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Fare giornalismo in Calabria: il caso La Provincia

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(Nella foto, L’enigma di una giornata di Giorgio De Chirico. Fonte immagine)

di Enrico Miceli

Fare giornalismo in Calabria può anche significare che ti svegli al mattino, bevi un caffè al volo e ti precipiti in redazione per non fare tardi. Poi arrivi lì, accaldato perché è il primo di agosto, sali le scale, apri la porta, e la redazione non c’è più. Guardi meglio, forse hai sbagliato piano. No no, è il piano giusto, è proprio che la redazione non c’è più, è scomparsa. Niente computer, niente server, niente cuffie, niente telefoni, niente di niente, neanche le penne. I tuoi appunti, i tuoi documenti, i numeri telefonici, tutto sparito.

Una vicenda kafkiana, la sceneggiatura di un film scritto male, un romanzo dalla trama inverosimile. Eppure è una storia capitata realmente. Ed è capitata a me e ai colleghi giornalisti Francesco Viola, Ilaria Nocito, Bruno Greco e Fabio Russo, lo scorso sabato, a Cosenza, presso il quotidiano La Provincia (se volete approfondire la vicenda in dettaglio potete leggerla qui). La domanda che più di ogni altra mi è stata rivolta da quel momento in poi, in particolare da amici e colleghi non calabresi, è stata: “Com’è possibile che una cosa del genere accada?”.

Gli uffici della redazione centrale di un importante quotidiano locale spariscono di punto in bianco senza che i redattori ne sappiano nulla e tutto va avanti come sempre.

L’editore che ha deciso di epurare i cinque membri della redazione in questo modo è la famiglia Greco di Cariati, proprietari del gruppo iGreco noto per i suoi prodotti vinicoli e oleari e per il suo impero nella sanità privata messo in piedi in brevissimo tempo sul territorio cosentino. Il fatto di aver tenuto la schiena dritta e aver inoltre preteso fin da subito i normali contratti di categoria, rifiutando a viso aperto le umilianti proposte ricevute, e aver coinvolto tempestivamente il sindacato, non è andato proprio giù alla famiglia Greco. La risposta è stata un imbarazzante balletto di promesse mai mantenute e poi la fuga, di notte, di sabato primo agosto, quando in redazione non c’era nessuno e l’intera città era in vacanza.

Com’è possibile che senza troppi problemi un editore decida di escludere cinque giornalisti (praticamente l’intera redazione), senza preoccuparsi di avvisarli, e poi riaprire il giorno stesso una nuova redazione in un altro edificio, riuscendo a mandare comunque in stampa il giornale e impedendo ai cinque di rientrare? Si tratta di un’editoria malata, non c’è dubbio, ma non solo. Di editori che esercitano il proprio potere spingendosi anche al di là delle regole è pieno il mondo, ma c’è prima di ogni altra cosa, forse, un discorso a monte da fare, un’autocritica a cui l’intera categoria dei giornalisti non può e non deve sottrarsi: chinare la testa è diventata una prassi; abbassare l’asticella della propria dignità, con un settore in crisi e i licenziamenti a tappeto, è diventato routine; il cannibalismo tra colleghi è oramai considerato alla stregua di un apericena a base di Prosecco. Una categoria alle volte accecata da un ego ipertrofico e spesso incapace di essere significativamente corporativa, è questo forse il grosso limite del giornalismo italiano; distorsione, questa, forse, amplificata ancora di più nelle regioni povere come la Calabria.

Il problema del giornalismo sta nei giornalisti, forse, prima ancora che negli editori: una generalizzazione, la mia, che vuole però mettere al centro non i singoli individui bensì un’intera categoria, la sua professionalità e la sua dignità. Un ordine che non riesce a prendere posizione, professionisti che accettano condizioni e condizionamenti inaccettabili perché “tengo famiglia”. In questo momento altri colleghi hanno raggiunto o stanno raggiungendo accordi con la famiglia Greco.

