i cavalieri dello zodiaco

Fame di realtà e l’inattualità della narrazione lineare

Carlotta Susca prende spunto da «Fame di realtà» di David Shields e ci propone il suo punto di vista su che cosa «si dovrebbe» scrivere oggi.

di Carlotta Susca

C’è un momento, nell’adolescenza di tutti noi, in cui abbiamo frequentato comitive di persone che non conoscevamo benissimo. Amici di amici, compagni di classe del liceo, gruppi a cui ci siamo affiliati per seguire i nostri primi segreti amori, poi rivelatisi inevitabilmente disastrosi. In questi periodi di iniziazione crudeli e indimenticabili, poi opportunamente romanzati e trasformati dall’azione narrativa della nostra memoria, quasi sempre potremo isolare il momento dei cartoni animati condivisi. Nella variante più comune dalle mie parti si trattava di cantare a turno una sigla per intero, senza sbagliare le parole, accompagnati dal coro di chi non riusciva a trattenersi dall’entusiastico trasporto che la malinconia del felice tempo andato dell’infanzia alimentava.
In quei momenti, in maniera confusa (poi razionalizzata e ora con fondamento teorico), pensavo che la televisione avesse fornito a tutti un passato condiviso. Non solo i giochi per strada ci univano a uno sparuto gruppo di amici, rigorosamente residenti nella stessa via della nostra casa da bambini, non solo la scuola elementare aveva allargato i nostri giri sociali mettendoci in contatto con gli abitanti del quartiere e poi la scuola superiore ci aveva resi ormai cittadini della provincia, e impegnati in scontri campanilistici al suono delle differenze di pronuncia della ‘o’ più o meno chiusa: in tutto quel tempo, e da prima, e ancora adesso, la nostra realtà quotidiana era ed è costituita da ciò che vediamo, e se da adulti siamo sempre più ciò che scegliamo di vedere (la filmografia completa di Wong Kar Wai o Il grande fratello, e ciò che si colloca nel continuum fra i due spettacoli), da bambini il nostro immaginario si è livellato su Heidi e I cavalieri dello zodiaco e poco altro.
Il lungo preambolo per preparare due riflessioni:

• quando in Fame di realtà David Shields parla della nostra realtà quotidiana sa che non c’è Realismo possibile, in letteratura, che non tenga conto di ciò che abbiamo visto in televisione, e sa anche, bene, che

• anche quello che ci è successo veramente non è detto che sia avvenuto come lo ricordiamo, perché la nostra memoria è ingannevole: non perché non ci consenta la vividità dei dettagli, no, quello è scontato, bensì perché ciascuno di noi è il narratore di se stesso, e si racconta storie manipolando – consciamente o inconsciamente – in maniera consistente la base di partenza.

La conclusione a cui si giunge leggendo Shields è che la questione della realtà non riguardi solo il modo in cui compare nei libri, ma che sia da considerarsi a livello ontologico, e si possa cioè riassumere nell’interrogativo: Esiste la realtà? Ci sono referenti comuni, patrimoni di immagini e di storie lette e viste da cui possiamo attingere per creare una base comune di partenza, ma tutto ciò che saremo in grado di produrre, anche solo nel ricordo, sarà una personale rielaborazione narrativa: non esiste la realtà oggettiva, non ce n’è una sola (con buona pace dei propugnatori del New Realism). Quando Shields parla della commistione di realtà e fiction, e della deriva memorialistica di questa, e dell’artefazione di quella, non chiama in causa solo la carta stampata, no: è la realtà stessa ad essere impastata con la finzione, e in ogni impasto gli ingredienti finiscono per mischiarsi e confondersi.

Considerato come saggio Fame di realtà, con la sua forma di collage di citazioni anonime organizzate per argomenti, è una buona analisi delle problematiche principali della narrativa contemporanea, ma se preso per Manifesto crea la fastidiosa impressione di eco dell’Avant Pop: non si può auspicare, per la letteratura, che il caos delle interconnessioni aumenti e che il frammento cancelli la possibilità di narrazioni distese. Shields nega, giustamente, che la linearità del racconto abbia un futuro, ma esistono altre forme: anelli di Moebius, doppie eliche, frattali: il romanzo è ancora possibile, solo che, proprio perché siamo anche spettatori e internauti, da lettori gradiamo un po’ più di agilità narrativa, indizi nascosti, che si richieda il nostro sforzo di cooperazione interpretativa; vogliamo fuochi d’artificio e vogliamo contenuti, e pretendiamo di essere stupiti e istruiti.

Lo scambio fra vita e racconto, fra realtà (o presunta tale) e finzione spinge tutti, autori e lettori, al rialzo, coinvolge l’Io autoriale e quello del fruitore. Le ruote dell’ingranaggio letterario, che il lettore è portato ormai a sentir ruotare, devono essere esposte, mostrate, ma deve essere funzionale al racconto che lo siano.

Il rischio insito nella situazione letteraria contemporanea è che aumenti il divario fra letteratura e fuffa, che si posizionino in campo da un lato i Wallace, Vila-Matas, Pynchon, e dall’altro gli scrittori che credono che il Realismo tradizionale, travestito da New, sia la via giusta da intraprendere, e che quindi ci propineranno inattendibili e inattuali storie lineari. Al Realismo ci si può avvicinare non riesumando la narrazione dei secoli passati – quella, sì, morta – ma cercando di rendere conto del modo in cui davvero le persone percepiscono la realtà: solo la narrazione impressionistica e quella espressionistica possono raggiungere l’effetto di mimesi, solo la deformazione può avvicinarsi alla realtà.

Commenti
73 Commenti a “Fame di realtà e l’inattualità della narrazione lineare”
  1. Paolo Sortino scrive:

    Questo articolo ci dice in sostanza che due specchi storti fanno un’immagine dritta: non è vero. Questa, che vuole essere una presa di distanza da un certo realismo, contiene a suo modo lo stesso fraintendimento dello stesso realismo che intende debellare.
    Il realismo è uno strumento di potere, che in letteratura significa persuasione. Né più né meno. Realismo come pretesa di aderenza o fedeltà al reale, là dove si credesse che la realtà corrisponde al visibile, è un’illusione. Siamo d’accordo, mi pare, sul fatto che il visibile (il mondo come appare) non sia la realtà. Necessariamente allora, realtà – se non ancora qualcosa di “oggettivo” – è quanto starebbe dietro il visibile, è la struttura del mondo, le sue leggi e regole, di natura e movimento. Dire che la distorsione è ciò che serve, distorsione del mondo, vuol dire distorcere qualcosa che è già una distorsione. Non ci staremmo avvicinando alla realtà, ma allontanando. L’astrattismo, piuttosto, è un avvicinamento alla realtà, poiché sostituisce il “visibile” con l’evidente. Fa riaffiorare le leggi della realtà (ad esempio le leggi fisiche) e le porta agli occhi. Ma l’astrattismo è lineare. I rombi e tutte le figure caleidoscopiche a cui è giunta la pittura, ad esempio, con le cosiddette avanguardie storiche, sono stati tracciati con la riga e la squadra.
    Oggi in letteratura nulla sgomenta di più quanto la linearità – quando con essa si abbiano mire precise di causa-effetto, ovviamente, non altro.
    Cosa bisognerebbe scrivere oggi (e sempre)? Bisogna togliere al mondo il racconto che il mondo fa di se stesso. Togliere quella prima distorsione per vedere cosa c’è sotto, e non crearne di nuove. Saluti.

