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Su David Foster Wallace

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Fino al primo novembre a Pistoia c’è la sesta edizione del festival Arca Puccini. Quest’anno il programma è incentrato su David Foster Wallace: pubblichiamo una riflessione di Giovanni Sarteschi, uno degli organizzatori del festival. (Fonte immagine)

di Giovanni Sarteschi

David Foster Wallace non avrebbe mai accettato di essere definito uno scrittore politico. Eppure nella sua opera – poco importa che parli di grammatica, logica, sport, letteratura, musica, matematica, tv, filosofia, cinema, pornografia – vibra indomita una domanda di senso che rifugge dai castelli dottrinari, come pure da ogni soggettivismo sia psicologico che metafisico, e si incarna nella storia; che è prima di tutto storia, per frammenti, dell’America e dell’Occidente a cavallo fra vecchio e nuovo secolo. E la letteratura sembra tornare, con lui, per dirla con Todorov, «pensiero e conoscenza del mondo psichico e sociale in cui viviamo».

C’è, in Wallace, una cifra poetica netta e quasi un programma letterario: bucare il recinto della solitudine nel quale l’uomo contemporaneo è andato a cacciarsi con le sue stesse mani; farlo con una varietà impressionante di modi, tecniche e forme, ma sempre alla ricerca di un rapporto umano dell’individuo con l’ambiente che lo circonda e prima di tutto con gli altri; un rapporto demistificato, capace nientemeno che di «redimere».

C’è, in questo scrittore prodigioso, debordante, maniacale, un attrito costante con la realtà che solleva ad ogni passo scintille di umanità. Una realtà sociale che si fa condizione spirituale di vita: quella «cosa» – il linguaggio, il grande altro, l’ideologia dominante, comunque si voglia definire – in cui siamo immersi fin dalla nascita e che ci struttura e ci orienta diventando lo sfondo naturale delle nostre esistenze fino a rendersi invisibile sebbene pervasiva: come l’aria che respiriamo, come l’acqua in cui nuotano i pesci.

«La gente – rispose lo scrittore americano in una celebre intervista a Larry McCaffery – si trova da tempo sotto una specie di anestesia metafisica, quindi bisogna mostrare quello che c’è sotto. È un processo esacerbante: si fanno aprire gli occhi alle persone sul fatto che stanno inconsapevolmente assumendo un pharmakonnarcotico fin dall’età in cui hanno cominciato a dire “mamma”».

«Siamo tutti sovrani dei nostri minuscoli regni formato cranio – dirà poi nel famoso discorso del Kenyon College – soli al centro del creato». Difficile non scorgere nelle sue parole una contestazione frontale del modello sociale imperante, una critica ab imis del sistema. Forse persino del capitalismo al suo stadio attuale di sviluppo, almeno negli Sati Uniti, l’unica realtà che Wallace conoscesse davvero: non più opprimente dispositivo di potere di un gruppo sociale su un altro, ma ormai di ognuno su se stesso.

«Esteticamente radicale e metafisicamente conservatore» (James Wood), la sua ricerca poetica prende direzioni diverse, reinventando le forme come i grandi sanno fare, ma risulta sempre alimentata da una identica convinzione morale, caparbia, talvolta ossessiva: tutti i beni che finiamo per venerare dinanzi all’altare della libertà individuale – il denaro, l’aspetto fisico, l’intelligenza, il successo, la notorietà, il potere – vengono immessi nei nostri circuiti cerebrali fin da bambini, in forme sottili e in apparenza indolori, ma sta di fatto che si impadroniscono di noi finché un bel giorno non ci mangiano vivi. Perché «la verità sfrondata da un mucchio di cazzate retoriche» è che invece l’unico «genere di libertà che conta davvero richiede attenzione, disciplina, impegno e la capacità di tenere sul serio agli altri in una miriadi di piccoli modi poco sexy, ogni santo giorno».

E allora: quali sono i sentieri della felicità nell’epoca in cui l’economia di mercato si è fatta società di mercato? E il desiderio non si è forse degradato in godimento compulsivo, dentro quel paradigma agonistico che a conti fatti è incapace di generare legami e senso di comunità, e moltiplica piuttosto solitudini e frustrazioni su larga scala, anestetizzate dal consumo stesso e dall’industria dell’intrattenimento? E la libertà senza limite, la furia iconoclasta contro ogni forma di autorità genera libertà o ci sbatte nel continuum della dipendenza? Si può introdurre una riflessione critica sugli esiti per certi aspetti paradossali dei movimenti libertari nati negli anni sessanta senza apparire reazionari? Si può denunciare l’impostura dell’ironia nell’arte dell’intrattenimento e nel marketing senza risultare seriosi? Si può ragionare così senza apparire bacchettoni?

A cinque anni dalla scomparsa dell’autore di Infinite Jest, la sua opera continua ad interrogare e far discutere ben al di là del perimetro ristretto della comunità letteraria. Arca Puccini intende seguire il filo di questa riflessione ad ampio raggio incoraggiata da un’estetica esigente, quella di Wallace, che non smette di sfidare le nostre abitudini. Perché scrivere significa parlare dei temi veramente importanti per la comprensione del mondo e perché «le verità spiacevoli – come afferma Todorov – hanno più opportunità di essere ascoltate in un testo di letteratura che in un’opera filosofica o scientifica».

Commenti
Un commento a “Su David Foster Wallace”
  1. Olga scrive:

    So sorry to hear of the awful accident Actress MARIE WALLACE/Classic DS’s Eve, Jenny Collins & Megan Todd enipreexced. May she have a speedy healthy recovery and return to the stage she loves sooooo much!! She’s a phenomenal chilly-Dramatic actor.

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