m_ackerman

Femminicidio: se fosse un uomo a parlare

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Pubblichiamo, ringraziando l’autrice e l’editore, un capitolo dal romanzo Padreterno (Einaudi) di Caterina Serra . Il libro è il racconto di un uomo che parla di sé, del suo corpo, della cultura e dell’educazione in cui è cresciuto, e del suo sguardo sulle donne tra amore, potere e violenza (fonte immagine).

Ucciso
un altro
scarafaggio.
Urgente
disinfestazione.
L’ultima volta
sono stata male.
Ho capito
perché li odio
tanto.
NinaKiller

Ne ho trovato un altro stamattina. Vuole dire che mi odia. Che le ho fatto troppo male. Più delle altre volte.

Si è messa in ginocchio a dare una mano di colore sotto il lavello e dietro alla cucina perché è convinta che il colore della vernice li mandi via. La stessa vernice con cui ha dipinto anche le porte. Ha cominciato a urlare, non so se contro quell’animale nero che le fa schifo, o contro di me. Quanto sei stronzo, Aris.

E sbatte la porta, come fa lei, col suo muso, con quegli occhi dritti. Ehi, dove vai? Dov’è che vai, adesso? Guarda che non puoi andare via così. Togliti quelle scarpe di merda, non mi piace, lo sai, quando lo fai, hai sempre ragione tu, Nina, va bene, sì, va bene, stai calma. Allora sbatte la porta. La odio quando fa così, quando se ne va via. Fai la brava, su, stai ferma che ti fai male. Dov’è che vuoi andare, troia? Te le levo io, adesso, dammele qua.

Glieli ho tirati. Mi sono rimasti in mano. No, papà, non i piedi. Ha gridato, è caduta per terra, e si è messa a piangere. Le ho dato una sberla. Ferma, stronza, stai ferma. E un’altra, per farla stare zitta. Mi sono rimasti in mano. I suoi capelli. Le ho fatto male, lo so. Ma perché non sta un po’ buona? E perché se ne va in quel modo e mi lascia lì? È lei che comincia. Le piace provocarmi, come fanno i bambini, che tirano tirano come per metterti alla prova, ti esasperano come se volessero capire chi comanda, chi è il padrone.

Cominciamo sempre da qualcosa di banale, e finisce che non so più da dove siamo partiti, e dove vuole arrivare. Discutiamo per niente, e sembra che sia tutto lì, tutto quello per cui vale la pena vivere. Una questione di vita o di morte. Si scalda, in un attimo è in fiamme, mentre salta di palo in frasca e non la seguo più.

Lo so, è orribile di palo in frasca, lascia stare, papà. È solo per dire che non capisco perché con lei non sia mai semplice. È lei che non è semplice. Mi sfinisce, non c’è nessuno che mi sfinisca come lei. Hai ragione tu. Parla, parla, non la smette più quando comincia. Che rompi coglioni che sei, Nina. Stai buona, su. Fai la brava, ce la fai a stare un po’ zitta? Mi fai parlare?, non mi interrompere, cazzo, lo vedi come fai? Ci godi a farmi incazzare?, quanto ci godi?

È una pazza, un’isterica. Ecco, sì, isterica. E quando alla fine se ne va via mollandomi lì impazzisco, la odio, la ucciderei. Te la ricordi le prime volte che la invitavo a casa? Si metteva un paio di quei pantaloni stretti che faceva fatica a levarsi oltre che a infilarsi, che le indurivano il culo, e le tagliavano il pube in due. Ti ricordi?, quel taglio non è che potevi non notarlo.

Vivevamo insieme ai nostri amici, i figli del benessere, come li chiamavi tu, e della noia. Anzi, della noia del benessere. Noi e quelli che si fermavano lì a mangiare a suonare a farsi a scopare a dormire tutto il giorno. Ci sembrava di cominciare un’epoca nuova.

Non volevamo più vivere come voi, con la vostra vita di alibi e sensi di colpa. Volevamo trovare parole nuove che non venissero da padri, preti, o dai vostri maestri. Non volevamo più essere mariti mogli fidanzati figli. Te li ricordi quegli anni? Discutevamo di notte, intorno al tavolo in cucina, con la luce che ci faceva verdi e smorti. Era al neon, anche quella. E ti venivo a dire che non volevamo più essere così. Figli, eternamente uguali ai nostri genitori. Che volevamo essere uomini. E donne, anche le donne.

Tu la salutavi con una battuta da compagno di scuola, impacciato, volgare, pensando di riuscire simpatico. E appena lei si girava abbassavi gli occhi sul suo culo. Nina se ne accorgeva. Io mi vergognavo.

