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Feinde. Nemici: su “Ebraismo e modernità” di Hannah Arendt

Una breve riflessione sul sionismo e i nazionalismi europei partendo dagli scritti di Hannah Arendt su “Ebraismo e modernità” e dalle sue interpretazioni del pensiero di T. Herzl.

di Marco Mantello

Un tema difficile, quello dei nazionalismi europei del XIX secolo, nello specchio dei saggi di Hannah Arendt sul sionismo a fine seconda guerra mondiale, e sulla vittoria culturale dei vecchi “assimilati” ottocenteschi alla Theodor Herzl, intellettuale ben inserito in Austria, che seguì il caso Dreyfus (colui che fu spacciato per traditore della patria francese perché ebreo). Nel libro di Herzl Lo stato ebraico del 1896, fu costruita un´idea di Stato ebraico non ancora permeata dal mito del ritorno alla terra promessa, e allo stesso tempo uno specchio difensivo dall´antisemitismo che rifletteva già in parte quegli stessi nazionalismi europei antisemiti che vedevano nell´ “ebreo Dreyfus” il “nemico” e il “traditore“ della patria. Herzl a fine ottocento afferma l´esigenza di una concreta fondazione di uno stato nazionale ebraico (in Palestina o in Argentina) che fuggisse ogni utopia, e fosse imperniato sui concetti tradizionali di popolo, sovranità, territorio, e sull´economia di mercato; allo stesso tempo, nota la Arendt, Herzl è legato a un´idea di nazione come “gruppo storico di uomini (…) tenuto insieme da un nemico”. Stato e Nazione si incontrano come fuga dalla miseria e dalla persecuzione del popolo ebraico, che reclama un suo territorio. L´unica difesa sicura del popolo ebraico dall´antisemitismo, ma anche in parte dall´assimilazione al popolo ospitante di turno attraverso i matrimoni misti, dice Herzl a fine Ottocento, è la costruzione di uno stato nazionale ebraico. Questa linea di pensiero, in parte laica e in parte no, nel “mutato“ contesto dell´immediato dopoguerra e della Shoah, si risolverà poi, dice la Arendt, nel mito del ritorno a casa, in Israele, per mettersi in salvo una volta per tutte dallo sterminio nazista. A che serve leggere la Arendt oggi? A respingere l´idea di “nazione” già presente nel pensiero di Herzl (non solo sua) come “gruppo tenuto insieme da un nemico comune”. E a laicizzare l´idea di Stato democratico. Oggi gli Stati dovrebbero essere concepiti solo come una forma possibile di aggregazione territoriale di identità multiple e tenute insieme dalle loro diversità, senza alcuna coloritura etica o etnica. Stati anazionali dove convivono accanto ai singoli individui, diverse comunità e storie, stati anazionali che fanno i conti con i processi di secolarizzazione di idee religiose cristallizzate nel tempo, quali esse siano, per poter essere laici e pluralisti in un divenire storico. Utopia? Urano? Nel merito penso anche a un saggio di Norbert Elias su Established e Outsiders, dedicato alla stigmatizzazione dei gruppi minoritari da parte di maggioranze già costituite; lo scritto di Elias, al microscopio di un luogo fittizio denominato Winston Parva, mette in chiaro come talora si costruiscono in uno spazio territoriale condiviso -il quartiere di una grande città o il paesino di provincia-,i moderni mostri delle maggioranze assimilanti le diversità assimilabili, e ghettizzanti il residuo, e come i meccanismi di gruppo e fra gruppi col tempo si definiscano in base a abitudini comuni, a una normalità dove l´outsider è il nuovo arrivato, rispetto al residente di lunga data con posizione sociale stabile. Questa visione da “passaporti” e “stili di vita quotidiana” degli esseri umani, coglie solo in parte un fenomeno più ampio, quello della pressione di una maggioranza identitaria assurta a “normalità”, su chi viene da fuori. A livello basso, a livello di vita vissuta nei bassifondi della società, la cosa si risolve in una banalità rimossa a livello di inconscio collettivo, ma vivente: ah sei ebreo, allora Fixer di Malamud, “lobby mondialista”; ah sei italiano, allora mamma e mafia; ah sei tedesco, allora heil hitler, ah sei arabo, allora terrorista, “africano pusher” and so on. Gli squallidi fondi di verità di queste visioni totalitarie dell´altro che fanno da base atemporale a un razzismo fuori dal tempo, sono localizzati diacronicamente in micro-spazi urbani e non, dove regna un tragico gioco delle parti, e che costituiscono il prodotto stesso del meccanismo della ghettizzazione; in quartieri, in parchi, perfino negli appuntamenti culturali delle ambasciate, dove si arriva a mimare la percezione sociale al ribasso della propria identità di minoranza per fare felici i padroni di casa. La Arendt fa i conti anche con questo, quando parla di fuga dal ghetto e dalla filantropia e quando dice che gli “ebrei” di Herzl furono in un certo senso creati dall´antisemitismo, riferendosi al contesto di fine ottocento, e avendo sotto gli occhi la fine della seconda guerra mondiale. Per questo la Arendt non ama Herzl e ammira Lazare, perché si prefigura le conseguenze della costruzione culturale di uno stato ebraico sul perno del nemico, perché denuncia tutto questo come ideologia, che non fa i conti con l´esistenza degli arabi in Palestina, e meno che meno con la storia del popolo ebraico, se non attraverso la sublimazione del grande muro difensivo di Sion, eterna el Alamein e zona franca dai nazi.
La storia non è fatta di costanti che si ripetono uguali, ma esistono forse delle somiglianze comparabili fra esperienze storiche e ideologie diverse, fra alcune forme diciamo attuali di sionismo tratte dal pensiero di fine Ottocento di Herzl, e le ambigue e avvocatesche riflessioni di Carl Schmitt sul nemico assoluto, in cui si disgrega la figura nazionalista classica del nemico legittimo.