  2. Giovanni Sertoli scrive:

    “…da bambini il nostro immaginario si è livellato su Heidi e I cavalieri dello zodiaco e poco altro”.

    Questo “noi” generazionale mi sembra molto livellante e semplicistico.

    “Shields nega, giustamente, che la linearità del racconto abbia un futuro”.

    “Le ruote dell’ingranaggio letterario, che il lettore è portato ormai a sentir ruotare, devono essere esposte, mostrate, ma deve essere funzionale al racconto che lo siano”.

    “Al Realismo ci si può avvicinare non riesumando la narrazione dei secoli passati – quella, sì, morta – ma cercando di rendere conto del modo in cui davvero le persone percepiscono la realtà: solo la narrazione impressionistica e quella espressionistica possono raggiungere l’effetto di mimesi, solo la deformazione può avvicinarsi alla realtà”.

    Senza voler essere scortese, ma il tono assertivo di queste frasi è un po’ irritante, e il contenuto molto discutibile. Penso che il rapporto fra tradizione, presente e futuro letterario sia un po’ più complesso, come intelligentemente argomentato da Guido Mazzoni in un interessante articolo disponibile in rete. http://www.leparoleelecose.it/?p=3099

  3. Michele scrive:

    @Paolo Sortino.
    Bella risposta. E bei dibattiti su ‘sto cazzo di blog.
    Però (in risposta alla tua risposta) la fisica quantistica non è lineare manco per niente.

    Il che mi vede distante da Sortino ma ancora più distante dall’autrice del pezzo, perché la fisica quantistica non ha a che fare con quella distorsione.

    Neanche l’espressionismo, secondo me. Kafka non distorce, per esempio.

  4. Luigi B. scrive:

    Personalmente credo che l’argomento sia sufficientemente complesso da non poter essere affrontato in maniera troppo sbrigativa, liquidando tutto un po’ superficialmente con fuochi d’artificio, colpi di scena e frecciate che arrivano all’obiettivo sbagliato.

    Sempre personalmente, credo che è necessario fare una distinzione, quando si parla di realismo, degli ambiti: una cosa è il realismo in narrativa e i vari modi di dargli forma; altra cosa è il New Realism (o, almeno, così è come lo intendo io) che mi sembra più una afflizione filosofica che una puntualizzazione stilistica ed estetica.

    I sostenitori del New REalism, se non ho mal interpretato, non credo stiano dicendo a nessuno come scrivere. SEmplicemente stanno dicendo che indipendentemente dal punto di vista dal quale si osserva la realtà, ci sono cose che accadono (né oggettivamente, né soggettivamente: semplicemente accadono), come per esempio che moriamo.

    Possiamo interpretare l’olocausto in 1000 modi differenti: i morti non diminuiranno né aumenteranno. Possiamo prendere la morte di una persona cara in 1000 modi diversi: non tornerà in vita né smetterà di esser morta.

    Sempre secondo me, il New Realism è un modo come un altro di ricordare all’uomo il limite. Punto. Nient’altro. Il resto, ovviamente, vien da sé.

    Tornando alla narrativa ed alla realtà: non v’è dubbio che la realtà di cui parliamo è una narrazione del reale dunque necessariamente una commistione di fatti e interpretazioni. Ma se così non fosse non sarebbe narrativa né sarebbe narrazione: sarebbero fatti che si susseguono l’uno dopo l’altro nel colmo del silenzio di tutti.

    Senza andare troppo indietro scomodando i greci, basta fare un salto di 50 anni e andare a leggere due autori che quando Shields era nato avevano già scritto molte cose sulla realtà. Freud e Lacan fecero una divisione concettuale tra ciò che è realtà (narrativa e dunque sempre fantasmagorica) e ciò che è reale (né giusto ne cattivo, né bello né brutto: solo puramente e terribilmente reale, ovvero arbitrario).
    Dunque Shields arriva lungo sulla commistione tra finzione e realtà.

    Deto questo: personalmente non credo siano necessari ed insispensabili colpi di scena e fuochi d’artificio, anelli di Moebius, doppie eliche, frattali. Non perché sia male in sé, ma perché se il mezzo diventa fine rischiamo di trovarci a che fare con i “derivati” (subprime) della narrativa e della letteratura in genere. Non è la linearità, credo io, a fare di un romanzo una cattiva narrazione. Indipendentemente dallo stile, è il numero di interpretazioni possibili a cui si offre a fare di un romanzo una buona narrazione.

    La realtà, deforme o no, è che noi si muore. E una narrazione che occulti ciò con colpi di scena e fuochi d’artificio non è la realtà che narra sé stessa ma l’uomo che mente ai suoi simili per spassarsela il tempo che gli resta (proprio come gli inventori dei derivati). E questo mi sembra molto peggio di una narrazione lineare.

  5. Paolo Sortino scrive:

    @Giovanni: bel riferimento, concordo. @Michele: non ho detto che la fisica quantistica sia lineare. Parlare di leggi fisiche, da parte mia, signifcava dire cercare ciò che sta “dietro il racconto che il mondo fa di se stesso”, come dire la realtà in quanto “posizione ultima”. La linearità di cui ho parlato io ha ache fare con l’astrattismo, non con la realtà fisica. Un’altra forma di illusione, quella della rappresentazione, fosse anche di tipo astratto, ma più fedele di quanto non sia la distorsione della distorsione. Tanto più che in arte non ci si preoccupa di trovare le stesse leggi né la stessa natura che indaga la fisica, quanto invece la percezione che ne abbiamo e cosa possiamo farne in termini di senso.

  6. Paolo Sortino scrive:

    @Michele: quindi concordo con te :)

  7. simone ghelli scrive:

    Che il realismo sia un costrutto estetico, si sa da prima di Shields – al punto che per alcuni (vedi Sortino) può essere più realista l’astrattismo del realismo. Il punto più interessante del libro di Shields, piuttosto, mi sembra quello portato avanti dalla pratica di montaggio delle citazioni (originariamente senza fonti), con cui minare definitivamente la nozione di autore (e infatti gli accostamenti con i campionamenti in musica si sprecano nel libro). Il punto è proprio questo: nell’epoca della scrittura digitale, chi scrive cosa? (un quesito posto al futuro, ma forse neanche troppo lontano).

  8. Morgan scrive:

    Sortino scrive: “Questo articolo ci dice in sostanza che due specchi storti fanno un’immagine dritta: non è vero.”

    A me non sembra che nell’articolo si dica questo. Susca, senza pretesa di esausitività, lancia alcune suggestioni interpretative. E le suggestioni, intrinsecamente, suggestioni rimangono (realtà?).
    Il rischio, dal mio punto di vista, è di confondere i piani della narrativa con metodi che appartengono ad altri campi del sapere. In tanti abbiamo letto i libri divulgativi di A.D. Aczel o M. du Sautoy, di A. Zeilinger o M. Buchanan, o di J.D. Barrow o altri, ma ho sempre l’impressione che si cerchi di utilizzare citazionismi che sono svincolati dalla materia letteraria per dare forza alle proprie opinioni, come se in qualche modo la materia letteraria stessa necessitasse di includere metodi e concetti non propri per darsi un tono “scientifico”.
    Figa la liquidità baumaniana, ma debole in certi casi.

