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Fellini come demiurgo: dal sogno alla realtà

Ricorre quest’anno il centenario di uno dei maestri del cinema italiano, che con il suo modo unico di guardare alle cose ha cambiato la storia della settima arte nel nostro paese e non solo: Federico Fellini. Per celebrarne l’eredità, Popsophia, il festival nazionale della Filosofia del Contemporaneo, ha dedicato al regista la sua decima edizione scegliendo come tema il “realismo visionario”. A Pesaro, dal 2 al 5 luglio, Popsophia sarà il primo festival italiano con pubblico e ospiti dal vivo dell’era post-Covid, raccogliendo così la sfida dei tempi difficili che stiamo attraversando. Con prenotazione obbligatoria e nel rispetto di tutti i protocolli di sicurezza, il centro storico pesarese ospiterà quattro giornate di conferenze, spettacoli musicali, rassegne filosofiche e istallazioni espositive accomunate dall’idea di uno sguardo visionario sulla realtà come possibilità per immaginare scenari alternativi e, così, ripartire. Numerosi giornalisti, filosofi, scrittori e artisti di fama nazionale interpreteranno la loro versione di “realismo visionario”. «Il tema 2020 è un ossimoro che coniuga realtà e sogno, storia e immaginario – ha dichiarato la direttrice artistica Lucrezia Ercoli – I lucidi sogni felliniani ci aiutano a uscire dalla dittatura del reale per scorgere la possibilità dell’impossibile. Ci affideremo all’immaginario della cultura pop e al potere creativo del pensiero filosofico contemporaneo per costruire un futuro che non c’è».

di Lucrezia Ercoli

“Il cinema-verità? Sono piuttosto per il cinema-menzogna. La menzogna è sempre più interessante della verità. La menzogna è l’anima dello spettacolo e io amo lo spettacolo. La fiction può andare nel senso di una verità più acuta della realtà quotidiana e apparente. Non è necessario che le cose che si mostrano siano autentiche. In generale è meglio che non lo siano. Ciò che deve essere autentica è l’emozione che si prova nel vedere e nell’esprimere”.

Queste parole appartengono al maestro del cinema italiano più amato nel mondo, Federico Fellini. Nell’anno del centenario della sua nascita, nell’annus horribilis in cui l’orizzonte del possibile è schiacciato sui dati degli esperti e dei tecnici, la poetica senza tempo di un vero “realista visionario” ha ancora qualcosa da dirci.

La menzogna, ricorda Fellini, non è aliena dalla verità. Esiste un’altra verità, una verità “più acuta”, che non è affatto la mera corrispondenza con il reale ma include l’universo della fiction, il mondo dello spettacolo, l’arte dell’inganno. E per mostrarla davvero, questa verità altra, è necessario trasgredire le regole della verosimiglianza, ricercare un senso nascosto oltre l’evidenza del visibile. Un rapporto indissolubile unisce verità e narrazione: la verità abita la finzione, e viceversa, la finzione è necessaria per il costituirsi della verità.

Fellini è l’ultimo alfiere di un “realismo non realistico”, intriso delle riflessioni sulla poetica del “realismo magico” di Massimo Bontempelli che, nei fulgenti anni Venti, chiedeva agli artisti di unire i poli opposti di realtà e magia, di trovare un nuovo linguaggio incantato che restituisse la complessità contraddittoria di un reale mai riconducibile a un’interpretazione univoca.  D’altronde gli artisti, lo ricorda lo stesso Fellini, “vivono sempre in uno stato di frizione tra due dimensioni diverse, realtà e fantasia”.

Alla tirannia di un reale fatto di dati granitici e incontrovertibili il cinema contrappone la sua “lanterna magica” custode di originari terrori e fantastiche meraviglie.  “Abito sempre nel mio sogno: di tanto in tanto, faccio una piccola visita alla realtà – scriveva Ingmar Bergman nella sua autobiografia, e proprio con il regista svedese Fellini doveva realizzare un film dal titolo Duetto d’amore che, come tutte le cose memorabili, non venne mai alla luce.

Gli elementi onirici felliniani – mutuati dai sogni dello stesso regista, dagli archetipi universali del mito, dalle tradizioni folkloriche dell’Italia popolare – sono perfettamente integrati nel contesto mondano della sua fabbrica dei sogni: Cinecittà.

E la costruzione meticolosa di tutti i dettagli dell’ambientazione apre all’effetto straniante degli elementi fantastici descritti altrettanto realisticamente. Come nel metafisico quadro di Morandi che Marcello e Steiner commentano in una delle scene più intense de La dolce vita:Gli oggetti sono immersi in una luce di sogno. Eppure, sono dipinti con uno stacco, con una precisione, con un rigore che li rendono quasi intangibili. Si può dire che è un’arte in cui niente accade per caso”.

Anche nei film di Fellini niente accade per caso. L’artista è un “medium”, un mediatore tra gli dei e gli uomini che unifica e organizza il caos “indifferenziato, confuso e inafferrabile” dell’inconscio collettivo creando un nuovo ordine.

L’arte fonde il mondo interiore con quello esteriore e, rinunciando alla pura mimesis, si immerge nel territorio profondo dell’inconscio svelando l’enigmatica verità di una realtà irragionevole fatta di oscure paure e desideri reconditi. Il visionario, insomma, può dare testimonianza solo della sua personalissima verità che è “la cosa più reale che esista”.

Cinquant’anni fa, nel 1970, Federico Fellini gira I Clowns, un film-documentario per la televisione che racchiude la metafora ultima del suo modo di vedere mondo. La verità circense e caricaturale distrugge il mito del documentario, sovverte i canoni dell’inchiesta, deride la retorica del realismo: “l’unica documentazione che uno possa dare è sempre soltanto la documentazione di se stesso”.

L’artista è un demiurgo, l’unico uomo che ha il potere di creare mondi, di costruire una realtà abitabile costruita “mattonella per mattonella” e sempre sospesa tra gli eccessi di un orgasmo e quelli di un rito funebre.

Quei mondi “li ho abitati in maniera molto più partecipe più vitale, più vera di tanti altri dove ho personalmente vissuto” sostiene malinconico il cineasta, e lo spettatore – sospeso tra la meraviglia suscitata dalla realtà del sogno o dalla magia del reale – non può che lasciarsi trasportare. E la nave va…

Come la Rimini di Amarcord completamente ricostruita a Cinecittà, dove fluttuano – senza legami di consecutio spazio-temporale – i ricordi del regista, irrealistici e inventati, eppure proprio per questo reali e autentici.

“L’unico vero realista è il visionario”: una sfida lanciata al presente, un compito per la filosofia e un monito per la cultura. Solo uscendo dalla dittatura del reale è possibile scorgere la possibilità dell’impossibile, solo a chi abbandona il clima emergenziale è concesso immaginare scenari alternativi.

Commenti
Un commento a “Fellini come demiurgo: dal sogno alla realtà”
  1. Carlo Rezzano scrive:

    quando cechov scrisse ‘una storia noiosa’mi sembra che abbia detto tutto con rispetto c.rezzano

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