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Fiché? photographie et identification du Seconde Empire aux années soixante

In questo articolo, uscito per «Alias», Carlo Mazza Galanti ci presenta la mostra fotografica «Fiché», visibile agli Archives Nationales di Parigi fino al 23 gennaio 2012. Di questa mostra aveva già scritto Giorgio Vasta qualche tempo fa (leggi l’articolo).

Lo zelo del poliziotto parigino Alphonse Bertillon inaugurò, nel 1879, un nuovo importante capitolo nella storia dell’immagine meccanica: la nascita della foto segnaletica. Ci furono dei precedenti. La famosa “carte de visite” di Eugène Disderi (sorta di foto-biglietto da visita che ebbe notevole successo commerciale a metà del XIX secolo), e in generale la variegata ritrattistica che negli stessi anni prese piede a Parigi, in maniera pervasiva, vennero presto intercettate dalle forze dell’ordine e piegate ai loro scopi, prendendo il testimone di un’iconografia giudiziaria che già da secoli serviva come strumento di riconoscimento di criminali o presunti tali. Con la diffusione dell’immagine fotografica le pratiche d’identificazione poliziesca fecero tuttavia un vero e proprio salto di qualità, quasi a indicare una sorta di affinità elettiva tra fotografia e dispositivi di controllo in società dalla spiccata vocazione “panottica”, le stesse che sapranno poi, nel volgere del secolo breve, estendere tecniche e procedimenti di classificazione/identificazione forzata all’insieme ormai docile della popolazione. È a questo genere di vocazione del fotografico che è dedicata una delle mostre più interessanti proposte quest’anno nella capitale francese, ancora in corso nelle sale degli Archivi Nazionali e intitolata “Fiché? photographie et identification du Seconde Empire aux années soixante”. Mostra memorabile, sia per la quantità del materiale raccolto che per la qualità e l’oculatezza dell’allestimento e della documentazione testuale (solo in francese, però). Lo straordinario valore documentario dell’esposizione si offre a molteplici interessi, non solo inerenti alla storia della fotografia: la storia dei sistemi di controllo e delle relative istituzioni, la storia coloniale e quella dei grandi esodi del novecento, ma anche la storia dei costumi, della morale, della criminalità, e delle minoranze eretiche: anarchici e comunisti, consumatori di stupefacenti, omosessuali, prostitute, rom. Tutto questo, e altro ancora, incastrato, per così dire, nella rete delle immagini.

