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Fantasie del limite: l’elogio di Davide Assael

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Photo by Leif Christoph Gottwald on Unsplash

Oggi, primavera di reclusione forzata globale 2020, è davvero necessario pensare a come riempire di nuovi sensi il concetto di limite. Oggi che ogni norma nell’orbe terracqueo impone limiti invalicabili alla socialità, al contatto, ben venga un volumetto ben scritto e felicemente tempestivo che va addirittura a elogiarlo il limite, a indicarne la necessità, la fecondità, ma per differenziarlo da usi infecondi – come quelli che ci capita di esperire in queste settimane.

Davide Assael struttura il suo Elogio del limite (Pazzini, 2019, 10 euro) in quattro movimenti, positività – negatività – relazione – dialettica, e trae ispirazioni dalle fonti più disparate, per indicare come l’idea che ne abbiamo è piuttosto povera, e vive di una confusione perniciosa col concetto di confine. Dopo una stagione in cui la retorica dei confini ha invaso il paesaggio politico brandendo le frontiere come clava sulla libertà di movimento degli umani,Assael distingue il limite dal confine seguendo una lunga tradizione (Kant, Hegel, Marx, per dirne alcune voci di grido) e parte da un dato irrefutabile: «il limite è un concetto strutturale alla nostra esperienza, senza il quale perdiamo letteralmente l’orientamento. Cielo e terra, giorno e notte, io e tu: il limite è una condizione necessaria, eppure non facilmente definibile».

Assael porta un esempio efficace: quando indichiamo il limite di una montagna ne indichiamo l’area, l’altezza, l’ombra, l’azione che esercita a livello di ecosistema? Ogni volta la risposta cambia, ogni volta il limite è negoziabile: chi pone i confini, invece – diceva Benjamin – lo fa con violenza. E Assael rievoca, a smentire ogni dogmatismo del confine, Palingenesi di Giorgio Caproni (“Saremo nuovi./Non saremo noi. /Saremo altri, e punto /per punto riedificheremo /il guasto che ora imputiamo a voi”).

Il limite, invece, è insieme un luogo della misura e della fantasia. Per questo sin dagli albori del moderno il concetto di limite è stato arduo da maneggiare. Prima passò per le fantasie dell’infinito privativo di Niccolò da Cues, per tutti Cusano, che vide un Dio illimitato e un universo “contratto”, incapace di restituire appieno l’onnipotenza del creatore (altrimenti daremmo troppe qualità alla materia: meglio lasciarla indefinita). Poi il limite fu divorato dagli eroici furori di Giordano Bruno, per cui l’effetto doveva essere illimitato come la causa – e quindi via libera agl’infiniti mondi. Ma quella era metafisica, materialissima e persino materialista, ma pur sempre metafisica. La stessa che rischia da una parte di assolutizzare il limite come barriera, dall’altra di spostarlo troppo in avanti, fino a comprendere tutto il diverso, tutto assimilando. Da una parte un limite stitico, incattivito, dall’altra un limite vorace, quasi obeso. Ebbene: «bisogna evitare i due estremi che ren­dono la relazione impossibile» (p. 58).

Anche se per lunghi tratti, almeno nella vita urbana, l’esperienza comune è stata quella di confini rigidi: vere e proprie mura (ne parla anche Marco Filoni in Anatomia di un assedio, Skira 2019: “Il muro è archetipo, è fondazione. Senza muro non c’è casa»). Le città – quello «spazio antropizzato» di cui parla Assael seguendo Guido Zucconi e gli storici dell’architettura – erano recinti definiti, che fornivano scheletri identitari. Perciò, dentro, rassicuravano. Con la nascita di un mercato globale (qui Assaelsegue le analisi lucide di Sandro Mezzadrasu capitale, confini e migrazioni), e con quella necessità fisica della merce di andare per il mondo, i confini perdono fisicità e nasce uno spaesamento molto letterale (e quindi freudiano) e del tutto ancorato all’esperienza della perdita d’identità tradizionali.

E il limite, in tutto questo? Quel limite che nella nostra primavera di reclusione è la soglia di casa, un tempo “feconda contaminazione” e oggi barriera? Per rispondere e offrire nuovi strumenti, Assael cambia del tutto registro. Bisogna affermare «una logica relazionale che interpreti le due sponde separate dal limite in termini di complementarietà invece che di mera contrapposizione». E quindi il limite non solo è morbido, non è solo ibrido. È anche ‘fantastico’, permette immaginazione, variazione, aderisce al tempo e sa saggiarne la pazienza. Per questo va sfruttata la tradizione biblica. Il limite del celebre incipit dell’Ecclesiaste o Qoelet (3, 1-8): «Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo». In questa chiave il limite è la sanzione di un’eterogeneità tra momenti, ma è l’autorizzazione che permette il confronto, l’apprezzamento dell’alterità. Conoscenza del limite non è solo prudenza, ma ‘scienza della relazione’.

