Faulkner nel cuore umano e dell’America

di Nicola Lagioia

A Cambridge, nel Massachusetts, poco distante dalle celebri università di Harvard e del M.I.T., passeggiando sul fiume Charles attraverso il Memorial Bridge Anderson può capitare di imbattersi in una targa commemorativa. I caratteri scolpiti nel bel metallo opaco recitano: “Quentin Compson, drowned in odour of honeysuckle. 1891 – 1910″. La memoria dell'”annegato in odor di caprifoglio” su cui la targa invita a soffermarsi è dunque quella del più noto personaggio di William Faulkner benché anche lui studente a Harvard nella finzione letteraria: Quentin Compson, tormentato eroe de L’urlo e il furore, il quale, innamorato non del corpo di sua sorella ma di un certo concetto dell’onore “sostenuto dalla piccola e fragile membrana della sua perduta verginità” decise di annegarsi nel fiume Charles il 2 giugno del 1910.
Quentin Compson è probabilmente, insieme allo Stehpen Dedalus di Ulysses, la migliore rivisitazione del personaggio di Amleto donataci dalla letteratura moderna. L’estensione della sua memoria nella concretezza del mondo reale (così come Dublino festeggia annualmente Joyce nonché se stessa con il Bloomsday) è solo la più evidente dimostrazione di come il suo autore abbia realizzato ciò che (insieme all’immortalità) è la massima aspirazione che uno scrittore possa avere, e cioè contribuire a formare l’identità nazionale del suo popolo nell’unico modo concesso alla letteratura: non annegando le contraddizioni inevitabili a qualunque paese nella melassa della retorica ma indagando le più scomode e spinose di esse con tanta profondità da costringerle a una resa quanto meno temporanea.
Le contraddizioni che Faulkner decise di raccontare erano quelle della sua terra, vale a dire la “parte sbagliata” dell’Unione: il Sud uscito sconfitto dalla guerra di Secessione e proprio per questo splendido e terribile nel suo rancore e nel suo orgoglio ferito, dove una sorta di intramontabile aristocrazia dei gesti convive con gli strascichi più orrendi e vergognosi di una mai definitivamente risolta questione razziale. Si tratta insomma del cuore violento dell’America più reazionaria e gonfia di pregiudizi, sempre dato per agonizzante e sempre destinato a risvegliarsi: negli strange fruits cantati da Billie Holiday (gli afroamericani linciati e impiccati nel periodo della Ricostruzione) o nelle infamie del primo e del secondo Ku Klux Klan, fino a giungere agli attentati di Oklahoma City e alla recente strage di Tucson. Intanto Faulkner riesce a raccontare questo mondo facendone un capitolo della storia nazionale (troppo facile dire che i sudisti reazionari non erano veri americani, che l’America non è fatta anche di questo) in quanto tratta persino i più violenti e farneticanti dei suoi personaggi non come ideologie ambulanti ma come esseri umani: creature complesse, contraddittorie, meritevoli di castigo per ciò che sono nonché di compassione per ciò che non riescono ad essere.
Questo approccio – l’attitudine dello scrittore vero – si capisce molto bene se si leggono gli Scritti, discorsi e lettere di Faulkner pubblicati recentemente in Italia dal Saggiatore. Si tratta di un’antologia che raccoglie saggi letterari, recensioni, prolusioni, articoli giornalistici, addirittura annunci pubblici (come il divertente cartello che diffida i cacciatori “che si sentano troppo poco dotati” dallo sparare agli scoiattoli domestici presenti nella sua proprietà di Oxford) fino al discorso pronunciato a Stoccolma nel 1950 in occasione del ritiro del Nobel.
Opporre la complessità di un approccio letterario all’impoverimento manicheo del discorso politico significa colpire nel segno e scontentare tutti. È ciò che accade a Faulkner rispetto alla questione razziale, come documentano gli interventi su «Life» e «Harper’s» datati 1956, dopo che la Corte suprema ha dichiarato incostituzionale la segregazione nelle scuole pubbliche e Rosa Parks ha rifiutato di lasciare il proprio posto in autobus nella zona riservata ai soli bianchi. Da una parte lo scrittore riesce a farsi detestare dai “reazionari sudisti” scrivendo che la tragedia della sua gente non è solo la paura del diverso ma il suo carattere dozzinale: “paura del negro non come individuo o come razza ma come fattore economico, poiché ciò che il negro minaccia non è il sistema sociale del bianco sudista ma un sistema economico basato sull’obsolescenza, sulla disuguaglianza artificiale tra gli uomini”. Dall’altra, scontenta i “radicali nordisti e progressisti” ai quali scrive che imporre l’integrazione dall’esterno ha poche speranze di riuscita rispetto a una malattia innanzitutto morale, che in quanto tale non può essere curata solo a colpi di legge.
Il razzismo, prima ancora di essere un’ideologia emendabile da un atto normativo, è dunque un’intossicazione dello spirito che va affrontata armandosi della stessa complessità che lo produce: non dignitoso in sé il razzismo, ma dignitosa l’immortale campitura dell’animo umano alla quale può capitare di perdersi e sporcarsi.
Un simile vertiginoso punto di vista scatena la bufera nel mondo giornalistico e politico, ma è ciò attraverso il quale Faulkner ha in fondo sempre visto e raccontato i propri personaggi: il freddo e razzista e pusillanime Jason Compson, fratello di Quentin, che “avendo la massima considerazione solo per la polizia, temeva e rispettava unicamente la negra che cucinava il cibo che mangiava, sua nemica giurata dalla nascita”; il gigantesco e indomabile Thomas Sutpen di Assalonne, Assalonne!, che dopo aver realizzato il sogno di fondare una dinastia totalmente bianca trova la propria nemesi nel mezzosangue nonché figlio illegittimo Charles Bon; Joe Christmas, il nero di pelle chiara di Luce d’agosto, la cui natura ferina si risveglia qualora non riesce a non restituire la violenza razziale di cui è satura la contea di Yoknapatawpha.
Tutti questi personaggi rappresentano qualcosa della terra in cui sono nati. Magari anche qualcosa di vergognoso, di cui mai vorremmo si nutrisse la nostra identità nazionale. Da una parte avremmo la tentazione di espellerli dall’orizzonte che tutti ci comprende. Dall’altra è impossibile farlo, perché loro comunque sono lì, ci sono stati una volta e per sempre – una tensione, questa, che non è data alla legge o alla politica sciogliere: è una faccenda di filosofia, di religione, al limite di letteratura. E infatti, nei momenti più vivi e profondi e enigmatici dei romanzi di Faulkner, mentre questi personaggi vanno incontro al proprio destino di sconfitta e di tragedia come ognuno di noi, una sorta di doppio spirituale inconoscibile per primo a loro stessi si distacca dai vari Joe Christmas e Thomas Sutpen e Jason Compson e parla a noi lettori. È come se dicesse: “capisci? ancora una volta sono costretto a perpetrare la mia colpa. Ancora una volta non sono riuscito a evitare che accadesse”. È lì che li riconosciamo come esseri umani. È lì che – indipendentemente dal perdono e dalla punizione ¬– siamo costretti a farli rientrare in quel consesso di cui non sta a una giurisprudenza né a un governo detenere le chiavi.

Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
Un commento a “Faulkner nel cuore umano e dell’America”
Trackback
Leggi commenti...
  1. […] Sorgente: Faulkner nel cuore umano e dell’America – minima&moralia : minima&moralia […]



Aggiungi un commento