Per Herzl il nemico era l´antisemita, ma l´antisemita, dice la Arendt criticamente, finisce per coincidere con il non ebreo, e fonda un perenne stato di pace difensiva in un territorio esentato per credo religioso da ogni possibilità di un nuovo sterminio, di una nuova Shoah.

Per Schmitt il nemico legittimo è lo Stato avversario, anch´esso sovrano, in un contesto dove i cittadini sono carne da macello in un perenne stato di guerra ,dove vince il più forte rispettando mitologiche regole nello ius in bello e nello ius ad bellum, regole che salverebbero -ad avviso del pensatore tedesco- l´umanità riformata col congresso di Vienna del 1815, tanto dall´idea medievale e da res publica christiana della “guerra giusta” (modello crociate), tanto dall´idea kantiana del “nemico ingiusto“, tanto dalle disgregazioni della sfera pubblica produttive di “guerre umanitarie“ attraverso la moralizzazione dei conflitti e la riduzione dell´avversario a criminale di guerra. È palesemente e tragicamente chiaro che rispetto all´ordine pubblico interno a uno Stato sovrano e al tema delle repressioni interne di singoli individui o gruppi, il Carl Schmitt post bellum del Nomos der Erde abbandoni l´idea di “nemico legittimo”, che nel suo pensiero ha come predicato le relazioni internazionali fra “stati parimenti sovrani” che si fanno guerra su una posizione di pari dignità dove vince il più forte, e abbracci l´idea totalitaria e moraleggiante che tutto quello che ogni singolo stato sovrano (forse inteso biblicamente come forza frenante il “Male”) all´interno dei suoi confini e del suo ordine ingiudicabile stigmatizzi o reprima, si identifichi nella figura del bandito, del criminale, del moderno “deviante“. L´ordine interno a ogni Stato in Schmitt è un ordine moralizzatore e moralizzante, che si riversa poi all´esterno attraverso la guerra fra eserciti e Stati parimenti sovrani, moralizzanti e moralizzatori il cittadino soldato. Nell´asociale, nel criminale, nel deviante,  si annida qualcosa di molto simile, a ben vedere, a quello stesso nemico assoluto che Schmitt descriverà poi negli scritti minori modello Teoria del partigiano in relazione ai rapporti fra Stati, e fra Stati e guerriglie sparse per il mondo, come l´involuzione moderna, tecnologica, asettica, totalitaria, moralistica, del vecchio nemico legittimo emerso dalle ceneri dei fanatismi religiosi medievali, e teso a superarli con la sintesi finale di secoli di pensiero giuridico “occidentale”… nella restaurazione del 1815.