Assael sfrutta intuizioni di Martin Buber ed Emmanuel Lévinas per rilanciare l’idea del limite come relazione prima, come dialettica dopo. Perché se il limite è qualcosa di problematico già nell’antropogenesi (è ciò che viene percepito nello specchio dal bambino nel momento in cui il mondo gli appare come protesi del sé),allora il limite diventa il tutore di due parti che, «se sono divise da un limite, al­lora sono eterogenee, e, se sono eterogenee, allora sono comparabili». E se il Platone del Simposio fa dire a Diotima: “non bestemmiare” a chi le chiede di definire l’amore come brutto e cattivo, non è per dire che è buono, ma perché intende affermare la dignità di un terreno in cui la fantasia venga spinta al limite – tra buono e cattivo, tra gli estremi (201d-202a).

E come cresce di forza, quest’elogio del limite, quando viene citato un midrash su chi sia stato creato prima tra cielo e terra: «Io mi meraviglio della divergenza di opinioni tra i padri antichi sulla creazione del cielo e della ter­ra, perché io dico che ambedue sono stati creati come la pentola e il suo coperchio, com’è detto: Io li chiamo, ed essi insieme si presentano». Il limite è proprio lì, all’orizzonte – tra cielo e terra. Ma non separa. Serve a dire come si presentino assieme – come il cielo fantastichi della terra, e la terra confonda il cielo.

Ed è singolare, e profondamente fecondo, che questa celebrazione del limite vada a spegnere sul nascere le partizioni e i distinti di tutta una filosofia dei valori di cui ci pasciamo, e da cui partì Carl Schmitt per forgiare l’inutile “concetto del politico”. C’è amico e c’è nemico, certo, e in mezzo c’è una pianura machiavelliana d’indistinti in relazione. Curioso che a Schmitt, peccatore ma timorato del suo Dio, nessuno abbia mai detto come Diotima, sentendolo discettare di politica: “Non bestemmiare”.

Massimo Palma, romano, scrive, traduce e fa ricerca. Ha pubblicato Berlino Zoo Station (Cooper 2012), guida molto alternativa alla città di Berlino e Happy Diaz. La formazione musicale di una generazione che è stata ammazzata di botte (Arcana 2015), una lettura politico-musicale dei fatti di Genova 2001. Studioso del pensiero tedesco e francese del Novecento, ha scritto libri su Walter Benjamin, Eric Weil e Alexandre Kojève e di recente un saggio dal titolo Foto di gruppo con servo e signore (Castelvecchi 2017). Ha curato opere varie di Max Weber, Walter Benjamin e Georges Bataille. Il suo ultimo libro è Nico e le maree (Castelvecchi 2019).
Commenti
Un commento a “Fantasie del limite: l’elogio di Davide Assael”
  1. Domenico scrive:

    C’è dunque una stretta relazione tra il concetto di limite e quello di identità. Un’identità, per essere tale e non caos, follia, può essere identificata come lei-proprio-lei-non-un’altra proprio perché evidentemente soggetta a limiti, dunque limitata (in astratto, dotata di Limite) in più modi, limite che costituisce ANCHE frontiera rispetto alle altre identità. Proprio nel senso che la Frontiera, sempre nel senso di un’astrazione di una realtà multiforme, i cui dettagli si perdono nelle pieghe dei corpi e del tempo, è ciò che permette lo scambio tra un dentro ed un fuori (un altro dentro, un dentro altro dal proprio), senza la quale, dunque, non si da Relazione. Che questo Limite non valga sempre e per tutti è evidente nella vita di moltissime persone: quelli che una volta chiamavamo: folli (Francesco d’Assisi), che fossero santi o diavoli qui poco importa, ed oggi ben tassonomizzati (a vantaggio di chi?), come tutta la realtà conoscibile d’altronde; profeti (Pasolini), oggi niente affatto silenti, semplicemente inascoltati, come sempre; geni (Ramanujan), nel senso di coloro che accedono a conoscenze non immediatamente deducibili da premesse note; ed altri che ora non ho modo di sintetizzare.
    Il concetto che qui voglio esprimere è che in tutti costoro il limite, da qualche parte, veniva meno e non a caso la loro stessa identità finiva per essere confusa con quella di altri da sé, ed anzi tale confusione veniva spesso incoraggiata o almeno accettata: in quelle crepe del limite si insinuava qualcosa di più grande, di altro (la grazia, in Simone Weil), che solo in quelle crepe può trovare spazio.

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