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Di ferocia e salvezza: le raccolte “bestiali” di Poissant, Bergman e Malone

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di Gaia Tarini

C’è una sorta di geometria che unisce David J. Poissant, Megan Mayhew Bergman e Margaret Malone, ed è un triangolo ideale che connette lo Stato di New York, Gaffney (nella Carolina del Sud) e Portland (in Oregon), rispettivamente i tre luoghi d’origine dove questi scrittori sono nati e si sono formati. Nell’ultimo triennio NN Editore ha portato in Italia le loro raccolte di racconti, tutte tradotte da Gioia Guerzoni: quando uscì, Poissant fu un piccolo caso editoriale; meno clamore si fece, ingiustamente, intorno alla Bergman; mentre in America, quando vennero pubblicate, le storie della Malone furono salutate dalla critica con parole entusiastiche.

Proprio col libro di Margaret Malone (Animali in salvo), NN sembra aver dichiarato concluso il suo “ciclo bestiale”: i tre libri si parlano a più livelli, non solo dal punto di vista simbolico ma anche da quello narrativo. E non è forse neanche un caso, in effetti, che in tutti e tre ricorrano le parole animali e paradiso: un paradiso perduto, privato del senso di umanità che in questi trentasette racconti risulta quasi sempre stravolto o compromesso. Questo presente disumano – benché iper-umanizzato – è la spinta propulsiva che genera la scrittura di questi giovani americani: ha aperto la strada Poissant con Il paradiso degli animali; ne ha raccolto l’eredità Megan M. Bergmanin Paradisi minori, e lo ha concluso Margaret Malone con Animali in salvo.

La salvezza è un tema tutt’altro che secondario all’interno delle raccolte, in cui la complessità del mondo è rappresentatadagli animali che ne fanno parte; tutti gli animali, compresi quelli che per qualche malinteso senso di supremazia della specie sono stati lasciati indietro dal processo evolutivo. Bergman, Malone e Poissant li riportano in primo piano, per illustrare una realtà complessa e feroce nella quale emerge con insistenza un continuo bisogno di redenzione. È l’invocazione di un intervento salvifico a dare voce a queste storie, in cui si muovono fianco a fianco figure umane e bestiali: pappagalli, serpenti, cervi, lupi, gatti, alligatori.

È un alligatore che apre la raccolta di Poissant, nel racconto L’uomo lucertola, in cui due uomini si occupano di un coccodrillo morente trovato nel giardino del padre defunto di uno dei due: quello per salvarlo – e liberarlo vicino all’acquitrino di un campo da golf – sarà un viaggio disperato attraverso cui Poissant parla soprattutto di padri, di omosessualità repressa e di tentativi falliti. L’alligatore nella stanza – immaginaria o fisica – è l’elemento naturale e selvaggio attraverso il quale gli uomini filtrano la propria visione del mondo: nella non accettazione dei limiti altrui e in quella, in particolar modo, dei propri.

Nel 2015 Poissant apriva il suo Paradiso col volo di un ragazzino da una finestra, scagliato fuori dal padre che lo ha sorpreso in atteggiamenti intimi con un compagno di scuola; ed è quella finestra rotta, quell’impatto violento eppure istintivo ad accompagnare tutto il libro: un sentimento di sconfitta e aggressività sopita che contraddicono una natura invece a volte tenera che osserva in meditabondo silenzio. Nel Paradiso degli animali la presenza di serpenti, gatti in fuga e bestie del deserto è la prova che l’uomo è stato schiacciato: da un amore fallito, da un rimpianto, da un rapporto compromesso. Gli uomini che popolano quelle storie sono già sconfitti, e sembrano voler dimostrare l’impossibilità di un’eventuale redenzione: vorrebbero ritrovare l’istinto e servirsene, ma di fatto non ne sono più in grado. Non a caso quelli di cui parla Poissant sono quasi sempre animali in cattività, bestie che abitano una giungla urbana che li ha stravolti e privati del loro carattere istintivo. Lutto, sopravvivenza, evoluzione, dolore: gli animali sono uno specchio, perfino quando – per affrontare il trauma di un fratello scomparso – arrivano a parlare.

In tutte le raccolte affiora anche un altro tema, quello della genitorialità (o della famigliarità): una genitorialità cercata, respinta, messa in dubbio, compromessa da un lutto. I personaggi di Poissant sono molto spesso padri e figli, ma anche cugini innamorati, fratelli in solitudine; quelli della Malone sembrano invece insinuare continuamente un dubbio: se esisto, devo necessariamente riprodurmi? E se questo senso d’amore per una creatura che ancora non esiste non fosse così automatico, e se il presente avesse riscritto le regole fino a rovesciarle; se fossimo uomini e donne senza il potere di far succedere quello che vorremmo, o se quell’istinto di riproduzione non esistesse affatto?

