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Fastfood social club

Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo per la disponibilità.

di Claudio Morici

La foresta pluviale occupa circa nove milioni di chilometri quadrati ed è il luogo del Pianeta dove si concentra la maggior quantità di specie animali e vegetali. Si calcolano 900 mila specie differenti, di cui solo il 15-35 per cento già catalogate. Per quanto riguarda Roma, invece, c’è un luogo che, secondo me, detiene il record della maggior quantità di diversità umana. In questo caso occupa 400 metri quadrati. E nonostante anche qui catalogare tutte queste diversità sia impossibile, vorrei dare il mio piccolo contributo.

Un laboratorio. O una bomba?

Il luogo in questione è il McDonald’s all’angolo tra via Casilina e via di Tor Pignattara, periferia Est della città. Entri a qualsiasi ora del giorno e puoi trovare, seduti a un tavolo di distanza, una comitiva di anziani che chiacchiera davanti a un milkshake, bambini indiani, bengalesi, cinesi, italiani che corrono da tutte le parti, signore musulmane elegantissime, adolescenti brufolosi che fanno i fichi con le ragazze e agenti immobiliari in pausa pranzo. Aggiungiamo cinesi che preparano l’esame, senza fissa dimora che si riforniscono di bustine di zucchero, transessuali sudamericani al telefono, e per ora fermiamoci qui.

È un acquario, questo McDonald’s. Con la sua vetrata ad angolo grandissima, ti fa sembrare un pesce colorato che guarda fuori, dove c’è un acquario ancora più grande: Tor Pignattara, uno dei quartieri più densamente popolati di Roma. Cinquantamila abitanti: quasi il 20 per cento dei residenti è di origine straniera. Per alcuni un laboratorio di convivenza multirazziale, per altri un bomba che sta per esplodere, per altri ancora una bomba che stanno facendo esplodere«a vantaggio dei sovranisti», come mi dice Lucia che qui ci è nata.

Scuola da record

Ma la particolarità del Mac di Torpigna non si spiega solo con le teorie sul quartiere. È piena di paradossi. Il primo è proprio che la McDonald’s (fino al 2018 la più grande catena di fast food al mondo) è stata accusata, negli anni Ottanta, di essere la principale responsabile del disboscamento di quella foresta pluviale di cui parlavamo prima (a causa dell’allevamento intensivo di bovini). Un altro paradosso, ad esempio, è che uno come me, che ha sempre odiato i fast food, si ritrovi a scriverne un articolo essenzialmente elogiativo. La storia del Mac è stata sempre seminata da polemiche. In Italia a partire dalle proteste per la “sacrilega” prima sede in Piazza di Spagna. E a dicembre 2016, quando apriva il “Mac di Torpigna” erano tanti i timori, soprattutto che fagocitasse i bare i ristoranti della zona. Le grandi speranze, invece, erano che ripulisse il quartiere dalla criminalità o qualcosa del genere. Alla fine non è successo niente di tutto questo. Quello che è successo è il record cittadino di maggior concentrazione di diversità umana. Cerco conferma parlando con vari residenti tra cui anche Claudio Gnessi, presidente dell’Ecomuseo Casilino. Ci sediamo sulle panchine di plastica del bar Hawaii e dopo aver riflettuto qualche secondo, mi dice «Forse sì». Ma specifica che si tratterebbe del record “indoor”: quello in esterno spetta certamente alla piazzetta davanti alla scuola Pisacane nell’orario di entrata e di uscita (lo scorso anno su 140 iscritti 44 erano di famiglie straniere).

Non avere scelta

A Tor Pignattara ci sono tantissimi ristoranti etnici ma la gente del quartiere si mischia solo al Mac perché qui, secondo Gnessi, si può andare «senza fare una scelta». Se vai in qualsiasi altro posto dichiari chi sei, a quale gruppo appartieni. Indiano musulmani, indiano indù, cinese, bengalese italiano appena arrivato, italiano che abita qui dagli anni 60 … Per i minuti che stai dentro al Mac invece sei completamente anonimo, non hai dichiarato di essere nessuno.

