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Tra fantastico e videogame: le avventure di Talib

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di Marco Renzi

Siamo più o meno nel 5000 avanti Cristo. Talib è un lucidatore di pomelli alla corte di Babilonia ed è innamorato della principessa: siccome il Re darà in sposa la figlia a chi le regalerà un diamante grande quanto la testa di un toro, si mette subito in viaggio alla ricerca della pietra.

Ma la trama di Talib, o la curiosità (Tunué, 2019), scritto da Bruno Tosatti, non si esaurisce qui, giacché l’avventura picaresca del protagonista è un pretesto per immettere nella storia una serie di personaggi e di sotto-trame: Talib incontrerà Azad, in cerca del suo Golem; il burocrate Miralem, che vuol far pagare le tasse ai Peruani; la tribù dei Frugoli, Erza il raccoglitore di schiuma di nuvole; s’imbatterà poi in draghi, giganti e nelle creature più disparate.

La narrazione perde talvolta di vista il personaggio principale e si focalizza sugli altri; lascia però che sia la curiosità a far da filo conduttore, come l’ottimismo lo fu per il Candido di Voltaire. Il libro è infatti debitore del conte philosophique settecentesco, ma non solo: senza la volontà di scagliarsi contro il Leibniz di turno, dentro Talib ritroviamo Le mille e una notte e il Calvino del Castello dei destini incrociati.

Gli edifici del distretto dei musei contengono solo saloni, con scale che portano ad altri saloni e ad altre scale ancora. Non ci sono corridoi né stanze. I saloni, poi, sono per metà al chiuso e per metà all’aperto, e da saloni diventano terrazze senza neanche una porta che li separi. «A Tagaste non c’è limite alle forme che può prendere l’interno dei palazzi» dice Talib, mentre entrano da una terrazza «le stanze sono come bolle d’aria che fanno crescere gli edifici alti e sottili».

Il testo è presentato da un anonimo curatore come la quarta delle Sette sere di Babilonia, un racconto orale con cui «l’Autore animò […] le sette sere di festa che anticiparono il matrimonio della principessa di Babilonia». La vicenda di Talib s’inserisce quindi in un’ampia cornice; è già di per sé un racconto nel racconto, avendo Le Sette sere di Babilonia una struttura a spirale dove gli episodi tendono a sovrapporsi.

Siamo dunque in un universo composto di testi filosofici, teologici e scientifici ricorrenti nel ricco apparato di note, dal quale apprendiamo l’esistenza di Atlantide, la cavità della Terra e la solidità delle nuvole: ogni cosa è reinventata, e alcuni gloriosi nomi del passato (Newton, ad esempio) convivono con altri fittizi. Sono questi i particolari che più di altri fanno pensare all’opera di Borges, alla letteratura come invenzione di un mondo altro, in cui le storie possono potenzialmente moltiplicarsi all’infinito; un meccanismo proprio anche dei giochi di ruolo: lo stesso autore ha dichiarato che il suo libro nasce da una campagna di Dungeons & Dragons.

La scrittura è facilmente riassumibile nel concetto di leggerezza illustrato dal già citato Calvino nelle sue Lezioni americane: una prosa limpida, semplice eppure curata, fatta di pochi tratti essenziali, che mette la storia davanti a tutto senza tuttavia trascurare lo stile.

Tosatti adotta differenti registri a seconda del personaggio e della situazione descritta; non tralascia i dettagli, e malgrado l’andamento poco lineare dell’intreccio, riesce sempre a riavvolgere riprendere il filo, facendo di quest’alternanza di paesaggi, voci e caratteri uno dei punti di forza del testo.

Pur nella sua natura derivativa, il romanzo di Bruno Tosatti ben si colloca all’interno degli esordi di qualità di Tunué: in questo caso, c’è una netta presa di distanze dal realismo, e lo sconfinamento è totale.
Lo scrittore non manca comunque di personalità, e la sua idea di letteratura è chiara. Il lettore si trova dinanzi a una nuova e interessante voce, che ci si augura avrà la possibilità di consacrarsi con una maggiore consapevolezza dei propri mezzi espressivi.
Attendiamo – con curiosità, naturalmente.

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