    A parte gli sconfinamenti in campi del sapere che è sempre bene conoscere per non cadere in limiti interpretativi e facili associazioni, troppo facili forse, mi sembra, ripeto, mi sembra che Susca colga un punto importante qui:
    “La conclusione a cui si giunge leggendo Shields è che la questione della realtà non riguardi solo il modo in cui compare nei libri, ma che sia da considerarsi a livello ontologico, e si possa cioè riassumere nell’interrogativo: Esiste la realtà? Ci sono referenti comuni, patrimoni di immagini e di storie lette e viste da cui possiamo attingere per creare una base comune di partenza, ma tutto ciò che saremo in grado di produrre, anche solo nel ricordo, sarà una personale rielaborazione narrativa: non esiste la realtà oggettiva, non ce n’è una sola (con buona pace dei propugnatori del New Realism).”

  9. Cristò scrive:

    Io invece sono in pieno accordo con quanto letto nell’articolo e lo sono perché l’opinione di Carlotta Susca è quella della massa dei lettori scontenti, annoiati, infastiditi dalla deriva che la letteratura italiana ha preso almeno da un decennio a questa parte. Personalmente penso che, linearità o non linearità, le scelte editoriali stiano facendo poca giustizia alla complessità che il panorama di scrittori italiani potrebbe offrire. La letteratura italiana contemporanea riesce a ignorare bellamente le lezioni di Pirandello, Calvino e Moresco, come se non esistessero, come se dopo di loro la scrittura possa essere la stessa cosa.
    Chiunque scriva con un pizzico di onestà verso la letteratura non può ignorare la non linearità di Moresco, non può uscire indenne dai giganteschi e fondamentali buchi narrativi de Gli esordi. Poco mi importa se la fisica quantistica sia lineare o no, mi importa di più che non lo sia la vita. I nostri scrittori da cinquina del Campiello descrivono realtà fittizie o quantomeno incomplete. Moresco non deforma alcunché, descrive la realtà nella complessità delle nostre percezioni. Mi piacerebbe sapere cosa pensate degli extraterrestri di Mattatoio n.5 di Vonnegut probabilmente uno dei libri più belli scritti sulla seconda mondiale, un libro che rifiuta il concetto di causa effetto, di scorrimento regolare del tempo. Vorrei sapere cosa pensate di Cancroregina di Tommaso Landolfi una scrittura che parte linearissima e poi si spezzetta fino a diventare frammento, delirio.
    Vorrei sapere come sia possibile pensare ancora che il realismo (quello che piace tanto ai nostri editor) possa essere una strada percorribile in letteratura. Oppure vogliamo finire in una melma informe come quella in cui è scivolato il cinema italiano?

  10. Giovanni Sertoli scrive:

    Cristo, ma pensi di essere il solo ad aver letto Pirandello, Calvino e Landolfi? Credi che, tanto per fare due nomi di scrittori felicemente e fortunatamente presenti negli ultimi dieci anni, Siti e Lagioia non li abbiano letti? E i loro lettori nemmeno? Cosa ci proponi? La poetica dei buchi narrativi? Ma su, cerchiamo di continuare a parlare di cose serie, e se abbiamo solo da sparare cazzate restiamocene nei nostri blog.

  11. Enrico Macioci scrive:

    Se la realtà è inafferrabile, figuriamoci la realtà romanzesca. La differenza sta nel fatto che in un romanzo – a meno che non sia davvero straordinario – non ci si “vive”, nella realtà (qualunque cosa essa sia) sì. I buoni romanzi servono dunque a rendere l’impossibilità della realtà più accettabile, fanno da decompressione emotiva e cognitiva, mediano fra noi e il Mistero.
    Cito un libro straordinario in cui la realtà è talmente deformata da sembrare vera – è uno di quei rari romanzi in cui si “vive”: Chronic City di Joanthan Lethem. Qunado uno ha finito di leggerlo anche le più palesi assurdità sembrano possibili, e ciò rappresenta per la mente aria fresca, aria pura. La possibilità dell’impossibile, ovvero la realizzazione (nel folle mondo in cui siamo precipitati) d’un senso.

    ps: è vero che dopo certi scrittori e certi libri non si può più scrivere come prima, e cioè come se quegli scrittori e quei libri non fossero mai accaduti; però secondo me non è possibile affermare con certezza che il realismo (o qualsiasi altro modo di scrivere) non ha futuro. Tutto ciò che si scrive “a nord del futuro” (per citare Celan) ha futuro; ciò che conta è l’energia, l’immaginazione; sono loro a garantire il futuro, perchè vivono nel futuro.

  12. celeste scrive:

    non vi sembra di scomodare Kant e dintorni con una sorta di dualismo gnoseologico portato alle estreme conseguenze in una visione cosmica della realtà, che invece andrebbe interpretata in chiave ambigua come manifestazione di una ragione , o logos, ovunque presente?

  13. Luigi B. scrive:

    @MOrgan: proprio nel paragrafo a cui fai riferimento invece credo si mescolino cose che non hanno molto a che vedere l’una con l’altra (o almeno non tanto come sembra indicare il paragrafo). Il fatto che non ci sia una realtà sola ed oggettiva non mi pare una affermazione bisognosa di spiegazioni: è almeno 100 anni, almeno da Nietzsche in poi, che si afferma ciò in tutti i campi dello scibile umano. È però necessario fare una distinzione tra questo discorso nell’ambito della narrativa e quello sul reale (e non la realtà) in un contesto molto più ampio come quello “ontologico”. I “propugnatori del New REalism” stanno in pace con la narrativa, basta leggere quello che per esempio dice Ferraris da qualche mese a questa parte ma che sembra che nessuno legga.

    @Cristò e agli altri: ma se definissimo “linearità”? e se anche facessimo le debite distinzioni pronunciando definizioni esatte su linearità e realismo (diventati improvvisamente sinonimi in questo contesto)? No, così, giusto per vedere se parliamo della stessa cosa, se partiamo dalla stessa base comune di partenza.

  14. Claude scrive:

    La matematica è l’alfabeto con cui Dio ha scritto l’universo. Senza cascare nel trascendentale mi sembra che l’umanità, nelle sue espressioni più geniali, non possa sfuggire all’interrogativo realtà/deformazione. Dalì, Galileo, Escher (e tanti altri, ovviamente) ciascuno nelle sue forme ha cercato di ipotizzare delle risposte a questo interrogativo. Interrogativo che paradossalmente, a mio parere, si conclude nella futilità dell’interrogativo stesso.

    La realtà che percepiamo è quella che ci è consentito decodificare tramite i nostri apparati sensoriali; forse, dal punto di vista di Dio (o chi per lui) la nostra realtà è una grigia massa di atomi scagliata a velocità indescrivibile su una sfera nello spazio.

    Ecco, credo che uno dei maggiori compiti dell’artista (e qui riprendo Cristò “Poco mi importa se la fisica quantistica sia lineare o no, mi importa di più che non lo sia la vita” è trovare un antidoto (lineare? non lineare?) alla futilità dell’esistenza.

    Su Susca, concordo con la conclusione di Morgan.

  15. Morgan scrive:

    @Luigi: non ho scritto che Susca ha ragione, ma che “mi sembra che Susca colga un punto importante”.
    Importante perché affianca elementi non così ambiziosamente affiancabili. Mi piace il tentativo di farlo.
    Cerco di fare un po’ di ordine, almeno dentro di me.

