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“Fai bei sogni”. Intervista a Valerio Mastandrea

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Valerio Mastandrea è cresciuto a Garbatella, ma da qualche anno si è trasferito nel vicino rione Testaccio, dove sembra aver fatto parecchie amicizie. Questa intervista si svolge su una panchina di piazza Testaccio dove ognuno che passa lo saluta: ciao Valè. Il più delle volte lui risponde solo ciao. Segno che i nomi non li sa. «Non è vero, certi li conosco, ma questa è una piazza particolare: se faccio una partitella con mio figlio e gli altri ragazzini dopo scuola, il pallone non finisce mai per strada, lo ripassano tutti, dalla bambina di un anno all’ottantacinquenne che non si regge in piedi. Bello, no?».

E qui finisce la spensieratezza, perché Mastandrea tanto spensierato non è, e poi l’intervista è su Fai bei sogni, il film che Marco Bellocchio ha tratto con le libertà autoriali del caso dal dolentissimo bestseller di Massimo Gramellini. Interpretato, appunto, da Mastandrea. Per i pochi che ancora non lo sanno, è la storia, vera, dell’autore che a nove anni ha perso la madre amatissima: gli hanno fatto credere o si è ostinato a credere che, debilitata da un intervento per un tumore, se l’era portata via un «infarto fulminante».

Solo quarant’anni dopo, la migliore amica della mamma gli rivelerà che si era suicidata buttandosi dal balcone. Incapace di affrontare il tormento delle terapie e convinta di non poter guarire. Tra lutto, rabbia, non detto, abbandono, rimozione, la catastrofe è immaginabile. Poi c’è l’accettazione del dolore. Faticosissima, liberatoria.

Sebbene mondi e stili di Bellocchio e Gramellini siano assai distanti, la tematica è congeniale al regista e alla sua spiccata consuetudine con i drammi familiari, a partire dal figlio psicolabile e nazistoide di I pugni in tasca che, 51 anni fa, spingeva la madre cieca in un burrone. Anche Mastandrea e Gramellini sono piuttosto diversi. «In un’intervista, davanti a me, Bellocchio raccontava che mi ha scelto per una certa tristezza che emerge anche quando devo far ridere o alleggerire una situazione. Gli ho detto: grazie Maestro! Allora l’ha un po’ aggiustata: intendeva malinconia, non tristezza. Insomma il succo è che questa roba qui l’ha convinto, perché voleva trattare il dolore e l’accettazione del dolore attraverso un attore che, per grandissima comodità – questo lo dico io – ha lavorato di sottrazione per tanti anni e così ha trovato un modo di stare davanti alla macchina da presa».

Il prescelto non ha neanche provato ad assomigliare nel fisico, nei modi o nell’accento sabaudo a Gramellini, che peraltro ha una presenza mediatica consolidata, visto che è in televisione tutte le settimane. E non ha letto il libro. «Perché so che un film è diverso da un libro e ho preferito cercare il personaggio nel copione, inventandomelo. Mi è successo anche con Rugantino: Garinei, che mi ha dato del lei a vita, si raccomandava: “Guardi i precedenti, guardi i precedenti”. Gli risposi: “Dottore, non vorrei sembrare spocchioso, ma preferirei trovarmelo da solo, Rugantino”. E pure quando ho girato Un giorno perfetto con Ozpetek, il romanzo della Mazzucco non l’ho letto».

Ora sembra che Mastandrea sia refrattario alla lettura, non è così, anzi: i film tratti da romanzi che gli sono piaciuti non va mai a vederli. Spera che il milione e mezzo di lettori di Fai bei sogni non la pensino come lui: «Ma, se avessi letto e amato il libro, l’unica cosa che mi manderebbe al cinema è che c’è Marco dietro: ha fatto un film pulito, non ruffiano, sviluppando in maniera mai banale una materia delicatissima».

Gli è piaciuto lavorare con Bellocchio. Con lui aveva fatto un provino per Buongiorno notte, all’inizio di questo secolo: il ruolo era quello del terrorista più giovane. Gli fece dire una battuta, lui eseguì. Gli chiese di riprovarla come se avesse 18 anni e non trenta, specificando che non doveva parlare diversamente, solo con una diversa coscienza di sé. Non funzionò, ma Mastandrea quella lezione se l’è ricordata.

Stavolta il provino è andato bene. E i mesi sul set sono stati un’estasi professionale. Veniva dalle fatiche di Non essere cattivo il film del suo amico e maestro Claudio Caligari che non trovava finanziatori e stava per morire di cancro: si era dannato per aiutarlo, trovare i soldi e chiudere il film. Ci era riuscito, anche molto bene, e aveva capito che fare l’attore, solo l’attore, è bellissimo. «Lavorare con Marco è stata una consacrazione di questo pensiero. Perché è un regista che, quando fai una scena con motivazioni condivise nella ricerca di qualcosa di nuovo, è il primo a mettere in discussione obiettivi e risultati, e quando te lo comunica lo fa con una chiarezza e un’originalità che ti mette sempre in moto un pensiero critico sul personaggio. Lavora molto sugli attori. E arriva a tutti».