Ma immergiamoci nell’acquario, ovvero iniziamo a descrivere questa fauna cosi diversificata. La specie più sorprendente sono gli anziani di quartiere. Italiani. Si conoscono tutti. Sono vere e proprie comitive con grossi spettegolamenti e competizioni sul nipote più bravo. Di solito si dividono in gruppi di sole donne o soli uomini. Si prendono il caffè, l’orzo o il gelato se non hanno il diabete. In questa parte di Roma non si danno del “lei”, neanche del”tu”, si danno dell'”ahó”. Una volta una vecchietta ha cominciato a lamentarsi dell’aumento del prezzo del Sundae, 20 centesimi in più. Poi un’amica le ha fatto notare che è sempre costato così, è lei che ha problemi di memoria. È commovente quando si aiutano a camminare, o si cedono il posto migliore se qualcuno ha problemi di salute.

Seconda generazione

La maggioranza statistica dei clienti è comunque straniera, in una distribuzione che più o meno rispetta quella del quartiere. Quasi la metà vengono dall’Asia, ma l’atmosfera piace particolarmente ai peruviani, spesso in canottiera, tatuatissimi, testa rasata, con moglie e figli che si riempiono di patatine. Nel tardo pomeriggio arrivano le signore rumene, curatissime, chiacchierano con le amiche dopo aver lavorato tutto il giorno, con il viso sempre serio ma appagato. A volte le ho viste arrembate da sessantenni italiani con la gelatina, vestiti di bianco, che fanno battute tipo: «Ahó, nun te ne torna’ in Romania, eh!» quando le vedono andare in bagno. I filippini invece si riempiono di gelato e sguinzagliano i bambini. Mentre la radio del Mac manda Mahmood, un papà bengalese ruba una patatina a suo figlio che canta a memoria. Gli adolescenti cinesi occupano tavoli comuni, studiano mentre chattano al cellulare parlando tra loro pochissimo. Più spesso vedo gruppi di ragazze e ragazzi italiani di seconda generazione, accomunati soprattutto dall’identico accento fortemente romano. Proprio accanto a loro si siedono gli uomini d’affari cinesi, tre cellulari a testa durante le riunioni con i clienti. E neanche sfiorano con lo sguardo le tante donne indiane bellissime, elegantissime, che vengono a fare merenda con i figli. Raramente mi è capitato di incrociarle in giro per il quartiere, le vedo solo qui. Magari si siedono a un metro dai muratori dell’Est che hanno appena staccato, con le birre sul tavolo, e che fanno a gara per chi deve pagare o chattano su whatzup.

Con le mazze da cricket

Ci sono anche i turisti. Si ritrovano a Tor Pignattara per risparmiare con i B&B scelti online e magari pensano con orgoglio di essere nella “vera Roma”. Sconvolti dalla dissonanza cognitiva ora si rinchiudono nel Mac, questo posto con il free-wifi identico a quello di casa loro. Ecco poi gli agenti immobiliari (li riconosci dall’abbigliamento dettato dal loro franchising); ecco i ragazzi di Deliveroo che entrano, escono e a volte persino si siedono. Poi i senza fissa dimora con i loro cani, le famiglie proletarie delle borgate di Roma est, i ragazzi pachistani con le mazze da cricket, i radical chic, i marocchini, i tunisini e gli artisti che scappano dal centro come me. Io sono venuto ad abitare qui perché costava meno e si respirava una bella energia. E non era lontano da quartieri culturalmente attivi come il Pigneto o San Lorenzo. Di solito mi prendo un caffè, mi piazzo sul primo tavolino, accendo l’iPad e mi impongo di scrivere finché non mi cacciano via. È una specie di gara. Soltanto che qui nessuno ti caccia via e allora mi allontano esausto qualche ora dopo. Morici 0 McDonald’s 1. Ma a volte ci vengo con mio figlio di sei anni e allora scavallo di categoria, ed è tutta un’altra storia.

Gli uomini ragno

C’è un tablet gigantesco dove giocano cinque-sei bambini alla volta. La maggior parte di loro più che nativi digitali, sono prematuri digitali. Ma il tablet è fatto per farli stare insieme, quindi saltano, cambiano posizione, fanno conoscenza. I più timidi rimangono a vedere, ma come si allontano gli rubano il posto e poi glielo ridanno. Ci sono bambini piccolissimi con la maglietta dell’Uomo Ragno che si arrampicano per vedere come va la partita. Bambini pachistani con la maglietta della nazionale italiana che non tolgono mai. Piccoli rumeni intellettuali in silenzio a leggere Topolino. Una volta ho visto una bambina seduta al tavolo, sola, in contatto visivo con la mamma tramite cellulare. Che è tornata dal supermercato con un regalo: uno scialle blu con le stelline gialle. Lei parlava in arabo, la bambina rispondeva in italiano.