    “La conclusione a cui si giunge leggendo Shields è che la questione della realtà non riguardi solo il modo in cui compare nei libri, ma che sia da considerarsi a livello ontologico, e si possa cioè riassumere nell’interrogativo: Esiste la realtà?”

    Porcaccia miseriaccia mi verrebbe da dire subito. Esiste la realtà? Nella connessione a Shields, bene inteso, decontestualizzata una domanda non nuova e non sarà mai nuova neppure nel 2427, quando i nostri discendenti si confronteranno sulla Realtà. Mi piace l’ambizione di far confluire nella mente dell’autore una serie di domande che forse esulano dalla pratica artigianale della scrittura, cioè assumere un segmento di approccio filosofico come proprio di chi scrive, forse in Shields, in quanti altri?

    “Ci sono referenti comuni, patrimoni di immagini e di storie lette e viste da cui possiamo attingere per creare una base comune di partenza,”

    Secondo porcaccia miseriaccia, esiste la possibilità della base comune? Esiste davvero? Parliamo, al minimo sindacale, la stessa lingua? Non lo so, me lo chiedo, anche se qualche tentativo di risposta credo di averlo, ed è no, non esiste nella narrativa, ci illudiamo che il bagaglio letterario possa sostituire la creatività di elaborazione di immagini e storie, ma forse la permutazione è inaffidabile.

    “ma tutto ciò che saremo in grado di produrre, anche solo nel ricordo, sarà una personale rielaborazione narrativa: non esiste la realtà oggettiva, non ce n’è una sola (con buona pace dei propugnatori del New Realism).”

    Terzo porcaccia miseriaccia. Ecco il punto importante: “sarà una personale rielaborazione narrativa: non esiste la realtà oggettiva”, che non è dire che non esiste la realtà, ma che non esiste una realtà oggettiva che si possa raccontare, cosa ben diversa. Che a ben vedere, mi sembra che l’ingegneria del linguaggio politico entri a piedi pari nell’ingegneria della comprensione narrativa di un testo sempre più, allora penso che quando Richard Rorty sosteneva il bisogno di dialettica nelle democrazie stesse semplicemente avvertendoci che in altri campi, come in quello della narrativa, dobbiamo sempre accordarci sulla base semantica, senza quella rischiamo di confonderci e di confondere.

  16. Giovanni Sertoli scrive:

    @ Claude

    «La matematica è l’alfabeto con cui Dio ha scritto l’universo».

    Ci rallegriamo tutti della buona novella.

    «Senza cascare nel trascendentale mi sembra che l’umanità, nelle sue espressioni più geniali, non possa sfuggire all’interrogativo realtà/deformazione. Dalì, Galileo, Escher (e tanti altri, ovviamente) ciascuno nelle sue forme ha cercato di ipotizzare delle risposte a questo interrogativo. Interrogativo che paradossalmente, a mio parere, si conclude nella futilità dell’interrogativo stesso».

    Prima di tutto, bisognerebbe conoscere il significato del termine trascendentale (basta un buon dizionario, o wikipedia). Per il resto, conseguentemente, e inevitabilmente, stronzate prive di senso. Ma perché i cialtroni si devono sentire in obbligo di utilizzare internet per sparare cazzate sui massimi sistemi?

  17. tommaso scrive:

    Il realismo alla Tolstoj non può più essere proposto. Almeno non in maniera credibile, ma questo non significa che la narrazione sia morta e che resti solo il pastiche postmoderno. Un conto è dire che è anacronistico girare in città in carrozza, un conto è costruirsi una Batmobile. Esistono anche le vie di mezzo, come un’onesta Panda. Personalmente condivido pienamente con l’autrice dell’articolo la predilezione per l’espressionismo, in quanto credo sia l’unica avanguardia che ha saputo proporre modi e metodi ancora validi e applicabili. Insomma, tra Tolstoj e Baricco in mezzo ci sono autori come Cèline e Volponi e io penso che questi siano esempi da seguire.

  18. Giovanni Sertoli scrive:

    @Tommaso

    Céline è lineare. Lo hai letto Il voyage au bout de la nuit?

  19. Giovanni Sertoli scrive:

    Di che parliamo? Di se stessi e della propria ignoranza o dei libri che fanno la letteratura?

  20. tommaso scrive:

    @Cristò A proposito di Landolfi, io lo conosco bene e lo amo molto, ma è già stato preso a modello negli anni ’80 e ’90 e imitare il suo stile crea solo dei mostri postmoderni. Concordo comunque su Cancroregina. A proposito di Mattatoio n.5 sono d’accordo, è un romanzo bellissimo. Un esempio di come il postmodernismo può raggiungere alti livelli. Vonnegut, De Lillo, Volponi possono insegnarci come si possa frantumare la linearità senza per questo abbandonare la ricerca della verità. Esagerano, ma senza esagerare.

  21. Claude scrive:

    Giovanni Sertoli: Cialtrone è di persona grossolana, spregevole è imbrogliona. Forse è un po’ troppo. Ammetto però di non essere molto colto e volevo solo partecipare a una conversazione interessante. In effetti è stato troppo ovvio citare Galileo ma non volevo irritare nessuno. Infine la tua ultima domanda “Di che parliamo?” mi sembra azzeccata.

  22. Giovanni Sertoli scrive:

    @tommaso

    “Landolfi, io lo conosco bene e lo amo molto, ma è già stato preso a modello negli anni ’80 e ’90 e imitare il suo stile crea solo dei mostri postmoderni”.

    “Vonnegut, De Lillo, Volponi possono insegnarci come si possa frantumare la linearità senza per questo abbandonare la ricerca della verità. Esagerano, ma senza esagerare”.`

    E Flaubert? Tommaso, perché non ci spieghi in modo normativo cosa possiamo
    fare con Flaubert? E Defoe? Possiamo ancora utlizzarlo? O forse è stato troppo inflazionato?

  23. Giovanni Sertoli scrive:

    E Joyce? Esagera esagerando?

  24. tommaso scrive:

    Io non intendo il termine espressionismo come opposto a linearità. La linearità è solo uno dei tanti aspetti, poi c’è lo stile e il linguaggio. Io rispondevo all’articolo e non a tutti i commenti. Non intendevo inserirmi nel dibattito sulla linearità. Cèline è lineare, va bene. Io l’ho citato per il linguaggio. Detto questo mi astengo da ulteriori commenti perché constato che in Italia a parlare di realismo si prendono solo insulti. Allora tenetevi Baricco.

  25. Giovanni Sertoli scrive:

    Ma tienitelo tu Baricco, io continuo a leggermi Céline in francese.

  26. tommaso scrive:

    Joyce ha prodotto l’antiromanzo, non credo che si possa riesumarlo. Sì, esagera esagerando. Se si parla di romanzo allora occorrono altre cose. Se no, per me, va benissimo anche la poesia. Non ho niente contro Flaubert, ma preferisco Stendhal (che sbaglio sempre a scrivere) e Balzac. Defoe colpevolmente non l’ho mai letto.

  27. tommaso scrive:

    E fai bene a leggere Cèline in francese, anche la traduzione di Caproni merita. Io allora continuo a leggermi Volponi in italiano

  28. Luigi B. scrive:

    Forse sono idiota io, ma non riesco a seguire il discorso. Ho come l’impressione che qui cioascuno usi il proprio vocabolario come meglio gli viene. Non ho ancora capito se condividiamo la medesima definizione di linearità, per esempio.