E però mi piaceva che tu la guardassi. Che ti piacesse. Che fosse bella anche per te. Ero geloso di tutti, e invece di te no, speravo che ti eccitassi. E mi invidiassi. Che alla fine ce l’avevo una donna, non ero solo un segaiolo, non ero così imbranato e fesso se una donna stava con me. Una donna così stava con me. Inspiegabile, avevi sempre quella espressione come per dire, Sa dio perché.

Ogni tanto tornavo a casa, mi prendevo la roba da vestire pulita, aprivo il frigo in cerca delle cose che la mamma mi faceva trovare. E a chiederle soldi. Le faceva piacere che avessi bisogno di lei. Il mio Teo, diceva sottovoce, tentando qualche domanda sulle ragazze che di sicuro giravano intorno al suo Teo, che non ce n’erano di adatte a me, che erano tutte troppo libere, troppo aperte, troppo sporche.

Vero, Teo, che sono tutte sporche? Il mio Teo, diceva sulla porta, dandomi un bacio proprio qui, vicino alla bocca. El me dio, sussurrava tradendo la sua lingua imparata di moglie. Come un’amante che portando la mano alla bocca lanciasse un bacio e ritrovasse per un attimo la lingua spontanea della sua giovinezza.

Intanto Nina tentava di riprendersi il corpo. O di liberarlo, non ho mai capito bene. Urlava, Zitto, tocca a me, tocca a noi. Basta con i soliti ruoli, i doveri, le frasi fatte. Basta con la vostra presunzione di potere.

Nina, la straniera. La mia straniera, il mio leone, che non la capisco veramente quando parla. La zingara, dice lei, che non vuole comperare una casa, che non le piace fare la spesa insieme, che le fa orrore inscenare quell’estetica da mano nella mano, e tute pigiami e pantofole. Tutti comodi, dice, brutti e comodi.
Nina che non le piace niente, che sa quello che vuole, che urla quando parla.

Dice sempre che sembro un cane, uno di quelli che lei trova per strada, che li fissa e la seguono, a cui non sa dire di no, e che si porta a casa. Non so più quanti ne ha salvati. Forse sono loro che trovano lei.

Se alzo gli occhi è lì che mi guarda. È bella. Vorrei tanto che non lo fosse, non in quel modo.

Come quando si lava i capelli, come fanno le donne certe volte che si mettono a testa in giù sopra la vasca. Con le gambe aperte, le ginocchia un po’ piegate.
La porta è socchiusa, le vedo solo il culo. La grazia dell’inconsapevolezza, la naturalezza di un gesto che si fa o di una posizione che si assume quando non si sa di essere osservati. Mi avvicino, mi piace quell’intimità domestica, non per forza sensuale. Mi piace il fatto di sorprenderla un po’ umana, a lavarsi i capelli, provando piacere per l’acqua calda che le scende sulla nuca, sulle tempie, dietro le orecchie.

Magari glieli lavo io i capelli, penso, in un modo che forse non conosco, senza erotismo, forse, ma con amore. Adesso lo faccio, mi dico, entro, la prendo, la sorprendo così, senza regalità, il mio leone. Sto per avvicinarmi e ho sempre paura che mi sbrani.

© Einaudi – tutti i diritti riservati

Caterina Serra, scrittrice e sceneggiatrice. Ha vinto nel 2006 il premio Paola Biocca per il reportage letterario con “Chiusa in una stanza sempre aperta”, da cui ha avuto origine il romanzo-reportage Tilt (Einaudi, 2008). Il suo secondo libro “Padreterno” è uscito nel 2015 sempre per Einaudi.
È sceneggiatrice di film documentari come “Napoli Piazza Municipio” (Bruno Oliviero, Premio per il miglior film documentario al Festival del Cinema di Torino, 2008), di “Parla con lui” (Elisabetta Francia, 2010) e
autrice del soggetto e della sceneggiatura di “Piccola Patria” (Alessandro Rossetto, Venezia ’70 sezione Orizzonti, 2013). Con lo stesso regista ha lavorato al film in uscita “Effetto domino” tratto dal romanzo
di Romolo Bugaro, Einaudi.
Collabora all’ideazione di Immemoria con il coreografo e ballerino Francesco Ventriglia, Teatro alla Scala, Milano, maggio 2010. È autrice di Displacement – New Town No Town, (fotografie di Giovanni Cocco), un progetto di scrittura e fotografia, esposto al MACRO di Roma nell’ambito del Festival Internazionale della Fotografia 2015 (Quodlibet 2015), e in esposizione al Centre de la Photographie di Ginevra nel 2020. Scrive regolarmente per il settimanale “L’Espresso” e collabora come autrice con “La Repubblica” e con la rivista online “Minima&Moralia”.
Sta scrivendo il suo terzo romanzo.

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