1violet (1)

La festa nera

1violet (1)

Pubblichiamo un estratto dal nuovo romanzo di Violetta Bellocchio, La festa nera, uscito per Chiarelettere: ringraziamo editore e autrice.

di Violetta Bellocchio

Le immagini hanno tutto il potere. Niente voce fuori campo all’inizio. Punta la telecamera su una persona, non ti muovere, e stai tranquillo che presto o tardi ti racconta cose che non avrebbe mai pensato di dire a voce alta. Non esistono domande stupide. Lascia respirare le immagini. Rispetta lo spazio vuoto tra una parola e l’altra, perché tre secondi di silenzio, quando li metti su uno schermo, possono portare molto lontano. Tieni la batteria carica. Tieni la testa alta. Non chiudere gli occhi davanti a niente. Nessuna vita è bella come sembra, nessuna vita è brutta come sembra: c’è una crepa in ogni singola cosa. Cercala, infilaci due dita e guarda la luce che entra. Segui quella luce fino a quando non senti di aver toccato il fondo. Poi torna dove dormi, butta tutto in lavatrice, prendi una pastiglia e comincia a lavorare sulla prossima storia, perché non interessa a nessuno quanto eri bravo l’anno scorso. E nessuno sarà gentile con te, se una volta hai saputo portare a casa una storia, passato prossimo. L’unica storia che conta la devi ancora raccontare.

Erano queste le regole, quando ho cominciato. Non le ho fatte io – le ho imparate, non inventate –, però mi sembrava un modo decente per affrontare la realtà. Era tutto molto concreto. Domande e risposte. Alla peggio, pensavo, avrei imparato un mestiere.

Sei mesi fa c’è stata la fine del mondo.

La realtà, per come la conoscevamo noi, è scomparsa. Nessuno ci avrebbe più lasciato raccontare storie – non quelle che avevano un senso – e le regole non ci avrebbero portato da nessuna parte. Ed è buffo, perché tante persone credono ancora che la fine del mondo sia un fatto di grattacieli che crollano, cielo rosso sparato e bambini che piangono, e continuano a crederci anche se stanno già vivendo in mezzo alle macerie, e le persone si chiedono come reagirebbero, loro, se perdessero tutto da un giorno all’altro – ma nessuno pensa mai che possa succedere a lui – mentre noi tre siamo la prova che nessuno è al sicuro. E se volessi vedere le cose in grande magari penserei, niente dura per sempre, magari penserei, per poter rinascere dalle sue ceneri una fenice deve prima bruciare, però a me non faceva schifo, il mondo, nel bene e nel male avevo trovato il modo di starci, e se avessi potuto scegliere, ma non ho mai potuto scegliere, non avrei voluto cambiare. L’unica cosa che voglio è cancellare gli ultimi sei mesi – sbattere la testa contro il muro fino a quando non vedo più niente, svegliarmi in un altro letto, la bocca secca, una maglietta nuova e una canzone sulle labbra, una canzone felice; salire in cima a un palazzo di trenta piani, le porte dell’ascensore che si aprono, ding, arrivare all’ultimo piano, il piede sinistro nel vuoto, la strada sotto di me che diventa acqua, nuotare verso il sole –, ma l’unica cosa che voglio non la posso avere e l’unica storia che voglio raccontare, qui e ora, non è la mia. È la storia di una ragazza, la ragazza più sola che abbia mai conosciuto. Ma non sono io quella ragazza e, anche se ci sono stati dei momenti in cui ho pensato che forse, in un altro contesto, avremmo potuto essere la stessa persona, eravamo molto diverse.

Negli ultimi sei mesi, prima del nostro viaggio, il mondo era diventato un posto pericoloso. Nascondersi era la risposta. Non ci potevamo parlare, non potevamo stare insieme. Poi ci siamo rialzati, quasi tutti, ci siamo contati, c’eravamo ed eravamo pronti a tornare, ma eravamo diventati come gli altri. Non sapevamo più riconoscere la differenza tra amici e nemici. Non avevamo una corda per tirarci fuori da lì. Non credevamo in nessun potere superiore. Le regole non funzionavano, non hanno ricominciato a funzionare lungo la strada e non funzioneranno ora che i miei amici sono tutti morti e sono rimasta soltanto io. E questa parte del lavoro, da sempre, tocca all’ultimo che rimane vivo. Non la può fare un fantasma al posto tuo.