Ama il tuo lato brutto

Parliamoci chiaro: il McDonald’s di Tor Pignattara non è un trionfo della comunicazione e della conoscenza reciproca. Ogni gruppo sta per conto suo e non interagisce. Non si fanno molte nuove conoscenze nei non-luoghi. Non ci si integra in automatico. Ma sono proprio i bambini a fare la differenza. Le uniche volte che ho visto i diversi gruppi scambiare due chiacchiere, salutarsi, conoscersi e riconoscersi c’erano di mezzo i bambini. Il vecchietto romano che fermava un papà bengalese per fargli i compli-menti: «’Na famiglia senza fiji nun è ‘na famiglia». Un’anziana che chiede alla madre di una piccola indiana se può offrirle una caramella. A volte mi sono ritrovato il tavolo pieno di nuovi amichetti di mio figlio. E poi ci sono le feste di compleanno dove le animatrici del Mac passano per i tavoli a invitare tutti i bambini presenti in quel momento, e più che animatrici sembrano operatrici sociali. Poi esci fuori dall’acquario, fai due metri, e ovviamente non è che è sempre rosa e fiori. Non solo per il decadimento cittadino generale o per la quantità di cassonetti, se possibile, ancora più straripanti che in altre zone. Molti vecchi residenti del quartiere si sentono invasi dagli stranieri e li reputano responsabili di un cambiamento che non avrebbero mai voluto. Non mancano neppure gli episodi di intolleranza, e ci sono state vere e proprie spedizioni neofasciste, aggressioni seriali a stranieri sul trenino che passa sulla Casilina. L’episodio più grave è avvenuto nel 2014, quando Muhammad Shahzad Khan, un pachistano di 28 anni, è stato ucciso per strada da un ragazzo italiano neanche maggiorenne incitato dal padre. Tor Pignattara è un quartiere con un futuro a rischio. Dove il conflitto è potenzialmente altissimo ma lo sono anche le opportunità di incontro. C’è bisogno di luoghi strategici che ammortizzino. Cuscinetti sociali. Tanti. Ovunque. Il vero paradosso di questa storia è che una multinazionale statunitense si ritrovi a fare quello che dovrebbe fare il Comune di Roma. Ovvero offrire un servizio sociale che funziona, un posto per tutti, dove i giocattoli in regalo si chiamano Ugly dools e sottotitolano «ama il tuo lato brutto». Lo scorso anno qualcuno ha incendiato uno striscione della scuola Pisacane perché era scritto in arabo. Pochi giorni dopo ne è comparso un altro e sopra c’era scritto “Più semo e mejo stamo”.

Contro tutti gli squali

A Tor Pignattara ogni azione che aiuti il processo di convivenza, di crescita e di sviluppo sociale è fatta solo da privati. Che siano i negozianti, il teatro Studio Uno, gli insegnanti delle scuole, gli attivissimi comitati di Quartiere, gli organizzatori di piccoli Festival, la Piccola Orchestra di TorPignattara, i gestori di palestre o persino il McDonald’s. Le istituzioni sono invisibili. Il quartiere è ancora un’isola popolare, affascinante, piena di problemi ma in fondo felice. Quanto durerà? A volte, tra un caffè alla cannella e un BigMac di cui so già che mi pentirò, mi metto accanto al vetro del McDonald’s, guardo fuori e mi accorgo che non sono dentro un acquario. Lì fuori c’è l’oceano e ho come l’impressione di essere immerso dentro una fragilissima vasca antisqualo.

Commenti
Un commento a “Fastfood social club”
  1. Alessandro scrive:

    Mentre leggevo questo articolo, sono tornato con la mente a quando io vivevo lì: precisamente via della Marranella angolo con Torpignattara, negli anni 60/80 era completamente un’altra realtà… che mi ha segnato dentro per il resto della mia vita. Oggi a distanza di un tempo relativamente distante ho scritto un libro, che parte da questo quartiere per finire da tutt’altro, ne racconto uno spaccato che può far capire molte cose. Se vi può interessare come romanzo sul disagio sociale di allora come oggi ( non è cambiato niente ) il titolo è Vita acida – edito il seme bianco- Autore Di Cavio Alessandro .

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