere. Unirsi dunque, anche se con le risapute differenze, al coro dei moralisti di Stato, come fa lei, L. Fazio, C. Raimo, è una bella musica per le orecchie dei reazionari e li aiuta nel quotidiano lavoro di contenimento dei conflitti. Tornando alle parole poi, che spesso parlano al di là delle intenzioni di chi le scrive, come si fa a dire “la piccola Isis nostrana”? Che disinvoltura qualunquista! Che spericolatezza retorica! Le metafore dovrebbero illuminare la realtà, lei invece le usa, scorrettamente, per dare forza al suo ragionamento, mettendo tutto nello stesso calderone (macchine incendiate e uomini bruciati vivi, vetrine scassate ed esseri umani decapitati) della sua retorica pseudo ghandiana. Lei dice che “non ci sono più padri e guide morali” e anche qui sembra di sentire “generazione di sconvolti che non ha più santi nè eroi” del Vasco Rossi di Siamo solo noi. Ma se lei ritiene di voler dare un apporto ad un dibattitto di tale rilevanza, dovrebbe fare uno sforzo maggiore e cercare di andare oltre certi facili cliché. Qui si tratta di perdita dell’egemonia culturale dei “marxismi” e non di santi, eroi, padri, guide spirituali. Come dice Bifo, questo tempo l’hanno vinto “loro” e a “noi” ci è richiesto di capirne il perché, di essere più intelligenti e meno conformisti. A chi scrive sui pubblici fogli poi, si richiede in più il rigore della lingua e dell’analisi. I banchetti “allegri e contadini” ben vengano, ma lei sa benissimo che sono poca cosa rispetto alla patinata furia del neocapitalismo. Il ferro e fuoco di Milano non cambia le cose di una virgola, se non per i pur rispettabili drammi individuali di chi ha avuto un vetro rotto o una macchina bruciata, e ancora una volta ha ragione Bifo quando lo legge come il segno di una disperazione che cresce sotto l’asfissiante cappa dell’impero, senza, al contrario di lei e di altri, come lei, dargli quella rilevanza politico-strategica, e senza soprattutto ergersi a paladino della morale di un mondo che riesce ad essere morale solo nei propri orticelli. Ecco, il problema più grande della sinistra italiana adesso, è di non sapersi più proclamarsi forza rivoluzionaria, di non avere più il coraggio di andare oltre il conformismo e il moralismo delle classi dominanti.

    Con cordialità,

    Cosimo K

    https://cosimok.wordpress.com/lettere-dallesilio/

  2. Monica Pepe scrive:

    Gentile Cosimo,
    mi spiace che si sia così irritato. Sulla questione della violenza penso che processi storici come la Rivoluzione francese o la liberazione dal nazi-fascismo corrispondano al senso politico della ribellione
    che un popolo matura in un processo storico e non penso possano essere paragonati a quanto
    accaduto all’inaugurazione dell’Expo.
    Per il resto diceva Shakespeare “Ci vuole un padre saggio per conoscere
    il proprio figlio”.
    Un saluto cordiale
    Monica

  3. Cosimo K scrive:

    Cara Monica,

    ovviamente non paragonavo i fatti di Milano alla Rivoluzione francese, ma facevo un discorso più generale sulla violenza politica che non mi sembra lei abbia saputo o voluto cogliere. La storia poi non può essere esclusiva e tutto, anche il minimo movimento, rientra nel suo tempo lungo. Il discorso sui padri, saggi o no, in questa Italia forgiata sul mito del padre, suona ancora una volta troppo conservatore.

    Saluti cordiali,

    Cosimo

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