Fino al 1870 circa, dunque, la polizia non ha fatto altro che parassitare una nascente e diffusa passione per la fotografia, manipolando tecniche e usi correnti. Solo con Bertillon (e con la nascita dell’istantanea) saprà elaborare un proprio efficace sistema, sulla spinta, anche, di una recrudescenza delle misure di controllo innescata dalla repressione della Comune. Bertillon fu un vero maniaco dell’identificazione antropometrica. Molto contava ovviamente, in questa sua passione, la vulgata fisiognomica allora in voga, la quale non mancò di sottopporre allo sguardo clinico degli “esperti” anche le nuove terre dell’impero e i loro esotici abitanti. Polizia e antropologia (e psichiatria) ebbero all’epoca molti punti di contatto: l’uso che fecero della fotografia, rapidamente messo a confronto nella prima parte della mostra, può essere un buon indicatore di tale complicità. Ma Bertillon fu veramente, “genuinamente”, appassionato di misurazioni, prima ancora che di fisiognomica: un vero feticista del metro e del compasso. La fiche segnaletica da lui codificata, che sarà la base dei sistemi elaborati nei decenni successivi, è un autentico concentrato di ossessione antropometrica. Nei laboratori della prefettura parigina, accanto all’enorme apparecchio fotografico con annessa sedia mobile meccanica (esposta agli Archivi), un kit di strumenti da lui stesso ideati e dedicati alla trasformazione minuziosa del corpo umano in una serie di quote numeriche, testimoniava di un’immaginazione mostruosamente puntigliosa. Colpiscono i filmati dell’epoca: in un locale pieno di strane apparecchiature, a metà strada tra un atelier d’artista, un laboratorio di sartoria e una camera delle torture, dei personaggi spaesati venivano introdotti all’astrusa umiliazione delle misure. La persuasione maniacale di Bertillon è persino flagrante nelle fiches che lo mostrano come un comune delinquente: autoritratto “en criminel” dell’inventore. Neppure al figlio di pochi mesi fu risparmiato quell’ambiguo trattamento.
L’impronta digitale, successivamente introdotta dall’inglese Francis Galton (antropologo, nipote di Darwin, primo propugnatore dell’eugenetica…), rese vana la minuzia antropometrica del parigino. All’inizio molto critico, Bertillon dovette infine piegarsi alla superiorità dell’invenzione d’oltremanica. Le grandi tavole sinottiche dedicate alle diverse parti del corpo, la pratica del “portrait parlé” e tutto quel diabolico armamentario, divennero presto curiosi reperti di archeologia poliziesca. Ma se l’impresa schedatoria decollò, in Francia e nel mondo, fu grazie al “sistema Bertillon”. La combinazione foto-testuale delle schede identificative da lui ideata (con la sostituzione dell’inquadratura frontale e di profilo all’ancora pittorico busto in tre quarti) si diffonderà rapidamente nelle mille vene della burocrazia statale, contribuendo alla creazione di archivi sempre più grandi, fino all’istituzione della carta d’identità obbligatoria – prima per i soli stranieri, quindi, durante il regime di Vichy, per chiunque. Patenti, certificati sanitari, sportivi, visti consolari, tessere di ogni genere e specie: la storia del novecento raccontata da Fiché è quella della costituzione d’immense banche dati, la storia della saturazione di un universo burocratico-catalogatorio al servizio di un apparato statale sempre più solido e “razionale”. Per ragioni di privacy la mostra s’interrompe negli anni sessanta, ma sarebbe stato interessante mostrare il progresso di nuove forme di schedatura sempre più efficaci e meno percepite, dal Navigo (la tessera elettronica per circolare sui mezzi pubblici parigini), a quella sorta di autoschedatura di massa – la cui discendenza grafica dall’invenzione di Bertillon è ancora lampante – che con facebook vede centinaia di milioni di persone intente a fornire quotidianamente dettagliati dati autobiografici ad uso e consumo di ignoti.
Sembra esserci un doppio filo che lega la storia dell’immagine fotografica a quella dell’irregimentazione amministrativa e della sorveglianza poliziesca. Questo, almeno, il senso manifesto di una mostra che tuttavia non vuole essere assolutamente critica o di denuncia (il nome di Foucault, per dire, non è fatto neanche di sfuggita). Eppure, aggirandosi tra i pannelli e le teche, osservando le migliaia di volti tra i quali spiccano di tanto in tanto i lineamenti di celebrità sorvegliate e/o registrate (artisti, scienziati, politici), notabili che altrimenti, non fosse per le didascalie, affonderebbero nella massa indistinta di sguardi attoniti, sfrontati, inespressivi, cupi, quasi mai sorridenti – guardando tutto questo si fa strada, accanto alla vertigine del tempo che scorre e della “massa dei morti” (come la chiamava Canetti), la percezione di una sottile, ma persistente, resistenza. È la resistenza spontanea dell’umano ai meccanismi tecnici e burocratici, che la fotografia, nonostante tutto, anche se piegata alle esigenze dell’ordine e dell’omologazione, sembra non potere fare a meno di mostrarci, quasi fosse un suo lapsus connaturato. Tra i volti immortalati e i dati che li inquadrano c’è uno scarto evidente, una fessura profonda aperta tra l’identità giuridica e quella esistenziale, sostanziale, che lo scatto conserva ed esibisce ancora, decenni dopo, come la traccia viva del soggetto fotografato: il bisogno, l’urgenza, che sembra ripetere sottovoce ognuno di questi volti, di affermare la propria semplice, minuscola ma inalienabile unicità. Osservare questa sterminata galleria di foto segnaletiche può diventare allora un’esperienza inedita, etica ed estetica, prima ancora che conoscitiva: affacciata oltre la storia, anche se immersa nella storia. Cogliere la sproporzione tra il progetto “totalitario” delle istituzioni e il residuo umano rappresentato da una moltitudine di singolarità fotograficamente rivelate. Ammirare quelle “scintille di caso” (diceva Benjamin) che brulicano alla superficie dei ritratti, tra dossier e incartamenti. Considerare questo insieme di immagini, questi archivi destinati alla polvere, oltre che come uno straordinario patrimonio documentale, come una specie di monumento, del tutto preterintenzionale (e tanto più suggestivo), alla memoria dell’umanità.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
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