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Il fascino senza tempo di “Something” nei cinquant’anni di Abbey Road

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di Simone Bachechi

Piccoli editori crescono e cercano nuove strade e sbocchi negli impervi percorsi e nel mare magnum dell’editoria, piccola, media o grande che sia, già di per sé quello dell’editoria settore economico di nicchia, almeno nel nostro paese, al cui interno l’editoria musicale riveste un ruolo ancor più di nicchia. Da prendere quindi con grande curiosità e rispetto la coraggiosa intrapresa di una piccola casa editrice del Sud come quella della GM Press, che traendo spunto da un leggendario brano dei Beatles, nel cinquantesimo anniversario della sua pubblicazione all’interno di Abbey Road – il loro ultimo album di fatto; Let it Be, uscito dopo, conteneva canzoni incise precedentemente – gli dedica un breve ma intenso saggio, il primo seguendo la ratio della collana “songs” che lo ospita  e che dovrebbe portare ad altre pubblicazioni dello stesso tenore.

Il brano in questione è Something, che dà anche il titolo al piccolo ma ricchissimo volume di Donato Zoppo, già affermato fine critico e storico della musica rock; il titolo completo del libro è “Something – il 1969 e una canzone leggendaria” (GM Press 2019 – pag.98). L’occasione vuole essere sia celebrativa – tant’è che il libro è uscito il 26 settembre 2019, esattamente 50 anni dopo il release dell’album beatlesiano – che divulgativa. L’editoria musicale può infatti essere un importante veicolo per portare soprattutto le più giovani generazioni a conoscenza di mostri sacri e non solo della musica rock, mentre per i più attempati può essere un utile strumento per rimaneggiare i giganti della storia della musica rock o pop che la si voglia definire, come i Beatles, i quali possono piacere o meno, non per questione di generazioni  diverse, perché i giganti (e i Beatles lo sono) superano ogni barriera generazionale, o per varie occorrenze giovanili, quando si forma il gusto e l’orecchio e possono diventare o meno parte del nostro bagaglio culturale musicale, ma sono imprescindibili.

Parafrasando Benedetto Croce, non possiamo non dirci beatlesiani. I Beatles sanciscono la definitiva superiorità della cultura pop all’ interno della quale assumono il ruolo di perno e simbolo universale del mutamento alle porte negli anni Sessanta. I Beatles sono una continua scoperta e anche un breve saggio come quello di Zoppo, con il suo particolare punto di vista, aiuta a capire che tutto girava intorno a loro, tutte le prassi discografiche, i mutamenti in corso nella musica e nella cultura giovanile, per non parlare dell’immensa eredità sui generi e gruppi degli anni a venire; insomma, i Fab Four tornano sempre.

Sono qui fotografati in quel fatidico 1969, un’istantanea prima della fine, prima della “Grande Smobilitazione”, quando i segnali del loro sfaldamento e imminente implosione fino allo scioglimento dell’anno successivo sono inequivocabili. Grande risalto è ovviamente riservato alla genesi del celeberrimo brano harrisoniano che dà il titolo al volume, quella che Frank Sinatra definirà “la più bella canzone d’amore mai scritta”… sebbene all’interno della quale non è  pronunciata una sola volta la parola amore.

Il merito del volume di Zoppo, impreziosito dalla schietta prefazione di Michelangelo Iossa,  uno dei maggiori studiosi beatlesiani italiani, grazie alla minuziosa attenzione al dettaglio, frutto di una certosina documentazione riferita nelle quattro pagine finali di fonti bibliografiche, è quello di portare il lettore all’interno delle dinamiche e vicissitudini dei Fab Four, a vivere praticamente in presa diretta quei giorni  e mesi fatidici per la sorte della band “più famosa di Gesù Cristo” (Lennon dixit), una vera e propria immersione nei Sixties e nel making of di uno dei capolavori della storia del rock.

Il particolare taglio, l’ellissi narrativa del parlare di una singola canzone, serve da grimaldello e introduzione per entrare nell’officina e nell’universo Beatles, microcosmo e macrocosmo. In questa analisi non può che spiccare la figura dell’autore di Something, George Harrison, Il “Beatle introverso”. Una figura autoriale che – se anche sia stata rivalutata negli anni all’interno del quartetto – ancora oggi nell’immaginario collettivo è considerata di secondo piano, quasi sbiadita, ingiustamente stretta nella morsa del duo Lennon-McCartney.

