fabrizio

Fabrizio De André – Principe libero: Una nota degli sceneggiatori

fabrizio

Fabrizio De André – Principe libero sarà nelle sale di trecento cinema italiani il 23 e 24 gennaio; quindi verrà trasmesso da RaiUno il 13 e 14 febbraio. Di seguito pubblichiamo una nota degli sceneggiatori della miniserie, Giordano Meacci e Francesca Serafini, che ringraziamo.

di Giordano Meacci e Francesca Serafini

Nel novembre del 1992, dopo aver letto un nostro studio linguistico delle sue canzoni, Fabrizio De André decide d’incontrarci. E nella circostanza, per renderla definitivamente memorabile, accetta anche di regalarci una sua testimonianza da pubblicare nel libro (La lingua cantata) in cui poi sarebbe confluito il nostro saggio universitario. In quel contesto, Fabrizio ci raccontò di come le persone incontrate nella realtà, rielaborate in base alle sue esigenze artistiche, nelle canzoni diventavano personaggi: “Una memoria che mi arrivava già distorta quindi, proprio come la volevo, altrimenti mi sarebbe servita tutt’al più per la stesura di un articolo di cronaca”.

Quelle righe, subito condivise in complicità con Luca Facchini (che ha seguito e incoraggiato la scrittura), sono state la nostra bussola in questo lavoro. Fin dal primo giorno, non siamo stati mossi da un intento documentaristico ma piuttosto dalla volontà di dedicare a Fabrizio la nostra canzone, naturalmente eseguita sulla falsariga della sua biografia che grazie a Dori Ghezzi abbiamo potuto approfondire e scandagliare ben oltre la narrazione pubblica di questa icona del secondo Novecento. Abbiamo cercato, così, un Fabrizio tutto nostro, vicino a quello realmente esistito e che avevamo avuto la fortuna di incontrare, ma rivisitato secondo la lezione che avevamo appreso proprio da lui, anche quando parla di tradimento voluto per le sue traduzioni da Dylan e Cohen.

Si è trattato in sostanza – per dirla con le parole di Attilio Bertolucci – di un racconto “inventato dal vero”; e trasformato poi, in fase produttiva, in un universo fittizio in cui Fabrizio ha la voce di Luca Marinelli e Dori gli occhi scuri di Valentina Bellè: anche queste scelte non casuali, per segnalare nettamente una distanza necessaria da una realtà nota a tutti – e in ogni caso irraggiungibile – che nessuno di noi voleva ridurre a un’imitazione che rischiava di diventare caricaturale, provando piuttosto a rielaborarla in qualcosa di dichiaratamente altro, come abbiamo poi esplicitato nell’ultima scena ambientata a teatro.

Per onestà nei confronti dello spettatore, il gioco di finzione è svelato fin da subito, quando è il padre a regalargli la sua prima chitarra (nella realtà, regalo della madre, come Fabrizio ha dichiarato in un’intervista). Un gesto simbolico per sottolineare nel nostro racconto – incentrato sul conflitto costante del protagonista con tutte le forme di limitazione della sua libertà – l’importanza di questo rapporto e anche la sua specialità. Perché Giuseppe ha rappresentato sì per Fabrizio la prima forma di autorità con cui il suo spirito anarchico è entrato in contrasto, ma allo stesso tempo è stato anche l’uomo saggio e amorevole che ha sempre compreso e incoraggiato il talento del figlio.

Per arrivare a questo, siamo partiti da un lavoro meticoloso di documentazione (con un’attenzione particolare alla famiglia: i genitori Luisa e Giuseppe; il fratello Mauro; la prima moglie Puny e il figlio Cristiano; e poi Dori, naturalmente, e la figlia Luvi), ma quel materiale, per forza di cose, una volta studiato imponeva delle scelte di carattere drammaturgico, portandoci a selezionare drasticamente tra gl’incontri importanti per Fabrizio sia privati sia professionali solo quelli che ci permettevano di raccontarlo nelle fasi determinanti delle sue scelte di vita. E di questa necessità abbiamo dovuto convincere Dori Ghezzi, cercando di superare le sue resistenze, dovute alle rinunce che le proponevamo, per lei tanto più dolorose da accettare perché pienamente consapevole dell’importanza che certi amici e tutti i collaboratori hanno avuto per il vero Fabrizio.

E così, il nostro Paolo è il Paolo Villaggio del periodo genovese, e però assume anche su di sé la funzione narrativa di sintesi di tutte le frequentazioni di quegli anni; così come il nostro Luigi rappresenta Luigi Tenco ma anche gli altri amici artisti della cosiddetta “scuola genovese”. O, per fare un altro esempio, Riccardo è il poeta Mannerini con cui Fabrizio ha ideato il suo primo concept album (Tutti morimmo a stento) e però anche il rappresentante dei grandi artisti che negli anni hanno collaborato con lui e che abbiamo scelto di non sacrificare riducendo i loro ruoli ai pochi minuti che avremmo avuto a disposizione se li avessimo messi in scena tutti.

Una selezione che, procedendo per punti di svolta intorno al tema della libertà negata, ci ha dato modo –sia pure con qualche sfasatura ricercata – di attraversare gli anni incentrando l’attenzione su alcuni episodi cruciali: in un tempo narrativo ristretto nel primo episodio (un romanzo di formazione a sé) e dilatato nel secondo, dove sono raccontati anche i mesi del sequestro in cui il tema esplode perché la libertà è violata del tutto(e dunque cambia anche il punto di vista: prima di allora, infatti, focalizzato esclusivamente sul personaggio di Fabrizio e in quella zona invece polifonico).

Cercando in questo modo di evocare – evocare soltanto – le atmosfere e gli ambienti in cui Fabrizio si è formato (la Genova bene e quella dei caruggi), quelli che ha dovuto subire come imposizione (dagl’impegni legati al suo lavoro, alla forma più estrema nei mesi del rapimento), fino a quelli scelti con amore insieme a Dori (dalla Milano del “residence Ghezzi” alla campagna sarda della loro tenuta in Gallura).

Gli ambienti in cui si è mosso l’uomo prima ancora che l’artista, in un racconto riluttante a ogni forma di agiografia – uno spettro costantemente seduto al tavolo di chi, come noi, ha sempre considerato Fabrizio De André il proprio Gesù Cristo personale e, alla maniera della sua Buona novella, si voleva cimentare in una versione apocrifa e umanissima – e in cui si è cercato di evitare ogni giudizio possibile sui personaggi, provando a tratteggiarli nella continua e sorprendente alternanza di cadute e di gocce di splendore. Così come Fabrizio ha sempre fatto nelle sue canzoni che – anche a non voler essere agiografici – possiamo tutti riconoscere come i suoi miracoli.

Commenti
Un commento a “Fabrizio De André – Principe libero: Una nota degli sceneggiatori”
Trackback
Leggi commenti...
  1. […] è successo che ho letto una cosa scritta dagli sceneggiatori (Giordano Meacci e Francesca Serafini), i quali parlano di “tradimento voluto”, “memoria […]



Aggiungi un commento