La Provincia di Cosenza, anzi, il nome corretto ora è La Nuova Provincia di Cosenza (ma in fondo potrebbe trattarsi di un qualunque altro giornale), continuerà ad andare in stampa, gli editori continueranno a umiliare una categoria di cui non hanno alcuna stima, i giornalisti continueranno a lamentarsi della loro miseria, di quante poche gratificazioni ricevano dal proprio lavoro, e come sempre si parleranno addosso, continuando a ripetere a se stessi e ad alta voce di essere dei professionisti mentre tutti gli altri fanno schifo. E ogni cosa continuerà come al solito. Uccidendo lentamente non solo i giornali ma l’intero mondo dell’informazione, e mettendo a serio rischio il sistema democratico dell’intero Paese, già incrinato da tempo. Tutto come se niente fosse, un poco per volta, goccia dopo goccia. Lentamente.

Uno stillicidio che si consuma nell’eco di un mormorio indistinto, nell’indifferenza generale. Tra una pausa caffè e una sigaretta. Tra una telefonata e l’ennesimo compromesso al ribasso.

Commenti
6 Commenti a “Fare giornalismo in Calabria: il caso La Provincia”
  1. Sydney scrive:

    Hey! Ammazzamenti a parte, questo film l’ho già fatto io!

  2. Mariateresa scrive:

    Purtroppo non racconti nulla di nuovo, se certo non si considera l’avventatezza editoriale di certi imprenditori e la possibilità di far leva sulla paura di restare senza lavoro. E’ capitato anche al Quotidiano di Lecce, Brindisi e Taranto, un quotidiano, lo dice la parola stessa, che dal 1979, quando fu fondato dalle costole di un settimanale leccese, La tribuna del Salento, e i fondi di un imprenditore tarantino, in società con l’editore Claudio Signorile (eminente politico del Psi) resistette fino al 1998, quando la testata fu venduta a Gaetano Caltagirone, il quale decise di licenziare in tronco una decina fra capiservizio e redattori semplici, dimezzando la redazione, in base a una scelta dettata dal maggior attivismo sindacale di questi redattori, fra cui i rappresentanti del comitato di redazione. Gli altri furono invitati a firmare un nuovo contratto, pena la perdita del posto di lavoro, ma certo con il ricatto di accettare una redazione dimezzata in questo modo, con l’estromissione della tipografia (e sul campo rimasero altri lavoratori che pure erano al giornale dal primo giorno) e la ripresa, dopo circa due mesi di sospensione, delle pubblicazioni, con un’altra testata e la minaccia di chiamare i carabinieri quando i dieci si presentarono al lavoro, forti dell’appoggio sindacale, che naturalmente non è stato più forte di quello degli editori. Ci fu una vertenza trascinata per anni; l’apertura di una redazione a Bari al solo scopo di far viaggiare da Lecce quelli degli estromessi che accettarono di partecipare alla nuova impresa, fallita dopo un anno e condizioni tali per cui altri se ne sono andati. Ma niente paura: l’ordine continua a sfornare giornalisti con una propria scuola e qualche giovane che insegue il sogno del giornale, anche a costo di non essere pagato o di esserlo pochissimo, si trova sempre…Certo, sgombrare tutto in una notte fa più effetto, ma credimi, certi film si stanno ripetendo un po’ troppo spesso!

  3. Enrico scrive:

    La paura è una componente importante, purtroppo, anche umana, se vogliamo. Ma proprio per questo servirebbe una categoria più corporativa, in grado di capire cosa sta succedendo e prendere posizione in modo compatto.

  4. giuseppe scrive:

    La situazione del giornalismo in Italia è molto variegata: in Calabria è difficile per la pressione della ndragheta o della proprietà; a livello nazionale per auto-censura conformistica o per timore di disturbare il manovratore o semplicemente perché non dire la verità è insito nel proprio Dna. In ogni caso, il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il calo dei lettori ma nessuno si accorge del fenomeno. Amen.

  5. Luigi Colasacco scrive:

    Impossibile chiamare questa gente “editori”. Sono solo persone che pubblicano una propria “fanzine” per portare avanti determinati interessi. La faccenda si risolve non acquistando il prodotto.

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