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Quel verso buttato lì, in fondo alla schiena. Greco e latino nella versione di Alvaro Rissa

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Una nuova antologia di letteratura greca e latina è in libreria. Si tratta di un libro eccezionale. Innanzitutto perché nessuno dei testi scelti era conosciuto fino a oggi. In secondo luogo perché copre interamente lo spettro dei più importanti autori greci e latini, a partire dalle origini. E infine perché sono chiamati a raccolta i più celebri traduttori che nel Novecento si sono cimentati con la sfida dei classici. Il tutto accompagnato da una prefazione e un apparato di note pienamente in linea con le più moderne metodologie didattiche.

Ma ecco le principali questioni che gli antichi affrontarono e che il curatore ha selezionato: l’epica di Fantozzi in Omero; la questione del trimestre scolastico in Platone; la zuppa di funghi alla Silvano secondo Catullo; l’ode a Isabelle Adjani di Orazio; questioni matrimoniali in un’elegia di Tibullo. C’è molto altro ovviamente in questo libro che l’editore ha voluto intitolare scegliendo una delle strofi saffiche più significative dell’Ode a Noemi di Orazio: Il culo non esiste solo per andare di corpo (il Melangolo, pp. 207, euro 15).

Autore di questo volume “pensato per il triennio del liceo classico” è Alvaro Rissa, poeta dell’Ecce Bombo morettiano, nom de plume di Walter Lapini, professore ordinario di Letteratura Greca all’Università di Genova e senz’altro uno dei più formidabili conoscitori delle due lingue antiche che si insegnano nel liceo classico italiano. Il libro che Lapini ha messo insieme è infatti uno strabiliante mix di intelligenza, dottrina e umorismo: il latino e il greco che ha ricreato per dare alla luce testi folli, grotteschi, satirici, erotici, calcistici e via dicendo, sono esattamente il latino e il greco degli antichi nelle loro specificità di autori e di generi.

Lo stile delle autotraduzioni riprende (e prende in giro) mostri sacri come Valgimigli, Bignone, Calzecchi Onesti. Il didattichese della prefazione è una summa perfetta di quel linguaggio assurdo che la pedagogia “all’avanguardia” ha prodotto nell’ultimo decennio, degradando l’italiano a un gergo tragicomico che emula e deruba penosamente l’inglese (“cooperative learning”, per esempio, per dire “lavoro di gruppo” oppure “debriefing”, per dire “discussione in classe”). Insomma, un’opera d’altri tempi a cui tutti potranno appassionarsi: sia l’erudito che si divertirà a rintracciare allusioni e raffinate contraffazioni bibliografiche, sia lo studente comune che non resisterà di fronte alle peripezie di Fantozzi Kopriethron, ossia la Merdaccia, o di fronte al quattuor tribus tribus, e cioè il 4-3-3, del Brasile di Cafu e Aldair, o davanti al B latus, il lato B di Noemi: Tuus ille culus / non gubernari probat universum / impete casu, “Quel culo che ti ritrovi dimostra che l’universo non è governato dal cieco caso”.

Ma il tema portante dei testi che Lapini ha creato in anni di lavoro è la scuola, la scuola italiana, il liceo classico mai come ora sotto attacco, mai come ora indebolito da riforme che anziché riformare hanno annacquato e decostruito. Troviamo per esempio in una tragedia di paternità lapiniano-sofoclea la perfetta realizzazione dell’autonomia scolastica con la conseguente folle corsa a procacciarsi studenti a ogni costo. Macco e Pappo, Presidi del Galileo e del Dante, si sfidano in un agone indimenticabile (“I miei studenti sono tutti figli di papà”. “Anche i miei – e non di un papà solo”. “Ho fatto entrare anche dei raccomandati”. “Da noi sono tutti raccomandati”. “Per avere più iscritti sono disposto a farmi sputare in faccia” “Per avere più iscritti mi farò cacare addosso”) dopodiché corrono al cimitero per iscrivere anche i morti. Oppure, nella tragedia I ricercatori, troviamo Platone costretto a reincarnarsi (“gli dèi mi costrinsero a rivivere per via delle folli minchiate che avevo sostenuto”) e affrontare una vita di studi umilianti finché non si presenta in incognito a un concorso e viene bocciato sul pensiero di Platone, cioè di lui stesso.

