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“Fatti vivo”, la nuova raccolta di Chandra Livia Candiani

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Il 18 aprile è uscito da Einaudi «Fatti vivo», tre anni dopo il grande successo de «La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore», con cui Chandra Livia Candiani esordiva nella collana Bianca portando finalmente al grande pubblico un lavoro di poesia – tra i più significativi oggi in Italia – lungo anni, lungo una vita. Prima di allora, i suoi libri e le sue poesie hanno circolato grazie al passaparola e a un culto fedele e incantato, perlopiù legato a Milano, città dove lei – russa da parte di madre – è nata nel 1952 e vive tuttora, traducendo testi buddisti e per bambini, e conducendo seminari di poesia nelle scuole elementari (esperienza raccolta nel libro «Ma dove sono le parole?», Effigie 2015).

«Fatti vivo», farsi vivi: cosa significa? La vita la riceviamo, la doniamo; piombiamo nella vita e molte vite piombano nella nostra; spesso nella vita la vita ci capita e più spesso ci capita addosso senza che ce la aspettiamo, che ce ne accorgiamo.

Questo libro, pienamente lirico, è in grado di evocare «una sorta di narrazione emblematica» (così Mauro Bersani in quarta di copertina) e in questa narrazione raccontare prima di tutto una rinascita, un farsi vivi nella vita che è già da sempre data, ma che non «è» davvero fin quando non viene scelta, non viene fatta «per noi», fatta «nostra». Non è un tornare indietro, nel ventre della madre, ma un andare nel futuro: rinascita del mondo in ogni uomo e ogni donna attraverso l’ascolto e l’attenzione, preghiera naturale – lo scriveva Malebranche – dell’anima. 

L’idea di rinascita può legarsi al discorso di Gesù a Nicodemo, sulla «rinascita dall’alto», dall’acqua e dallo spirito. Così lo commentava il filosofo Enzo Paci: «Ora questa riconquista è in realtà la possibilità e la scelta di fronte alla legge e la vera libertà si realizza nella scelta per la direzione della legge, dove l’uomo non vive un inizio, né si pone mai in un inizio, non vive mai come fine né si pone mai come fine, se non in quanto inizio e fine vengono trasfigurati nella forma e quindi formano la nostra vita come vita spirituale, così come, in Giovanni, la vera nascita non è la nascita fuori dalla relazione, ma la nascita trasfigurata dalla relazione e cioè lo spirito».

«Fatti vivo» porta la poesia di Chandra Livia Candiani a un livello ancora più alto, nel senso della profondità, rispetto a dove arrivava «La bambina pugile» e i libri precedenti («Io con vestito leggero», «La porta», «Bevendo il tè con i morti» – recentemente riproposto da Interlinea –, per citare i principali). Accanto a questo nuovo, i libri precedenti suonano anzi come un’ouverture, un dialogo di voci che conduce a un centro che è insieme origine e novità.

Al lavoro di Candiani sulla poesia corrisponde una crescita continua della forza con cui il suo linguaggio tende all’indicibile. Raccontare la vita, in «Fatti vivo» significa anche affrontare il male, senza condannarlo e senza giudicarlo; sentire quel che è chiamato a sentire chi agisce per il male, interrogarsi sulla voce – sulle voci – che lo chiama; evocare il male e stare, di fronte al male («Caro male, / non ti chiedo ragioni / è questa la legge di ospitalità, / ti tengo come una piuma / anche quando sei montagna […]»); dare ospitalità al male senza chiedere ragioni; rendere onore alla paura. Questa postura innesca una rivoluzione piccola, silenziosa, che si riconnette all’idea di rinascita; suggerisce, e rende più comprensibile, cosa significa l’inevitabilità del bene.

***

(Due poesie tratte da «Fatti vivo», di Chandra Livia Candiani, Einaudi 2017)

Bisogna dedicarsi
pian piano
precisamente
a briciole per uccelli
sul davanzale nord,
piegati su di sé
lavare il pavimento
come il corpo di un dio
bambino,
guardare i piatti sgocciolare
come una luna che spazza via
l’ovvio tra gli alberi.
Perdere intenti e rimedi
contro il restare,
soffermarsi cauti
su ogni vuoto di voce
e affetto di silenzio,
lavorare come minatori
al capezzale delle parole,
aspettare disperati.
In cambio del fiore di gelsomino.

*

Come andare al tempio,
come un lago tranquillo
le mani senza offerte
tranne quello che hai sfamato
diventato respiro
bruma tra i capelli
e preparare parole povere
snocciolate
via via che la porta
si avvicina?
Come andare al tempio,
furiosi e famelici
con il sangue che bussa
insieme agli annegati,
con le mani zuppe
di lacrime degli altri senza faccia,
con i sogni degli animali
che non sanno di nascere
crescono schiodati dalla terra
per sfamare i sazi?
Come andare al tempio,
saltellando o strisciando
stanchi, stanchi
di pregare silenzio e trovare
solo nomi abbandonati
voci scucite?
Come girare le spalle al tempio
e tornare lentamente
verso casa e ogni passo
farlo santo appropriato
e insieme incompetente,
ogni respiro accompagnarlo
precisamente
e poi cadere a terra come ammainati
e tenere la propria mano
e dirsi eccomi qui
piccola come un pulviscolo
eccomi spazzata via
alla domanda schietta:
briciola che ha paura del pane
è la morte?

Andrea Cirolla è nato a Bergamo nel 1983. Vive a Milano, dove si è laureato in filosofia. Lavora nell’editoria e scrive. Suoi articoli e interviste sono usciti su giornali e riviste, tra cui Corriere della Sera, la Lettura, pagina99 e Nuovi Argomenti.
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  1. […] navigando qua e là, lo avete intuito, ho letto i versi con cui il post si apriva (li ho letti qui); e li ho trovati versi bellissimi, meravigliosi, incantati e senza dubbio esaurienti; come se ci […]

  2. […] Fatti vivo sono disponibili in rete i testi di Giorgio Morale, Andrea Cirolla, Sara Vergari, Pasquale Di Palmo, Antonio […]



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