Margaret Malone mette le dita dentro la piaga fragilissima dell’età adulta; ma soprattutto, ed è quello che di magico fa, è non darla per scontata. Le donne che la raccontano non sono quasi mai perfette: cercano un senso, lottano per una gravidanza difficile, si interrogano sul feto che portano in grembo; e – ancor più ferocemente – lo detestano, lo mettono alla prova, lo inseguono, lo respingono. In quest’analisi il confronto con la natura è la chiave per riscoprire quanto a volte sia più semplice, per una madre, abbandonare il proprio cucciolo. Impotenza, infertilità, incomprensione, amore: nessuno ne è dotato in automatico; ed è quasi sempre legittimo ribellarsi o cambiare idea. Animali in salvo è una raccolta in cui, paradossalmente, la presenza degli animali è ridotta al minimo: ma in cui è l’uomo ad essere “l’animale sbagliato”, quello che ha bisogno di riconciliarsi con la propria anima primordiale; di venirci a patti e, a volte, di rinnegarla.

Dentro i racconti della Malone ritroviamo le coppie che lottano sfiancate dall’inseminazione artificiale; le ragazze invidiose e disperate che non riescono a gioire delle gravidanze altrui. Che si sentono fuori tempo, che mettono sé stesse davanti a tutto: donne tenute per mano da partner capaci di subìre, di fronte a loro, umiliazioni e rancori pur di cercare di capirle. In questo gioco al massacro, dove resta presente e lucidissima l’individualità di chi resta uomo o donna ancor prima di essere padre o madre, la Malone nasconde e racchiude un messaggio di indulgenza: puoi permetterti di essere così. Puoi permetterti di abbandonare prima una festa, di sentirti attratta da un altro cinque minuti dopo aver indossato un anello di fidanzamento. Puoi permetterti di dire di no, anche se non ti era mai venuto in mente prima.

Questa presa di posizione – che parla della nostra natura e di quanto a volte sia inevitabile e necessario contraddirla o tradirla – ha un bisogno, su tutti: quello di ottenere comprensione e perdono. Paradisi minori è un libro che racconta questo perdono, poiché nei racconti che lo compongono esiste un costante sentimento di compassione ed empatia.

Se Malone dice di no, Megan M. Bergman guida i propri personaggi verso un sì. Non a caso sono quasi tutti domestici, gli animali di cui parla: bestie da cortile che devono essere salvate, vitellini sopravvissuti, cani che masticano calzini. In Paradisi minori il mondo si frammenta e si ricostruisce attraverso la fedeltà, la pazienza, il giuramento di un amore. A incarnarlo sono i cani abbandonati sui gommoni che sfidano il mare, o che accompagnano i padroni verso la fine, i gatti selvatici che escono dai divani per farsi attribuire un nome: queste bestie raccontano della vulnerabilità degli uomini e della loro paura, del loro bisogno di essere amati e perdonati, ma soprattutto quello di essere capiti.

La Bergman, con voce emotiva e profondissima, fa apparire luminescente il ruolo e l’impatto che hanno quelle presenze animali sulla vita umana: nella decisione di tenere un figlio a discapito di un’idea (quando le orche che spingono i cuccioli sul pelo dell’acqua sono in grado di attivare un orologio biologico che sta più vicino al cuore di ogni altra cosa); nel tentativo maldestro di chiedere amore (da parte di donne che sentono di non meritarlo, che ne hanno paura, che hanno perso l’allenamento a provare piacere ed eccitazione, e che spesso sono le vittime bianche di una famiglia e di un “branco” che involontariamente le tiene prigioniere).

In uno dei racconti – Salvare la faccia – una veterinaria convive col trauma di aver subito un innesto di pelle per ricostruire un volto che le è stato strappato da un lupo. Il racconto si tiene in piedi nell’illustrazione straziante di chi ha perso la bellezza e se ne colpevolizza; ma ciò che emerge con una profondità disumana è che mai quella donna si dichiara in collera con l’animale che le ha distrutto la vita. Paradisi minori è un libro dove il perdono cammina fianco a fianco col coraggio: quello di abbandonare e abbandonarsi, di scegliere, di stare da soli. E mai in una volta, in nessuno di quei dodici racconti, quei personaggi si dissociano dal loro istinto primordiale, dal loro lato animalesco, dal loro corredo imperfetto, selvaggio, contraddittorio:

Afidi, api, squali martello in cattività. Loro sanno di essere soli. Non si aspettano di essere capiti.

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Un commento a “Di ferocia e salvezza: le raccolte “bestiali” di Poissant, Bergman e Malone”
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  1. […] Un estratto dal mio articolo sulle antologie di Margaret Malone, David J. Poissant e Megan Mayhew Bergman, uscito il 22 novembre 2018 sul minima et moralia. […]



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