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Il Fantasy in una foto di famiglia

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di Sandro Ristori

Ricordate la vecchia metafora della foto di famiglia? Non è facile capire quale tratto accomuna tutti i fratelli; magari due cugini non si assomigliano affatto tra loro, e con ogni probabilità un nipote è molto, molto diverso da uno zio, o da un nonno. Eppure. Eppure c’è qualcosa di indefinibile che li unisce, fosse anche solo un’espressione, un lampo fugace degli occhi. Quella che si dice “l’aria di famiglia”.

Così è il fantasy. Una famiglia numerosa, vivace, chiassosa e irregolare. Le porte di casa sono sempre aperte, tutti possono entrare.

Non consideriamo gli antenati, perché le radici dell’albero genealogico sono tanto profonde e nobili che si rischia di far confusione (non è forse fantasy Astolfo che in groppa all’ippogrifo raggiunge la Luna, come non è forse una quest, per quanto bizzarra e paradossale, quella di Don Chisciotte?).

Partiamo dai capostipiti. Robert Ervin Howard, con Conan il barbaro? O magari Tolkien, che gettando le basi del filone classico del fantasy sfiora il Nobel? Certo, i padri nobili hanno trasmesso ai discendenti segni particolari indelebili: gli eroi posti di fronte a nemici spaventosi e a prove terribili, la quest che porta i protagonisti verso il loro obiettivo e rappresenta un fortissimo trait d’union tra la letteratura classica e quella contemporanea(giochi di ruolo e videogiochi compresi, come spiega con efficacia Vanni Santoni, rappresentante di spicco di una nouvelle vague italiana).

Ma il mondo medievaleggiante popolato di creature misteriose e arcane, che la maggior parte dei lettori associa al fantasy propriamente detto, non è certo l’unica declinazione del genere. La famiglia della foto con il tempo si allarga, arrivano nuovi discendenti, e hanno talvolta look e gusti strani. Non è forse fantasy Harry Potter, con quelvillain che rispecchia pienamente i più alti canoni del genere?Il primo Dracula – quello di Stoker di fine diciannovesimo secolo – non ha quasi nulla di fantasy; eppure la nostra famiglia ha una grande capacità di adattamento, sa prendere ispirazione ovunque trovi qualcosa che colpisce l’immaginazione. Alla bisogna, sa anche rubare. Chi potrebbe togliere dal quadro di gruppo i vampiri di Twilight, o quelli di Anne Rice e Lisa Jane Smith? E in fin dei conti, ha davvero senso mettere Star Wars nel campo della fantascienza? Togliete ad Han Solo il Millennium Falcon e mettetelo in groppa al Drogon de Il Trono di Spade e avrete il fantasy perfetto.

No, non è facile stabilire confini e individuare criteri certi. La nostra è una famiglia aperta e vasta, pronta ad accogliere suggestioni e novità.

Certo, ci sono delle regole da rispettare. Non sono accettati i cialtroni, non basta mettere un’ascia in mano a un troll per essere ammessi. La coerenza interna è un fattore imprescindibile, e un nutrito popolo di appassionati vigila sul rispetto dei vincoli. Il pubblico del fantasy è informato, severo ed esigente come pochi altri. L’ultima serie televisiva di Game of Thrones ha scatenato appassionate discussioni sui social e sui siti specializzati.Potevano i draghi arrivare oltre la Barriera in un arco temporale così ristretto?Quanta distanza è in grado di coprire un drago – tre draghi, per la precisione – in una sola notte? «Ma che importanza può mai avere», diranno alcuni, «è tutto inventato, stiamo parlando di draghi, accidenti, non si può mica stare a cronometrarli, no?».

Ebbene, chi ragiona così non è un appassionato di fantasy. Perché il vero amante accetta ogni invenzione stupefacente, ogni colpo di scena, ogni creatura immaginaria: ma l’insieme si deve tenere, la struttura deve essere salda e credibile in ogni suo dettaglio, non sono tollerate superficialità e facilonerie. Nel mio libro ho creato quindici ducati, ognuno con una propria storia e una propria casata regnante, mentre ai confini settentrionali del Regno premono i barbari e a est si aprono le Grandi Paludi in cui vengono confinati quelli del Segno; ma una volta stabiliti i confini del mio mondo, non avrei mai potuto inserire un elemento discordante – che so, un enorme verme come quelli di Dune. Perché non crei solo dei personaggi, crei una Storia, e non puoi limitarti a descrivere il momento presente, devi sapere anche il passato, il carico che ciascuno dei tuoi protagonisti si porta appresso. Un giornalista di cronaca potrebbe seguire le novità di cronaca senza sapere nulla della storia d’Italia? Quanta credibilità avrebbe?

Tolkien aveva inventato una quantità incredibile di linguaggi per le popolazioni che abitavano i suoi mondi. Lingue vere, con regole grammaticali, sintassi, perfino dialetti. Servivano davvero per i suoi libri? Erano proprio necessari? No, ma in realtà sì. Perché più l’universo che la penna riesce a creare è complesso e stratificato, più sono forti i pilastri che lo reggono, più il lettore vi si farà trascinare, vi si perderà con voluttà.

Le regole ci sono, insomma, e vengono seguite con rispetto da generazioni.

I criteri per essere esclusi dal ritratto di gruppo sono chiari. Meno chiaro è capire che cos’è allora “l’aria di famiglia” di cui parlavamo prima. Che cosa lega gli hobbit ai contadini smemorati di Kazuo Ishiguro?

Risposte univoche non esistono, e probabilmente le linee di demarcazione sono troppo sfumate per essere significative. Il fantasy nella sua essenza più pura è la voglia di allargare il mondo, di non accontentarsi di quello che c’è tra la terra e il cielo, di esplorare le possibilità infinite del meraviglioso. È la disponibilità ad accettare con serietà, a credere profondamente, che ciò che è fantastico possa essere vero e indispensabile come l’aria che respiriamo. È il rifiuto di chiudersi nell’ovvio, di rintanarsi all’interno delle proprie rassicuranti gabbie di normalità. È la spinta a tenere spalancate le porte della percezione. È il sogno di vivere mille vite, di essere allo stesso tempo normali e straordinari.

Ed è per questo che quella foto di famiglia è un po’ il ritratto di tutti noi.

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Un commento a “Il Fantasy in una foto di famiglia”
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  1. […] e di altri testi per fare una mappa del nuovo fantastico italiano; una citazione scappa pure in questo pezzo di Sandro […]



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