    Quotando Sertoli, Flaubert? è lineare? no perché se Flaubert è lineare io sono DFW nel corpo di un pugliese. Non so se si sta glissando per qualche ragione oppure semplicemente non ve ne frega un cazzo.

    @Morgan: se la pratica di scrittura artigianale esula dalla domanda “esiste la realtà” non so allora chi scrive di cosa diavolo scrive. Ecco una narrativa noiosa: quella che non si chiede se esiste la realtà e dà per scontato che sì esiste ed è quella che vi narra. Linearmente o no fa lo stesso.

    No, non parliamo la stessa lingua anche se facciamo di tutto per credere che sia così. È molto più scontato in ambito poetico fare questa osservazione, magari arrivasse anche ai romanzieri (con o senza linearità).

    il punto che tu dici importante – che il reale è indicibile – è importante da almeno 3000 mila anni. Ma se si continua a discutere di due piani differenti (reale e realtà) come fossero lo stesso piano, possiamo rimanere qui a girare in circolo per altri 3000mila anni.

    Il New Realism messo in parentesi nel paragrafo e di cui nulla si dice è in realtà la cosa più importante di tutto l’intervento, perché è proprio lì dove i piani si mescolano e le cose diventano ancor più oscure di cuanto non siano di per loro. Non so se si è capito, però a me interessa proprio quel pezzetto messo tra parentesi unito alla parola narrazione e ontologia.

  29. Giovanni Sertoli scrive:

    Prima di scrivere l’Ulisse, Joyce ha pubblicato un romanzo capitale che s’inscrive nella tradizione del bildungsroman. Dell’Ulisse, sia dal punto di vista stilistico che narrativo, andrebbe riesumato ogni singolo paragrafo, come di Flaubert. Scrittori che come pochi altri hanno saputo evocare la vita interiore di soggetti terzi, al di là dell’uso della prima persona. Poi si parla di forme letterarie morte… Roba da non crederci.

  30. Cristò scrive:

    @Giovanni Sertoli apprezzo molto la tua coerenza formale. Esiste solo un realtà, la tua, tutti quelli che dicono cose non conformi ad essa sono giustamente cialtroni che sparano cazzate.
    Bene, bravo…

  31. Giovanni Sertoli scrive:

    Luigi B.

    Certo, sul piano narrativo, Flaubert è lineare. Lo hai letto?

  32. Giovanni Sertoli scrive:

    Cristo

    Ribatti alle mie controcazzate, allora.

  33. Luigi B. scrive:

    Sertoli, prima che perdio qualcuno definisca linearità narrativa, poi parliamo sul se Flaubert è lineare o no. Non ho alcuna voglia di giocare a chi ce l’ha più grosso: tu vinci, ok? Quindi saltiamo questa parte e parliamo solo di cose serie, visto che l’argomento merita.

  34. tommaso scrive:

    Io avevo in mente il Finnegan’s Wake e non l’Ulysses. Di Flaubert adoro il racconto Erodiade e penso sia stilisticamente perfetto e inarrivabile. Oltre alla linearità è importante secondo me lavorare sul linguaggio. Io non sono nè pro nè contro la linearità. Alcuni autori la seguono senza essere noiosi ed altri la infrangono senza però essere efficaci, altri ancora la infrangono per poter rappresentare una Weltanschaung più ampia possibile e ci riescono benissimo. Forma e contenuto, questi sono i parametri, anche se sono vecchi.

  35. Cristò scrive:

    Giovanni Sertoli scrive:
    22 febbraio 2012 alle 14:36
    Cristo, ma pensi di essere il solo ad aver letto Pirandello, Calvino e Landolfi?

    >No non penso di essere il solo ad averli letti e non l’ho certo né detto, né lasciato intendere.

    Credi che, tanto per fare due nomi di scrittori felicemente e fortunatamente presenti negli ultimi dieci anni, Siti e Lagioia non li abbiano letti?

    >No, non penso che non li abbiano letti e penso anche che li abbiano assimilati ma due scrittori non fanno un panorama nazionale.

    E i loro lettori nemmeno? Cosa ci proponi? La poetica dei buchi narrativi?

    >Perché no? I buchi sono molto interessanti.

    Ma su, cerchiamo di continuare a parlare di cose serie, e se abbiamo solo da sparare cazzate restiamocene nei nostri blog.

    >Ovviamente non rispondo alle provocazioni.

  36. Cristò scrive:

    Perfettamente d’accordo con l’ultimo post di Tommaso. Forma e contenuto, cazzo, no o una o l’altro.

  37. Giovanni Sertoli scrive:

    La linearità narrativa mi sembra facile da definire: una storia che viene raccontata in modo cronologicamente lineare, da un punto A a un punto Z, senza deviazioni temporali.

    Per il resto, non è questione di avercelo più grosso o più piccolo, è questione di confusione o coerenza intellettuale. Si pensa che, a causa della loro linearità narrativa, L’educazione sentimentale o il Viaggio al termine della notte siano modelli romanzeschi defunti? Benissimo, bisognerebbe saperlo argomentare. Non lo si pensa? Ma allora perché si attacca la linearità narrativa (è di quella che stiamo parlando, non di altro).

  38. tommaso scrive:

    La linearità può essere cronologica, una linea dritta del tempo, senza salti in avanti o indietro. Oppure può riguardare i personaggi, di solito un romanzo è lineare se segue la vicenda di un protagonista dall’inizio alla fine e se è coerente nella scelta della focalizzazione. Underworld di De Lillo e Corporale di Volponi non sono lineari. Il pianeta irritabile è lineare a livello di trama e costruzione narrativa, ma è complesso sotto altri punti di vista. Di Flaubert ho letto Madame Bovary e Erodiade e mi sono sembrati lineari, se posso dirlo senza essere insultato. In un saggio però ho letto che nell’Educazione sentimentale ci sono alcuni salti temporali.

  39. Giovanni Sertoli scrive:

    @Tommaso

    Va be’, se di Joyce avevi in mente il Finnegan’s Wake, e di Flaubert Erodiade, significa semplicemente che ci stiamo prendendo per il culo.

  40. tommaso scrive:

    E non ho mai attaccato la linearità narrativa. Cèline è lineare, ma è “difficle” per i contenuti e il linguaggio.

  41. Giovanni Sertoli scrive:

    Nell’Educazione sentimentale c’è la famosa ellissi: “Il voyagea”. Ma non compromette la linearità del racconto, anzi. Underworld e Corporale non sono lineari, d’accordo. Io mica sto dicendo che il romanzo non lineare non abbia futuro.

  42. lupo scrive:

    ma a che ora passa l’autobus?

  43. Cristò scrive:

    Ma il punto è proprio che la scrittura (intesa come scelta di forma, linguaggio e struttura) si deve adattare alla realtà che descrive. Benvenga un romanzone classico, lineare, senza effetti speciali se deve descrivere un universo altrettanto classico, lineare, omogeneo. Però non deve diventare una questione ideologica, come non deve diventarlo il contrario. Il pastiche postmoderno, avant pop, come Mio cugino il mio gastroenterologo, è il classico esempio di integralismo ideologico, forma senza contenuto o comunque disadatta al contenuto che rappresenta. Invece L’opera galleggiante di John Barth, nonostante una certa linearità nella forma, esplode nel linguaggio e nella tensione del protagonista ad aggiungere particolari proprio per l’ansia di descrizione della realtà.
    Insomma, forse dovremmo cominciare a superare certa ansia da etichettatura e considerare volta per volta il rapporto tra forma e contenuto.