“La mia presa in giro della scuola è piena di affetto” racconta Lapini “Meno affetto provo per le istituzioni scolastiche. Il tentativo di screditare, edulcorare, depotenziare lo studio duro delle lingue antiche sostituendolo con una formazione classica generica è sintomatico di una trasformazione culturale profonda: ci domina la paura delle difficoltà. Non si ammette più culturalmente l’idea che un ostacolo va affrontato e superato. Meglio aggirarlo semplificando. Ma la semplificazione a un certo punto deve fermarsi. Anche un gioco come il poker ha regole complesse, e se vuoi giocare devi impararle, non c‘è alternativa. Esistono nelle cose delle difficoltà intrinseche irriducibili. Questo ovviamente vale per tutto. Ma il latino e il greco, nel momento in cui traduci, lo mostrano in maniera assolutamente esemplare. In quel frangente sei tu lì, da solo, con il vocabolario, la carta e la penna. Tu e la tua capacità di ragionare, ricordare, connettere. Una situazione in cui viene davvero fuori chi sei e cosa sai fare”. Si ripete continuamente che gli studi umanistici non servono più in un Paese in crisi come il nostro che ha bisogno di manualità, di nozioni immediatamente spendibili. “Un Paese in crisi ha bisogno di guardare lontano. Gli studi “inutili” sono gli unici utili nel lungo periodo. Consideri che, storicamente parlando, gli studi classici hanno formato più scienziati che scrittori. Lo studio delle lingue antiche, in realtà, educa al rigore, alla disciplina mentale”.

Lapini, il suo lavoro rigoroso e al tempo stesso giocoso, cominciò a farlo molto presto. Con il latino maccheronico vinse in gioventù qualsiasi concorso di scrittura (il Certamen Vaticanum, il Capitolium e il Catullianum – conquistato addirittura due volte sotto falso nome). Il greco maccheronico venne invece più tardi, dopo i trent’anni, e fu la sfida più dura perché nessuno ci si era cimentato prima. “Il greco maccheronico credo di averlo inventato io: maccheronico ma con le regole del greco vero. Poi mi diverto a ricreare in greco e latino il nostro lessico” Per esempio? “Beh, intanto esistono parole che si adattano quasi da sé: treno, taxi, autobus, eroina, sofà, Talebani, Alfa Romeo, Megan Gale, Belén. Poi ci sono espressioni facilmente grecizzabili, come il megadirettore galattico della Fantozziade, il pezzo iniziale. Ma si prestano bene anche parole straniere come clown, charme, lingerie. Gli stilisti Krizia ed Hermès sono nomi greci, i pittori Rubens e Monet sono parole latine. A volte ho fatto leva sulla risemantizzazione, altre volte sulla mimesi acustica. In un verso ho latinizzato fuck me in fac me (fàmmiti), con identità quasi piena di pronuncia e di concetto”. Più difficile scrivere in greco e latino o in didattichese? Difficile o sconcertante dover creare frasi come questa: “familiarizzando con le più aggiornate metodologie del problem based learning”? Se la ride, adesso, Lapini. “Ma per non piangere. Non sa quanto mi è costato sfornare quella paginetta introduttiva. La lingua a cui sono costretti i futuri professori è grottesca. Una melma di italiano e inglese dalla sintassi assurda”. Cosa ci aspetta allora? “Lasciamo stare, guardi, per ora penso solo al calcio. Io sono un fiorentino romanista, e quest’anno è difficilissimo. Anche perché sono soprattutto antijuventino. Per me la Juventus rappresenta tutto ciò che detesto di più nella vita. Vede? Ecco. Nel portafogli io porto sempre con me la foto del gol di Magath”.

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