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Felisberto Hernandez, lo scrittore amato da Borges e Calvino

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Quale magia si nasconde nei racconti di Felisberto Hernandez, uruguagio di Montevideo (1902-1964), amato da Borges e Calvino, Cortázar e Onetti, indefinibile, sfuggente, folle e strampalato, geniale e ossessivo artista della parola? Ogni volta che iniziamo a leggere una sua storia ci sembra di affondare in un gorgo buio che ci risucchia. E tuttavia le profondità dove affondiamo, per quanto evidentemente cupe, ci appaiono attraenti e luminose, leggere e brillanti, vitali più della vita da cui ci allontaniamo. Si potrebbero chiamare in causa paradossi, contraddizioni, ossimori eppoi maschere, veli, giochi delle parti. Si potrebbe invocare l’aiuto di magie letterarie e nomi di peso – che siano autori, interpreti o critici. Eppure ogni volta si fallirebbe. Perché la magia e il mistero che percorrono l’opera di questo pianista che suonava accompagnando film muti, eppoi scrisse racconti cesellando le parole come fosse una partitura, restarono magia e mistero anche per lui, che non ne venne mai a capo.

Lo scopriamo in questa piccola perla di libro che Francesca Lazzarato ha tradotto con sapienza per noi: Le Ortensie (La Nuova Frontiera, pp. 189, euro 17). Possiamo finalmente leggere due dei suoi più celebri racconti. Quello che dà il nome alla raccolta (un uomo che si fa costruire bambole di grandezza umana e che paga una squadra di aiutanti dediti a creare per lui ogni giorno scene di vita in cui queste bambole, dietro un vetro, lasciano immaginare all’uomo di poter penetrare il mistero del mondo femminile. Al punto che una di queste bambole – chiamata Ortensia come la moglie – assumerà fattezze sempre più umane fino a sostituire quasi definitivamente la moglie stessa) e La casa allagata (una donna che si fa costruire una casa eppoi la fa inondare per vivere immersa in una laguna in miniatura dove assolda uno scrittore che possa portarla in barca, remare e ascoltarla quando e quanto lei desideri).

Ma possiamo anche leggere un’introduzione dello stesso Hernández, intitolata beffardamente Spiegazione falsa dei miei racconti, in cui leggiamo “quel che so è che non so come costruisco i miei racconti, perché ciascuno di essi ha una vita eccentrica e tutta sua. Ma so che vivono in lotta con la coscienza per evitare gli stranieri da lei raccomandati”. Questo potrebbe già bastare per avviarci sulla strada di Felisberto, che magro come un fuscello, sfiorò un minimo successo in vita ma fece in tempo soltanto a vederlo volare via, si sposò tre volte e tre volte divorziò, e infine morì solo, obeso, dopo aver divorato per anni tutto quel che non avrebbe potuto divorare e il suo corpo fu calato dalla finestra perché dalle scale non sarebbe passato.

Il libro però ci offre anche innumerevoli spunti “minori”. Possiamo leggere, per esempio, anche un breve racconto intitolato La casa nuova che sembra aprirsi con la più sincera delle confessioni: “Si aspetta sempre che io faccia qualcosa di insolito. Quello che voglio, a dire il vero, è riposare gli occhi – scrivendo li stanco di meno – , la faccia e l’anima”.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
Commenti
4 Commenti a “Felisberto Hernandez, lo scrittore amato da Borges e Calvino”
  1. Subhaga Gaetano Failla scrive:

    Ho conosciuto la scrittura di Felisberto Hernandez circa quindici anni fa, attraverso la lettura del suo racconto “Nessuno accendeva le lampade”, e ne sono rimasto folgorato. Il racconto era presente nell’antologia “Racconti fantastici del Sudamerica” (Oscar Mondadori, 1999). Un volume molto importante, anche perchè ha fatto conoscere a un pubblico più vasto alcuni nomi oscurati a causa dell’imperversare d’un gruppo d’autori sudamericani che per decenni ha quasi monopolizzato il mercato editoriale europeo e italiano. Eccellente l’introduzione al volume di Lucio D’Arcangelo, il quale spiega anche motivi e manifestazioni di tale fenomeno editoriale.
    Ho poi cercato qualche altro testo di Felisberto Hernandez, ma allora ero riuscito a rintracciare, attraverso un complicato prestito bibliotecario, soltanto l’unico vecchio volume reperibile in italiano, quello della Einaudi del 1974 con introduzione di Calvino: “Nessuno accendeva le lampade”, che conteneva altri racconti (quattro o cinque, mi pare di ricordare), oltre a quello che dava il titolo alla raccolta.
    Ringrazio Matteo Nucci per l’interessante articolo (il quale mi ha incuriosito anche per una minuzia linguistica: l’uso ripetuto del termine “eppoi”).

  2. Subhaga Gaetano Failla scrive:

    Per la precisione: ho cercato poco fa la notizia sul numero totale dei racconti presenti nella raccolta “Nessuno accendeva le lampade” (Einaudi, 1974): sono dodici.

  3. RobySan scrive:

    Un colpo d’occhio alla spiegazione falsa.

  4. Subhaga Gaetano Failla scrive:

    Notevole colpo d’occhio, come anche il blog “lineadifrontiera”.

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