  44. Giovanni Sertoli scrive:

    @Cristo

    Siamo ormai quasi d’accordo. Ma penso che un romanzo lineare possa anche servire a descrivere e raccontare, in modo nuovo, un mondo non lineare, intricato, proprio per il contrasto tra forma e contenuto.

  45. Luigi B. scrive:

    No, non è questione di avercelo più grosso, però il tuo atteggiamento ci assomiglia e siccome non amo molto commentare, figurati battibeccare, ho preferito chiarire.

    Detto questo, veniamo alla linearità. Dunque la linearità narrativa è mera cronologia? allora ho fatto bene a chiedere perché non parliamo della medesima linearità. Un libro che si svolge in un giorno cronologicamente dove accadono cose prive di senso oppure dove il protagonista da di matto o “parla strano” cos`è, lineare?

    La biografia di uno schizofrenico è pure lineare?

    Flaubert è apparentemente linearissimo – d’altronde ossessionato da le mot juste non sarebbe riuscito a fare altrimenti. Il problema di Flaubert, però, è che sotto la sua apparente linearità, cronologicità e coerenza del tessuto c’è un gran bel casino di intrecci che trasformano la linearità in fuffa.

    Credo comunque che a prescindere dalla definizione di linearità, almeno noi due si è d’accordo sul resto: cioè non buttare nel cesso Flaubert.

    Ora se vogliamo buttare nel cesso Flaubert solo perché ha scritto, in ordine cronologico e servendosi di una struttura interna coerente, di varie personalità contorte, in particolare Charles ed Emma, avanti tutta! buttiamo pure Flaubert nel cesso, questa vecchia forma di raccontare le cose ormai morta; tra l’altro cose molto poco interesanti come per esempio le relazioni umane e le loro sfaccetature psicologiche, le loro origini ancestralmente lontane nel tempo ma attualissime, il sadomasochismo, il rapporto filiale, l’edipo prima di Freud etc. Già il fatto che Madame Bovary in realtà non è una ma tre è tutto un programma: che linearità! che chiarezza! che coerenza!

    Per fortuna la realtà è soggettiva e per ogni tre che butterebbero Flaubert nel cesso c’è almeno uno che lo ripesca. Resta come prova del fatto che la linearità non è il problema, il problema è il cattivo scrittore.

  46. Luigi B. scrive:

    (ops: l’ultimo commento era per Sartoli, di cui quoto l’ultimo commento)

  47. Giovanni Sertoli scrive:

    Luigi B.

    Apparentemente, sono ormai d’accordo anche con te: la linearità narrativa (perché è di quello che stiamo parlando, non della linearità psicologica dei personaggi), può essere compatibile con la complessità della rappresentazione del reale. A questo punto, bisognerebbe forse capire meglio cosa pensa in proposito l’autrice del pezzo.

  48. Aloysius Acker scrive:

    Credo di essere d’accordo – ma fin dall’inizio – con Sertoli.
    Comunque è l’articolo a etichettare troppo, secondo me. Capisco che oggi è il l'”anniversario” di Wallace, ma Vila-Matas – citato nel testo con Wallace e Pynchon – ha sempre deriso i critici che lo definiscono “metaletterario” (e quindi non “realista”, non “lineare”, etc).
    E Svevo scriveva (da I racconti, p 488): “Oh! L’unica parte importante della vita è il raccoglimento. Quando tutti lo comprenderanno con la chiarezza ch’io ho tutti scriveranno. La vita sarà letteraturizzata. Metà dell’umanità sarà dedicata a leggere e studiare quello che l’altra metà avrà annotato. E il raccoglimento occuperà il massimo tempo che così sarà sottratto alla vita orrida vera.”
    Ecco: una “vita letteraturizzata” – come nel caso di Vila-Matas – significa automaticamente “metaletteratura”? E perché? E “metaletteratura” significa automaticamente anti-realismo? E la “vita orrida vera”, cosa significa?
    Insomma, secondo me – ma anche secondo Vila-Matas e Ricardo Piglia (e sì: anche secondo il fantasma di Joyce… I morti è “realismo”? E l’Ulisse? E Finnegans Wake?) – secondo me le chiacchiere metaletterario/realista/postmoderno/etc servono solo a imbrigliare le libertà degli scrittori, scaraventandoli in questa o quella categoria. Che la realtà sia frammentaria e “in movimento”, siamo d’accordo – abbiamo letto tutti Joyce e Faulkner. Poi però a ognuno la sua penna (“lineare” o meno che sia).

  49. Luigi B. scrive:

    Piuttosto, aggiungerei, mi pare molto più vicina alla realtà una narrazione che sotto le mentite spoglie della linearità (ovvero, comprensibilità) enuncia, descrive, evoca, parla di cose “deformi” che una narrazione deforme che interpreto come una esagerazione di una caratteristica della realtà con una funzione metanarrativa. (Per essere chiari e dirla tutta, non sto parteggiando per una forma di narrazione e disprezzando l’altra; solo dico che certi discorsi sono più conmplessi di quel che pare)

  50. Cristò scrive:

    @Giovanni Sertoli

    Ma certo. Penso che nessuno qui stia dicendo che bisogna del tutto abbandonare la narrazione lineare né che bisogna buttare nel cesso grandi narratori. Figurati che non sono neanche del tutto convinto dell’inflazionatissima affermazione “non sono più possibili le grandi narrazioni”. Dico solo che non se ne può più di tutti questi romanzetti con una trama qualunque, una struttura qualunque, una scrittura qualunque che piacciono tanto agli editor italiani e a molti critici. Per fare un ultimo esempio, domenica ho letto La luce prima di Emanuele Tonon, una novella lineare nella narrazione e nella struttura e persino autobiografica che mi ha convinto a pieno perché ha una sua forza tutta concentrata nell’estrema sincerità, nella nudità quasi francescana, nell’assenza di pudore intellettuale. Io, come lettore, voglio essere stupito, voglio che lo scrittore mi faccia capire che ci ha messo almeno un po’ di impegno. Altrimenti a che serve?

  51. Giovanni Sertoli scrive:

    “Penso che nessuno qui stia dicendo che bisogna del tutto abbandonare la narrazione lineare né che bisogna buttare nel cesso grandi narratori”.

    Nessuno, salvo Carlotta Susca, lo sottolinea senza volontà polemica, ma per dare un senso alla discussione cui abbiamo partecipato:

    “Shields nega, giustamente, che la linearità del racconto abbia un futuro”.

    “Al Realismo ci si può avvicinare non riesumando la narrazione dei secoli passati – quella, sì, morta”

  52. Luigi B. scrive:

    @Cristò: allora perché stiamo parlando di linearità, deformazione, frattali e fuochi d’artificio? E, soprattutto – insisto – perché si tira in ballo il New Realism che con la linearità narrativa non c’entra praticamente nulla o quasi?

    Se si esclude quanto sopra, sono d’accordissimo con te – anche se queste nostre lamentele sono altrettanto inflazionate come l’impossibilità della grande narrazione etc. Però il problema diventa di editing e scelte editoriali non di linearità. Il piano è diverso, il punto è un altro e allora stiamo tutti perdendo un sacco di tempo.

    (A me l’ultimo di Tonon non è piaciuto come il primo, Il nemico: mi è sembrato una forzatura ed una esagerazione nell’argomento affrontato e nello stile del suo primo romanzo, solo meno “sincero”).

