Milano

Faremo foresta: Milano toccata e fuga

Provare a raccontare il dolore dal suo inizio, provare a raccontare come il dolore scivoli nelle cose che lo precedono inquinandole, ma spesso anche restituendo una forma allo sguardo capace di superare il dolore stesso. Lo strazio per la perdita, la disperazione per il male che si fa fisico e lacerante. Ilaria Bernardini parte da tutto questo con Faremo foresta (Mondadori) e lo fa restituendo un romanzo in cui il dolore diviene elemento agonistico esistenziale e non parte di una conclusione data, di una rassegnazione in combattimento.

La narratrice come un’acrobata posiziona una parola dopo l’altra come i piedi lungo un filo sospeso, ogni parola si carica di rischio e di possibilità, di spazio e di tempo. Faremo foresta non è così solamente un memoir famigliare, un racconto corale di una Milano di inizio millennio confusa tra i soldi che vanno e quelli che vengono, tra gli amori in perenne attraversamento e i dubbi per un passato non del tutto compreso, non del tutto contenuto tra le dita della memoria. Faremo foresta prova infatti a costruire un’azione narrativa senza forzare la mano, senza radicalizzare il lutto, ma prendendone atto: Ilaria Bernardini compie un’operazione letteraria raffinata capace di trascendere l’argine del ricordo in una forma di racconto compiuto ed essenziale.

Faemo foresta, Milano

Il rapporto con la madre e i fratelli diviene così il terreno di un percorso di analisi e di confronto che trova al suo opposto il rapporto con il figlio e con la messa in costruzione di un habitat naturale fatto di fiori e piante che vanno a riempire a poco a poco il balcone di casa, metafora di un vuoto incolmabile, ma non per questo inabitabile. La natura dunque non come vezzeggiativo di una vita metropolitana, ma come elemento fondante di un continuo diramarsi relazionale dentro al quale contraddizioni e gioie improvvise, angosce e sparizioni si alternano come curiose foglie in divenire.

Storia di una famiglia milanese contemporanea dal passato industriale glorioso e dal presente inquieto dentro al quale gli errori divengono oggetti previsti al pari dei successi, un luogo dove l’illusione della sparizione, dell’assenza raggiunge la forma dell’abbandono immotivato. Dentro a questo garbuglio di ovattati sensi di colpa si muovono personaggi attoniti, ma al tempo stesso consapevoli e dignitosi. Il padre assente si oppone alla presenza icastica della madre che ordina, decide e ripulisce, ma al tempo stesso confonde nuovamente le idee alla figlia: dialoghi sul filo dell’ironia e del pianto.

Come il dolore che viene da lontano e si materializza quasi d’improvviso nelle stanze d’ospedale e nella relazione con il marito, così Milano diventa il punto di partenza, l’inizio di un movimento che può ormai compiersi solo lontano dalla città lombarda.

Ilaria Bernardini ferma delle istantanee sul pericolo: le moto a terra dopo un incidente, lo sguardo della madre, la reazione del compagno al trasferimento, le telefonate con il padre. Una sorta di catalogo dell’addio che preannuncia se non una rinascita un sincero movimento, un ritorno a se stessi come luogo naturale, un movimento accompagnato dalla tranquillità di Nico (il figlio) felice e complice tra le piante del balcone.

L’inadeguatezza del movimento dunque affiora nella cura che richiede nuove pratiche e nuove urgenze, una cura che coinvolge la famiglia questa volta ad un punto zero, come fossero vecchi sconosciuti con cui ritrovare un punto di partenza, come delle piante che si sono sempre viste, ma mai curate è necessario imparare tutto: più acqua, meno acqua, dove tagliare e come proteggere. Non sempre è necessario rimanere per curare, alle volte è meglio andare via, spostarsi, abbandonare il campo, perché in fondo anche la fuga fa parte della lotta.

Faremo foresta è un romanzo sui nostri tempi, su un dolore che non sappiamo più portare oltre i confini famigliari come sarebbe necessario. La madre della narratrice prendendo tutta la sua storia e mettendola in viaggio per l’India prova a farla crescere senza abbandonare, fare foresta è andare oltre senza rete, ma non senza perdere contatto con le origini che non sono i ricordi, ma quello che di vivo resta ogni giorno, tutti i giorni. Ilaria Bernardini con la sua prova migliore, restituisce un racconto sincero su un tempo che è una famiglia, una città e uno stato dell’arte da cui è necessario prendere spazio. Far decantare finalmente l’intimità dei giorni andati per recuperare la giusta distanza dalla storia.

Immagine di copertina di Annie Spratt

Giacomo Giossi è responsabile editoriale di cheFare. Scrive per quotidiani e riviste.
Commenti
Un commento a “Faremo foresta: Milano toccata e fuga”
  1. db scrive:

    Il rapporto con la madre e i fratelli divengono

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