Il pensiero di Schmitt oggi affascina molti anche a sinistra, perché sembra precorrere alcune dinamiche delle c.d. “guerre giuste“ americane in medio-oriente, e contiene una critica alle espansioni imperialistiche di alcuni Stati a scapito di altri, a loro volta fondate su parole come umanità e pace. Come notato da Habermas in un saggio sulla “pace perpetua kantiana“, Schmitt ritiene che la vera catastrofe sia l´alterazione di una sorta di ordine naturale del “politico“, fondato sulla separazione fra politica interna e politica estera di ogni singolo Stato e sul mantenimento di un ordine internazionale che di fatto legittimi in base al diritto delle genti, una permanente condizione o propensione alla guerra, anche totale, fra nemici di pari dignità. Ogni disgregazione di questo ordine fondato sulla lotta dello Stato contro criminali interni e nemici di pari dignità esterni, cioè ogni riduzione di uno Stato avversario a qualcosa di simile a criminale comune a livello di politica estera, determinerebbe per Schmitt il paradigma dei diritti umani e della pace internazionale garantiti da azioni di polizia con valenza morale che mascherano a loro volta guerre. In termini ancora più specifici, il pensiero di Schmitt sulle guerre di aggressione, quando fu sviluppato in una nota difensiva a Norimberga, nel processo a un imprenditore tedesco colluso con il nazismo di cui Schmitt era avvocato difensore, sottendeva una difesa piuttosto comica del popolo tedesco e il non fare i conti con il presente storico della seconda guerra mondiale. Il nocciolo della teoria di Schmitt, che “evolve“ a Norimberga dopo uno scritto del 1938, e poi si cristallizza e si fa “scienza politica” nel dopoguerra, è che attraverso la visione apparentemente laica e legittimante del nemico legittimo, si eviterebbero i fanatismi e gli stermini da “guerra giusta” sul modello medievale delle crociate cristiane, dove il nemico è criminalizzato. In realtà l´alternativa proposta dal grande conservatore cattolico colluso con il nazismo, è parimenti fanatica. Con Schmitt a ben vedere  si giustificano da un lato i nazionalismi più feroci e le democrazie identitarie all´interno di singoli stati nazionalisti più che nazionali, e dall´altro si ignorano le dinamiche reali di una guerra reale, che per definizione rimane ancorata al concetto di guerra fra soli eserciti. Conseguenza possibile nel mondo della realtá di questo candore feroce del pensatore tedesco, è che si giustifichino gli stermini legalizzati, anzi legittimati dalla legge del più forte, purché nel rispetto delle regole di un duello. Gli Stati nazionalisti di Carl Schmitt vivono una condizione di pace militarizzata al loro interno, dove i diritti e le libertà sono diritti e libertà non dell´individuo ma del tedesco, e al contempo un perenne stato di guerra garantito dallo ius gentium nei rapporti di diritto internazionale: la guerra fra nemici legittimi, anche totale e illimitata, anche di aggressione, va difesa come arma contro la dissoluzione dell´ordine naturale del politico, e opera come una sorta di valvola di sfogo tipo autostrade senza limiti di velocità, dalla repressione statale interna degli individui, verrebbe da dire, non assimilabili al concetto. E si torna all´Ottocento. In Schmitt come panacea contro il pacifismo e i diritti umani fondanti moderne operazioni di peace keeping, rimane il mito di guerre assimilate a partite di calcio, che in definitiva sottendono un popolo omogeneo ridotto a nazione e a esercito. È inspiegabile come questo goffo tentativo di un processato a Norimberga di riversare sugli alleati il fanatismo tedesco e nazista sia oggi così influente, forse per gli stessi promotori all´americana di guerre giuste e peace keeping. O forse è molto chiaro il perché lo sia.

Ma torniamo alla Arendt e alle sue riflessioni critiche sul pensiero di Herzl a fine Ottocento. Nell´immediato dopoguerra, l´idea alla Herzl di nazione come gruppo omogeneo tenuto insieme da un nemico ha contribuito a definire nel corso del tempo un´idea di terra promessa dove gli ebrei si sarebbero salvati da nuovi stermini, e uno stato di pace militarizzata nella difesa del territorio di Israele. Un´idea dove il nemico, cioè l´antisemita, è identificato con il non ebreo. Questa la dura riflessione della Arendt. Anche qui, e già nello specchio di visioni pre-sioniste che riflettono vecchi nazionalismi europei sulle ceneri del caso Dreyfus a fine Ottocento, mi sembra centrale l´idea di “nemico“ associata a “nazione“, che col tempo si stacca sempre di più dall´esperienza storica e si cristallizza in categoria, in  pseudo-scienza politica.

A livello di senso comune da settori atlantici oggi imperniati degli scritti di Walzer su Just and Unjust Wars, questo Nemico con la maiuscola che in Herzl era “l´antisemita ottocentesco europeo” che processa Dreyfus, e che nel ´45 diventerà il nazismo della Shoah, si è cristallizzato oggi nelle visioni dei falchi del Likud, e nell´idea del “nemico di Israele”, come una delle tante emanazioni identitarie di atemporali Nemici dell´Occidente, che si incarnano di volta in volta (vedi guerre del golfo in Iraq, o vedi oggi in Iran) in singole figurine associate a nuovi Hitler, o a stati canaglia.

Nè con Schmitt nè con Herzl verrebbe da dire. E nemmeno con Luttwack e l´immaginario da patto atlantico alla Giuliano Ferrara ai tempi di Radio Londra, coi suoi nemici degli Stati Uniti d´America e di Israele. Fanatismi da guerra giusta, umanitaria, difensiva, da servizio militare nel deserto, contro fanatismi di una legalità di diritto internazionale imperniata sull´obbedienza del cittadino-soldato allo Stato-Leviatano, e che diventano tutti la stessa cosa: legge del più forte, nazionalismo, controllo del territorio e di minoranze in tempo di “pace”. Io credo che oggi gli scritti su “Ebraismo e modernità” di Hannah Arendt offrano una visuale più ampia della parola stigma. e della parola paura, e della parola nazione, e della parola nemico, che ha qualcosa da dire anche all´attuale conformazione del territorio europeo e alle politiche migratorie di Ue e di singoli stati nazionali. Essere percepiti come figurine a cui uniformarsi in quanto persone reali, ai fini dell´accettazione sociale da parte dei padroni di casa di turno e della loro paura di essere distrutti o “assimilati” da una minoranza; essere uguali alla figurina, e quindi potenziali criminali, fino a prova contraria che devi dare tu, non “loro”, sublimati nel “noi” di turno, dico oggi nel XXI secolo… Poi penso ai versi di Celan, Todesfuge, e all´essere cosmopoliti, come condizione singola che azzera il tuo doppio nazionale che vive fuori di te, non dentro, e non per tua scelta. Vedere dentro alle persone, questo.

 

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