  53. Giovanni Sertoli scrive:

    errata

    lo sottolineo

  54. Cristò scrive:

    Luigi b. Perché frattali, nastri di moebius e co. sono entrati a far parte delle nostra (mutevole) realtà e non si può come spesso accade far finta che non esistano solo per imitare le grandi narrazioni che grandi erano e grandi rimangono. Penso che Carlotta Susca voglia semplicemente dire, nel suo stile che per chi la conosce come critica è sempre così assertivo e personale, che troppo spesso la realtà viene descritta non come siamo abituati a viverla ma come siamo abituati a leggerla nei romanzi degli altri.

    In ogni caso il fatto che l’articolo abbia scatenato un dibattito così acceso su un argomento così importante è di per sé una gran cosa… No?

  55. Aloysius Acker scrive:

    Beh, purtroppo il dibattito è roba vecchia, soprattutto in Italia (pensate a Gadda e al suo “barocco è il mondo”, al primo Rea “realista”, etc). Buona serata a tutti,

  56. Luigi B. scrive:

    @Cristò: sicuramente sono elementi che sono entrati a far parte della nostra realtà etc. Però, insomma, decidiamoci: qui qualcuno sta assertivamente buttando nel cesso la linearità oppure no? perché dagli ultimi tuoi due commenti non si capisce bene.

    Una volta definito questo, se si sta mettendo una grossa X sulla linearità come modalità espressiva all’interno della narrazione, allora viene tutto il resto.

    E, no: il fatto che vi sia un acceso dibattito non è, almeno per me, una gran cosa di per sé. Se sto dibattendo tanto è perché a mio avviso l’argomento è importante ma affrontato “male”. È più questa consapevolezza (assolutamente personale) che mi spinge a dibattere che il tema affrontato in sé. Solo per fare un esempio, nessuno ancora ha voluto entrare nel merito con maggiore precisione rispetto a cosa c’entri in questo contesto il dibattito sul New Realism, per esempio. È stata una cosa buttata lì, tra due parentesi. Un fuoco d’artificio pure questo?

    Nulla di personale contro Susca che non conosco, magari ci sono tutte le sue buone intenzioni e sicuramente la voglia di affrontare il tema con qualche provocazione. Semplicemente credo che si sia usciti fuori dal seminato e si sia fatto un miscuglio di cose dette a metà che non rendono chiare le cose. Ma nel momento in cui ci si pone in una agorà pubblica a dire cose in maniera così assertiva, bisogna essere davvero sicuri di quanto si sta dicendo e chiari, senza cose dette a metà e senza sassi tirati in una pozzanghera tra due parentesi, altrimenti si pensano due cose: o chi parla non ha piena consapevolezza di quanto dice oppure ha sottovalutato la portata delle sue parole rispetto all’argomento.

  57. Luigi B. scrive:

    @Acker: bè, volendo essere pignoli, si può andare ancora più indietro a Cartesio, per esempio, oppure volendo esagerare a Platone ed Aristotele. Insomma, roba vecchissima, ma non per questo liquidabile con un “è storia vecchia, voltiamo pagina” perché magari se si continua a fare letteratura è anche perché nessuno è ancora riuscito a rispondere a questa domanda.

  58. AdSidera scrive:

    Insomma sembra un articolo interessante – dico – sembra. La domanda in sé è mal posta: la letteratura vive di sé, non di realtà. Il realismo non esiste. Esiste la letteratura o il giornalismo, esiste un testo letterario o un testo descrittivo/utilitaristico. Cosa vuol dire parlare di “stile lineare”? Un testo letterario vero non è mai lineare, anche se a un’analisi superficiale può sembrare tale. Paradossalmente un testo “lineare” può risultare a volte molto più denso metaforicamente parlando di un fuoco d’artificio tecnico. A mio avviso è la duplice capacità di riconoscere la metafora nel vissuto (preferisco parlare di vissuto e non di vita, lasciamo perdere la realtà) e di comunicarla nel testo in maniera consistente che fa la differenza. E poi, cosa si intende per “linearità”? Se per linearità si intende un testo descrittivo-giornalistico, allora è chiaro che non ha alcun interesse letterario. Bisogna aver ben chiaro i termini di riferimento: a cosa si allude con testo lineare? Ai romanzi harmony? Ai libri di Bruno Vespa? O di Fabio Volo? Se il piano su cui si vuole discutere, è un piano di opere letterarie, la linearità è solo il classico specchietto per le allodole. A mio avviso, parlando esclusivamente di testi letterari, a linearità può “starci bene” allo stesso modo di un complesso arzigogolo di frattali, ma solo se ha un senso consistente, solo se gronda di sangue e carne metaforica. E il complesso arzigogolo di frattali può starci bene solo se è qualcosa di più di un arzigogolo di frattali, solo se, in un certo qual modo, può essere a sua volta “linearizzato” e perciò sentito come “vero”, “sincero”. Non reale, ma vero, sincero! Ho paura che l’articolo in sé invece verta soprattutto su una esclusiva questione tecnica-stilistica, che è tanto più inafferrabile e insolubile, quanto di superficie.

  59. Paolo Sortino scrive:

    C’è sempre da ricordare, comunque, che in letteratura non si è mai arrivati a quel processo che in arte (e in scienza) ha reso realtà e immagine un’equazione a somma zero. Si continua a scrivere sotto il principio di realtà, che ogni autore è sempre molto convinto di sentire nella vita e nel lavoro, e di doverlo *rappresentare* con ogni mezzo. Porsi domande sulla linearità ha senso solo nel caso in cui si fosse ancora convinti di dover rappresentare questo mondo. Invece dovremmo installarci al cuore dell’immagine, non nel cuore della realtà. Vale a dire cioè in nessun luogo. Se ci riuscissimo la realtà stessa sparirebbe. Ma abbiamo sempre un che di morale da salvare, che però è una forzatura, e allora scrivere in maniera lineare o meno non conta più nemmeno in questo caso. Con le nostre convinzioni romantiche sul senso della realtà ci stiamo costruendo il nostro piccolo Spleen, ma andrebbe sostituito con lo Spin, come nella fisica delle particelle. Realtà e immagine della realtà dovrebbero cozzare e annullarsi a vicenda come materia e antimateria. Un romanzo dovrebbe essere pensato come un acceleratore di particelle, non come una macchina fotografica.
    Dobbiamo spezzare il circuito della rappresentazione in favore di un altro mondo senza più nessuna referenza. Occorre che ogni immagine che creiamo sia una sottrazione alla realtà del mondo. A quest’ora dovremmo galleggiare in uno spazio siderale, fatto di seduzione e non più di desiderio. Se non lo facciamo non stiamo veramente ragionando né vivendo nel nostro tempo.

  60. Giovanni Sertoli scrive:

    @ paolo sortino

    Mi sembra che Borges, se non altro quello di Finzioni e L’Aleph, abbia fatto egregiamente quello che tu proponi. Ma non è certo il solo. Basta pensare a Fuoco pallido di Nabokov, tanto per fare un altro esempio. Insomma, mi sembra si tratti solo di un filone fra molti altri della letteratura romanzesca.

  61. Paolo Sortino scrive:

    Ho in mente più che altro Duchamp e Warhol. Mai letto nulla di equivalente. Mai raggiunta una dimensione transestetica così totalizzante.