Gli chiedo un esempio pratico di questa abilità. Ci pensa un po’ e tira fuori la scena in cui Gramellini, appena uscito da una crisi di panico, va in ospedale e incontra una dottoressa, interpretata da Bérénice Bejo, che lo ascolta e che avrà un ruolo importante, anche sul fronte sentimentale, nella vicenda. «Abbiamo girato, era venuta bene, poi a pranzo Marco ha detto che voleva rifarla. Bérénice, attrice stratosferica, è franco-argentina e lui le parlava in italiano lentamente, e un po’ in francese, chiedendole cose molto difficili da recepire: le spiegava l’atmosfera che voleva tirare fuori da quell’incontro.

Non doveva metterci seduzione, ma grande comprensione, doveva chiedersi perché quell’uomo le interessava, ma doveva anche ricordarsi di essere un medico, quindi entrare e uscire dall’empatia. Quando abbiamo rigirato, lei l’ha fatta proprio così e io sono rimasto senza parole. Letteralmente. Ho dimenticato di darle le battute».
Mastandrea la sa lunga sulle crisi di panico. I primi attacchi a 16 anni. Scherzando, si definisce un pioniere della materia: è lui che l’ha introdotta a Roma Sud. Aggiunge che questa l’ha già detta in un’altra intervista e non me la posso rigiocare. Oggi non li ha più e li rimpiange, perché certe oscurità in cui si entra da adulti sono anche peggiori. «In confronto, l’attacco di panico è una cosa sana, è come quando buchi una gomma: è un sintomo, il segnale che hai preso una strada sbagliata, o non hai controllato la pressione. Non serve la pecetta, devi cambiare la gomma, o la guida».

A Bellocchio non ha raccontato i trascorsi panici: «Non credo ce ne fosse bisogno, sono uno con l’ansia manifesta. Fai bei sogni mi riguarda parecchio, è una delle ragioni per cui ho voluto farlo. Come molti altri attori, questo lavoro devo usarlo anche per affrontare i miei problemi. Che ruotano, oltre ai guai della vita e del mondo, su un rapporto troppo coperto con le emozioni. Il tema del film è proprio questo: se eserciti le esperienze solo con la testa ti può andare bene per un po’, ma solo quando ti abbandoni a non pensare più, e apri la porta che hai sbarrato per difenderti, puoi vivere meglio».

Ad aprire quella porta ci ha provato la prima volta una sera del 1991 mentre, nella sua fugace esperienza da studente di Lingue, faceva gli esercizi di cirillico, con la tv accesa ma in sottofondo. Al Maurizio Costanzo Show un ragazzo raccontava i fatti suoi. Decise di andarci anche lui. Scrisse una paginetta, un dialogo col suo Super-io sul perché voleva andarci, telefonò al 12 – servizio informazioni della Sip – chiedendo l’indirizzo della redazione e lo spedì. Naturalmente lo chiamarono. E lui accettò di corsa. «Con grande terrore. E perversione. Perché c’era anche una grandissima voglia di apparire e trovare consenso. Continuo a considerarla un’esperienza umana fondamentale, non perché mi ha fatto diventare attore, ma perché mi ha aiutato a uscire da quel corridoio tra la fine dell’adolescenza e il mondo adulto».

Ora in tv ci va il meno possibile. È così Mastandrea, uno dei migliori attori italiani, sensibile, lunatico, intenso, misurato, che solo Bellocchio è riuscito a far ballare, in una scena incantevole. Un attore di alto livello. E popolare, anche troppo. Ora dice che ha cominciato a selezionare, ma che con gli obblighi della continuità bisogna fare i conti e che a certe imprese anche un po’ dissennate si partecipa per puro divertimento. «E poi sono stufo di quelli che, visto un film, mi dicono sei bravissimo, e basta. Il sottinteso è che il film non gli è piaciuto. È come giocare a pallone, fare a doppietta, ma perdere 4 a 2. C’è stato un periodo in cui magari potevo pensare solo ai cazzi miei: facevo la partita nel miglior modo possibile, se poi gli altri non ci arrivavano, problemi loro. Ora voglio partecipare a un film che mi piace anche guardare».

Paola Zanuttini è nata a Roma nel 1954. Lavora a La Repubblica dalla sua fondazione e da oltre vent’anni è inviato del Venerdì per il quale si occupa di società, esteri e cultura. Per minimum fax ha scritto Nato a Casal di Principe. Una storia in sospeso insieme ad Amedeo Letizia.
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