Ricorda tutto, penso. Non importa se non puoi chiamare la polizia: ricorda tutto.

Sapevamo dove stavamo andando quando abbiamo iniziato.

Non sapevamo – almeno io non lo sapevo, e spero nemmeno Nicola – dove saremmo andati a finire.

Ho tempo, penso. Ho abbastanza tempo per raccontare una storia.

Tempo presente:

Sono una ragazza. È notte.

Sto seduta in un bosco.

Non mi posso muovere. Devo aspettare l’alba. Non ho un telefono, non ho le chiavi di una macchina che non saprei guidare. Sulle spalle ho una felpa rossa, molto comoda, non mia, al collo porto un crocifisso bianco, un regalo, e tengo la schiena appoggiata a un albero di cui non conosco il nome. Non ho mai imparato i nomi degli alberi. Accanto alla mia mano destra ci sono una piccola scatola nera e una telecamera con la metà del nostro girato. Posso accenderla e guardarlo – ma non è una buona idea –, oppure conservare la batteria e rimandare il momento di decidere se e come rendere pubblico il nostro materiale.

E ancora lo chiamo il materiale. Nuova regola: la situazione è andata ufficialmente a troie se stai cercando di mantenere una sobria distanza professionale rispetto alla tua vita anche quando ti ritrovi da sola di notte in un bosco, con un sentiero sterrato là in fondo da qualche parte e persone non familiari che potrebbero essere a un passo da te. Persone – cose? Persone-cose? Non sono più persone e non riesco a considerarle ancora cose. Una via di mezzo, ecco. Un seducente ibrido postumano. Bella storia. Pensatela come volete, ma stavolta l’avevamo messa a novanta e spaccata in due. Lacrime, risate, sangue, sudore, libertà e fraternità per tutti, e sul finale è arrivata pure l’eliminazione della sofferenza universale. Le tue preghiere vengono sempre esaudite, nell’ordine in cui sono state ricevute. I miei amici sono tutti morti, l’ho già detto? L’ho già detto. Ci metto i sottotitoli? Sì? No? Giusto ogni tanto, quando diventa tutto un po’ troppo cupo, nel senso, veramente strano? L’umorismo, l’ultimo rifugio del disadattato. Chiedo scusa.

Nella tasca sinistra della felpa c’è un pacchetto di sigarette e una scatola di fiammiferi. Se accendo un fiammifero, forse qualcuno vede la luce e mi trova. Tocco le sigarette con la punta delle dita. Quattordici, l’avevamo appena aperto.

Venite a prendermi. Ho tutto il tempo del mondo. Venite a prendermi, e vi racconterò la storia della ragazza più sola che ho mai conosciuto. E, voi direte, è una storia molto triste, forse la capirete e forse no, ma vi sentirete obbligati a dire che è una storia molto triste. Le piacevano le canzoni di prima della guerra, e quando stava bene, non sempre, cantava una canzone che faceva, my daddy Alabama, momma Louisiana, you mix that negro with that creole, make a Texas bama. La conoscete? No, ve lo chiedo perché lei la sapeva tutta, anche le parole che non ricordava nessuno. Lei conosceva tutte le parole di tutte le canzoni del mondo. Una volta l’ho vista ballare dentro una piscina vuota. Ma non è importante. La parte importante non è la piscina. Né la canzone.

Sento la sua voce.

La parte importante rimane nascosta. Il nostro lavoro è trovarla e inchiodarla. Non ti sto dicendo che è facile, Ali, se fosse facile lo farebbero tutti.

Allora respiro, dentro, fuori, dentro, fuori. Il mio stomaco diventa vuoto, la mia schiena dritta. Dimentico le decisioni sbagliate, dimentico i gesti non necessari, dimentico gli ultimi trenta minuti, dimentico tutto tranne le cose importanti. Ricordo ogni cosa sia mai stata detta da chiunque. Cielo nero davanti a me, niente stelle, quattordici sigarette e se voglio uscire da qui devo scavarmi la strada, un’immagine alla volta, una parola alla volta, un minuto alla volta. Segno della croce e bacio sulle dita, preghiamo, preghiamo, occhi chiusi, mani chiuse. Non preghiamo perché qualcuno ci creda – nessuno ci crederebbe mai –, preghiamo di saper ancora raccontare una storia. Preghiamo.

Aggiungi un commento