  62. Paolo Sortino scrive:

    Con Borges la somma zero c’è tra realtà e simbolo, a sua volta considerato come l’immagine letteraria per eccellenza, e di tutte le forme artistiche mediate. Mi chiedo se sia possibile attualizzare lo stesso risultato con una forma dell’immagine che invece non abbia del testo implicito. Il simbolo non fa che doppiare il significato del mondo, mentre l’immagine a cui mi riferisco lo vuoterebbe di significato.

  63. Giovanni Sertoli scrive:

    Resta da capire se, nel caso della letteratura, un racconto il cui mondo di riferimento sia un modo senza referenza possa essere pensabile e, innanzitutto, raccontabile. Ci si può spingere più in là della Biblioteca di Babele? Esistono immagini che rinviano solo a se stesse, ma le parole? Come notato da Borges, la sola parola che forse, se non altro etimologicamente, è semplicemente ciò che significa, è la parola “metafora”, visto che si tratta, per l’appunto, di una metafora.

  64. Giovanni Sertoli scrive:

    Leggo solo ora la tua secondo risposta. Ci chiediamo la stessa cosa…

  65. Paolo Sortino scrive:

    credo di sì, ma il mondo senza referenza è il nostro solo dopo che un’immagine di quelle di cui parliamo sia riuscita ad “annichilirlo” (come si dice in termini di comortamento tra particelle). Scrivere non dovrebbe significare “raccontare il mondo” ma neutralizzarlo.

  66. Giovanni Sertoli scrive:

    Il progetto di neutralizzare il mondo mi sembra lodevole, ma temo che, in ambito narrativo, sia destinato a rimanere una metafora, mentre una tela tagliata o una merda d’artista sono innanzitutto una tela tagliata e una merda d’artista, o sono tutto fuorché una tela tagliata e una merda d’artista: il cortocircuito fra la realtà e la sua rappresentazione è assoluto. Sinceramente, non vedo come si possa fare la stessa operazione in letteratura, se non attraverso l’afasia. L’idea di una scrittura che davvero neutralizzi il mondo mi ricorda l’aspirazione di Mallarmé al Livre absolu, esperienza al confine con la pagina bianca.

  67. Paolo Sortino scrive:

    E anche tu hai ragione. Pur tuttavia… :)

  68. Aloysius Acker scrive:

    @ Sertoli: “… un racconto il cui mondo di riferimento sia un modo senza referenza possa essere pensabile e, innanzitutto, raccontabile”.
    Secondo me sì – e penso a Walser, più che a Borges (al non-mondo dell’istituto Benjamenta).
    Lì il tempo c’è, a tratti (pensa a quando si immagina soldato di Napoleone, fino a scomparire), ma non lo spazio/realtà.
    Benjamin ne Il cuore segreto dell’orologio ha scritto che “Walser comincia dove finiscono le fiabe” (e quindi sì: in un mondo senza referenze, tra realtà e fiaba).
    Bisogna però dire che Walser ha smesso di scrivere ed è finito – volontariamente – in manicomio (perciò sì: afasia).
    “Tutto porta a pensare che non ci sia via d’uscita…”
    Ma d’altronde i libri prima si scrivono – o si leggono – e poi ci si ricama sopra, no?;)
    Aloysius

  69. Marco Candida scrive:

    La domanda del’articolo è: “La realtà esiste?”. Forse la domanda dovrebbe essere: “Come facciamo a parlare della realtà?”.

    Scrive Claude:

    “La realtà che percepiamo è quella che ci è consentito decodificare tramite i nostri apparati sensoriali; forse, dal punto di vista di Dio (o chi per lui) la nostra realtà è una grigia massa di atomi scagliata a velocità indescrivibile su una sfera nello spazio”

    Vorrei far notare che nell’espressione “la realtà che percepiamo è quella che ci è consentito decodificare tramite i nostri apparati sensoriali” si opera una distinzione – e questa distinzione va valutata. Se dico la “realtà che percepiamo è quella che ci è consentito decodificare dagli apparati sensoriali” opero una scissione (senza accorgermene) tra “gli apparati sensoriali” e “la realtà”. Ci sono gli apparati sensoriali e poi c’è la realtà. Questo porta a dire: se non avessi gli apparati sensoriali, non potrei decodificare la realtà, allora… non ci sarebbe realtà. Solo che questa conclusione suona un po’ paradossale. Noi sappiamo che la realtà esiste ed esiste anche se gli “apparati sensoriali” non fossero o funzionassero poco. Va inoltre considerato che se distinguiamo tra “apparati sensoriali” e “realtà” (di qui gli uni; di là l’altra), e se ci chiediamo “Esiste la realtà?”, se cominciamo insomma a dubitare della realtà, dimentichiamo che anche gli “apparati sensoriali” sono realtà. Se ci muovessimo in un mondo dove non poter esercitare i nostri “apparati sensoriali”, dove non ci fosse “realtà” (niente che si oppone, che resiste: che si pone, che esiste) rimarrebbe comunque i nostri “apparati sensoriali”, ci esploreremmo molto di più, saremmo noi stessi il nostro territorio – non so, ci annuseremmo le narici del naso, ci gusteremmo la nostra lingua, ci scruteremmo le ciglia e le sopracciglia…

    Del resto Cartesio diceva “Dubito del fuoco che scoppietta nel camino e della mie mani che alimentano la fiamma”. “Delle mie mani che alimentano la fiamma”. Ossia Cartesio il problema lo aveva ben presente e lo aveva posto correttamente. Ed era giunto coerentemente (e giustamente) alla conclusione di “dubitare di tutto”, o come dice Sortino che “bisogna togliere al mondo il racconto che il mondo fa di se stesso”.

  70. Claude scrive:

    Marco,
    grazie per avermi dato un nuovo spunto di discussione. A proposito di quello che dici

    “La domanda del’articolo è: ‘La realtà esiste?’. Forse la domanda dovrebbe essere: ‘Come facciamo a parlare della realtà?’

    mi viene in mente quello che mi è capitato di sentire ieri pomeriggio in radio dalla bocca di Jennifer Egan. Diceva della sua ammirazione per gli scrittori e la scrittura ottocentesca, perché i suoi protagonisti credevano molto nella forza e nelle possibilità proprie e di quelle della letteratura.

    Allora io vi giro la sua domanda. Oggi vale ancora quella convinzione ottocentesca a cui fa riferimento Egan? Forse sulla base di questo si può trovare un’altra chiave per rispondere alla domanda ‘Come facciamo a parlare della realtà?’

    Saluti.

  71. Didachtos scrive:

    tutto questo per dire che l’uomo è un animale falso…. vabbé….

  72. tommaso scrive:

    Joyce, comunque, è stato assimilato da scrittori da me citati, come Volponi e De Lillo, quindi è chiaro che non si butta via. Non si butta via nemmeno Flaubert, anche lui assimilato da molti nel Novecento e non si butta via nemmeno Dostoevskij. C’è stato un equivoco sul termine espressionismo, che si può riferire sia al plurilinguismo (Contini su Dante), sia alla deformazione delle parole (Gadda, Volponi), ma anche alla costruzione del testo tramite montaggio, frammenti (Benjamin, Brecht, vociani, Jahier).

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  1. […] punti sono centrali non solo nel saggio ma anche in un articolo della stessa Carlotta Susca apparso sul blog minima & moralia che ha generato una lunghissima […]



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