Fantasmi iperrealistici. Sui racconti di Luca Ricci

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Questo articolo è uscito su L’immaginazione (nell’immagine: una scena da Funny Games di Michael Haneke, 1997) .

Nonostante il perdurante quanto ingiustificato ostracismo da parte della grande editoria, il racconto continua a essere la forma più esemplare della narrativa italiana. Non per nulla alcuni dei nostri scrittori più interessanti di questi anni si sono espressi al meglio nell’ambito delle forme brevi, e non certamente in quello del romanzo di ampio respiro.

Tra gli autori di racconti delle ultime generazioni, un nome si eleva nettamente al di sopra degli altri: quello di Luca Ricci. Il suo talento è emerso fin dai libri esordiali (Duepigrecoerre d’amore, 2000, e Il piede nel letto, 2005, apparsi presso editori semiclandestini e da tempo introvabili), per poi ottenere una prima, importante consacrazione con l’uscita presso Einaudi di L’amore e altre forme d’odio (2006), forse la migliore raccolta di racconti apparsa in Italia negli anni Zero.

Purtroppo però anche quest’ultimo volume è già diventato pressoché irreperibile, come spesso accade, a causa dei meccanismi dell’editoria contemporanea, anche a testi recenti editi dalle più importanti case editrici. A maggior ragione, allora, converrà procurarsi Fantasmi dell’aldiquà, che esce in una nuova collana del piccolo editore napoletano “La scuola di Pitagora”, “Narrazioni” (diretta da Mario Andrea Rigoni), espressamente dedicata ai racconti brevi.

Il libro rappresenta un po’ il fior fiore della narrativa breve di Ricci, riunendo, insieme a racconti già editi, storie inedite o mai raccolte in volume. A fare da filo conduttore è il tema della coppia, che costituisce per Ricci un’autentica ossessione tematica. Nel primo racconto (La lunga attesa) un marito nutre una forma di amore così possessiva nei confronti della propria consorte da desiderarne la morte, che gli permetterà finalmente di averla tutta per lui.

Nelle altre storie fanno spesso capolino anche dei bambini, che appaiono come figure inquietanti, fatte apposta per smentire ogni idea rassicurante dell’infanzia. L’equilibrio delle coppie di cui parla questo libro è sempre funestato da qualche presenza estranea: può trattarsi di una bambina, per l’appunto (La prima bugia), o del suo immaginario interlocutore (Amici immaginari); degli inquilini del piano di sopra che, non si sa per quale strano motivo, si mettono a spostare i mobili nel cuore della notte, facendo trambusto (Partita a dama); di uno sconosciuto che irrompe in una casa famigliare (L’eclissi); di una enigmatica macchia d’acqua di origine ignota rinvenuta sulle lenzuola (Livelli d’acqua); o, ancora, di un piede fantasma dalle unghie smaltate: quello della prima moglie del protagonista di Il piede nel letto, che si manifesta a questi nel letto matrimoniale, durante gli amplessi con la sua nuova consorte.

Come nel capolavoro di Michael Haneke, Funny Games, la vicende si snodano in genere da una situazione di tranquilla routine famigliare, che poi viene turbata da qualcosa o qualcuno; ma, a differenza di ciò che accade nel film, qui non si arriva mai a una clamorosa deflagrazione, cosicché gli sconvolgimenti rimangono dissimulati tra le pieghe di una (solo) apparentemente tranquilla quotidianità.

Lontana da ogni realismo di maniera, la singolare poetica narrativa di Ricci ha messo in qualche modo in difficoltà la critica nostrana, sempre in cerca di etichette e di definizioni. Non senza buone ragioni, si è potuto avvicinare lo scrittore pisano a una certa linea della narrativa italiana novecentesca che ha insinuato efficacemente l’ombra perturbante del fantastico nel racconto della realtà più comune (di solito si fanno i nomi di Bontempelli, Calvino, Landolfi, ai quali aggiungerei almeno il Papini dei racconti fantastici caro a Borges).

Tuttavia non me la sentirei di definire Ricci uno scrittore “fantastico” tout-court, almeno nell’accezione canonica del termine (lo stesso Landolfi guardava con sarcasmo a questa etichetta che i critici coevi gli avevano appiccicato addosso, quasi per addomesticarne l’originalità). I racconti di Ricci sono anzi, non di rado, “iperrealistici”, laddove gli elementi più allarmanti sono innescati dall’esasperazione di situazioni realistiche. Prendiamone uno tra i più belli e significativi, Uscita in giardino. Una coppia legge un annuncio in cui si propone l’acquisto, a un prezzo conveniente, di un appartamento con un giardino. Fissato l’appuntamento con l’agente immobiliare, marito e moglie scoprono con disappunto che l’appartamento in questione non ha nessun giardino, se non quello immortalato in un dipinto trompe l’œil.

Superata la delusione iniziale, i due decidono di comprare comunque l’abitazione suggestionati da quella parvenza di giardino (un giardino, appunto, iperrealistico e, al tempo stesso, allusivamente simbolico) che diviene, nel bene e nel male, un punto di riferimento essenziale della loro nuova abitazione. Se il vero giardino (dell’Eden?) rimane fatalmente un miraggio dell’aldilà, il suo iperrealistico fantasma si aggira negli scenari disturbanti di questi racconti di Luca Ricci.

Commenti
Un commento a “Fantasmi iperrealistici. Sui racconti di Luca Ricci”
  1. fafner ha detto:

    Questo Ricci sarà bravissimo e, ehm, consacrabile. Ma come si fa a credere a chi scrive così male?

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