Ci accorgeremo invece come all’interno della band il ruolo del figlio di una cattolica irlandese e di un controllare di autobus vada mutando progressivamente. Il componente anagraficamente più giovane del gruppo, per la cui minore età fra l’altro i Beatles degli esordi dovranno rientrare da Amburgo nella natia Liverpool, rischiando quasi di compromettere la loro definitiva ascesa, colui del quale Lennon lamentava  lo seguisse come un un’ombra, un ragazzino insicuro che gli stava appiccicato tutto il tempo, confessando che gli occorreranno anni per ritenerlo un “parigrado”, ha nel tempo sviluppato una sua personalità compiuta all’interno del gruppo. Fra il solipsismo e il cinismo di Lennon, l’indole regolativa del paziente ma autocrate McCartney e il rinunciatario Ringo, il tenebroso George riesce a farsi strada e ritagliarsi un ruolo sempre più di primo piano per il  seppur breve futuro del gruppo.

Con la scoperta dell’oriente e della musica classica indiana attraverso Ravi Shankar, con la meditazione trascendentale, insieme a George Harrison arrivano nella terra di sua Maestà non solo spezie e tè dalla compagnia delle indie ma anche quella spiritualità e incontro fra occidente e oriente che grande ruolo avrà nella cultura musicale e non solo degli anni successivi, oltre a una buona dose di psichedelia, musicale e più strettamente chimica sulla scia delle esperienze di George stesso con l’LSD.

Tuttavia, non tragga in inganno questa immagine mistica di Harrison. Il libro di Zoppo sa anche divertire con una ricca aneddotica che ferma l’immagine sui risvolti più prosaici di quel 1969 che è il ciclo finale della vicenda beatlesiana, con le sessioni di registrazione di Abbey Road. Possiamo così scoprire che il titolo dell’ultimo album dei Fab Four avrebbe potuto essere Everest, dalla marca di sigarette che il fidato tecnico del suono Geoff Emerick accendeva una dopo l’altra nel fumosissimo iconico studio di registrazione londinese, dove fra l’altro  si scatena la furia di Harrison per i biscotti mangiatigli da Yoko Ono con la sua di lei sempre più ingombrante presenza; o a quella rivolta verso un fonico che gli aveva chiesto di abbassare il volume durante una sessione di registrazione. Tutti sintomi del malessere interno ai Fab Four e che rendono in filigrana un’immagine diversa da quella del temperante, distaccato e meditativo Harrison.

In quel fatidico anno, nel bel mezzo della bagarre legata alla disastrosa vicenda economica della Apple Record, dopo il famoso concerto sul di cui tetto, di fatto l’ultimo live dei Beatles, McCartney prende le redini in mano e decide di incidere negli studi EMI di Abbey road l’album omonimo, dopo le spinte centrifughe dei vari progetti solisti dei quattro.

Alla piccola collezione dei precedenti brani harrisoniani, da Taxman a While my guitar gently weeps, l’ultimo 33 dei Beatles aggiunge due sue perle: Here come the sun e lei, la più bella canzone d’amore mai scritta: Something. Solo apparentemente dedicata alla moglie Pattie Boyd, modella e vera propria “musa del rock ”(sarà la futura moglie di Eric Clapton), conosciuta da Harrison sul set di A Hard day’s night, Something va oltre l’amore per una donna, come ammesso dallo stesso George: “In realtà parla di Krishna ma non potevo certo parlare di lui, dovevo parlare di una donna, altrimenti mi avrebbero preso per una checca” e ancora più esplicitamente: “Tutto l’amore fa parte dell’amore universale, quando ami una donna vedi il Dio che c’è in lei”.

Per un pezzo di musica rock, la coverizzazione è un po’ la sua canonizzazione. Nel caso di Something se ne contano oltre 150, fra cui oltre – a quella di Sinatra – una incisa da Elvis fino a Chet Baker, Ray Charles, James Brown, Willie Nelson, Gilberto Gil; insomma un’eterogeneità dei generi per un’eterogenesi dei fini e riconoscere e tributare il giusto omaggio al “Beatle introverso” e più in generale a quattro  ragazzi che a soli trent’anni hanno già dato tutto e scritto la storia della musica, con buona pace di tanto giovanilismo di facciata dei nostri tempi. I Beatles sono la gioia, la gioventù, la contestazione, la libertà, l’amore e il rock e lo sono ancora oggi, cosa viva anche a distanza di 50 anni; e il merito di un breve ma ricco saggio come quello di Zoppo, una goccia nella vastissima geografia beatlesiana, è quello di essere lì a ricordarlo.

Commenti
2 Commenti a “Il fascino senza tempo di “Something” nei cinquant’anni di Abbey Road”
  1. Alfredo scrive:

    In realtà la parola “amore”, in Something, compare, nel bridge. Spero sia un refuso dell’articolo e non del libro stesso…

  2. Simone B. scrive:

    Hai ragione Alfredo, infatti nel volume è specificato che a non comparire è la frase “I love you”. E’ il recensore che con l’amore ha fatto confusione. Chiedo venia.

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