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Fidarsi del proprio istinto. Intervista a Luca Marinelli

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Questa intervista è uscita sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

di Rosario Sparti

Viso scavato, naso importante, grandi occhi luminosi. A guardarlo bene il volto di Luca Marinelli ha qualcosa di cartoonesco. Del resto il suo Cesare, corpo dolente di Non essere cattivo, richiamava alla mente certi personaggi di Andrea Pazienza. Ma con Lo chiamavano Jeeg Robot, film d’esordio di Gabriele Mainetti, l’attore può davvero indossare i panni del cattivo da fumetto, interpretando il ruolo dello Zingaro: un Joker di borgata, ossessionato dall’idea di diventare famoso su YouTube, che trascorre le giornate tra una rapina e il ricordo della sua partecipazione a “Buona Domenica”, finché non incappa in un ladruncolo dai misteriosi superpoteri che mette i bastoni tra le ruote alla sua resistibile ascesa al comando della mala capitolina.

Marinelli, classe 1984, gli regala follia, intensità e talento vocale, con un’interpretazione elettrizzante, pari a quelle che l’hanno imposto come uno degli attori italiani più camaleontici e completi della sua generazione. Una galleria di personaggi sempre diversi tra loro, ma uniti dal ruolo marginale cui sono condannati dalla società: dal lunare Guido di Tutti i santi giorni fino agli “adulti bambini” di La Grande Bellezza e La solitudine dei numeri primi, passando per Roberta, il tenero travestito di L’ultimo Terrestre.

Spiriti fragili e violenti, colti nell’incontro tra dolore e tenerezza, tra concretezza e voglia d’evasione, tutti figli della stessa materia, quella di cui è fatta anche questa storia, popolare e reale come rileva l’attore: “Mi piace che Gabriele dica che voleva raccontare una storia, sottolineando così l’importanza delle storie, che credo sia l’importanza del cinema. Bisogna prendere il quotidiano ed elevarlo, mi sembra lo dicesse anche Truffaut. Nel suo caso ci si mette in mezzo la fantascienza, però lui con gli sceneggiatori sono partiti da qualcosa di tangibile, hanno raccolto informazioni sul luogo. Forse è questo è il vero che si sente dentro il film.”

“Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”, scriveva Brecht. Figuriamoci di supereroi. I vizi e problemi dei personaggi però sono straordinariamente umani.

Ci sono persone entusiaste del film e altre che l’hanno visto e mi hanno detto: “Sai, non è il mio genere, in realtà non sarei andato a vederlo, ma avrei sbagliato perché è particolare, mi emoziona”. Perché parla di qualcosa di reale. C’è il ragazzo di periferia che vive per i cavoli suoi, che pensa solo a come svoltare la giornata, poi gli arrivano i superpoteri e si chiede che fare, ed è come fosse una domanda rivolta al pubblico. Dopo per lui arriva l’amore, che lo cambia, lo fa andare oltre. L’amore è il superpotere più grande. Non so, sarò troppo romantico ma il superpotere dell’amore è una roba fortissima, che tutti abbiamo e che cambia anche il film.

Lo Zingaro è uno tanti giovani “malati” di social network?

Lui usa le strade moderne per arrivare a quello che per lui può essere il successo, ossia essere visto da chiunque, quindi usa i canali dei social network. Da ragazzino aveva tentato di diventare qualcuno e gli avevano chiuso le porte in faccia, così ora che il mondo va in questa direzione vuole rispetto, vuole che sia riconosciuta la sua grandezza. Secondo me lui non è mai stato visto realmente, forse questo è il problema.

Per questo ama esibirsi?

Il personaggio è sempre stato così ed è la cosa che mi ha fatto impazzire: il suo lato istrionico. Era anche per questo che quando andavo ai provini esaltavo molto questa parte teatrale dello Zingaro, ma Gabriele mi piantava i piedi a terra dicendo di ricordarmi sempre delle sue paranoie, del suo dolore forte, della sua necessità grande e reale. Poi man mano queste cose le abbiamo cercate, per esaltare il suo desiderio di essere riconosciuto da tutti per strada.

Cesare di Non Essere cattivo e lo Zingaro: due emarginati, due personaggi fragili che covano rabbia.

Li ho amati entrambi però faccio fatica ad affiancarli, ma il fatto che ci sia questa periferia di sfondo è sicuramente il punto di partenza comune dei due. E mi piace come Gabriele abbia voluto rispettare questo posto e i suoi abitanti, senza etichettare mai, senza rappresentare Tor Bella Monaca come il covo dei pirati, il posto dei cattivi.

Ostia per Cesare rappresentava una prigione da cui evadere, anche Lo Zingaro vuole fuggire da Tor Bella Monaca?

C’è questa voglia di uscire, è vero, di riuscire in qualcosa, di fuggire, di tentare almeno la fuga. Lo spartiacque della periferia è differente, se uno non c’è cresciuto non potrà mai capirlo. È una questione di sensibilità. Cesare sceglie una cosa o l’altra, vede il suo amico che prende una strada ma non ci crede del tutto, forse perché trova l’altra molto più concreta. Lì c’è una disperazione di fondo, c’è il mondo che gli si sgretola sotto i piedi mano a mano, qui invece c’è una cosa diversa: è l’indole dello Zingaro, l’indole di voler essere, lui ci deve essere. Lo Zingaro vuole scappare da lì, ma anche se fosse nato ai Parioli sarebbe stato lo stesso.

Per il suo look androgino lo Zingaro ricorda David Bowie. Nel costruire un personaggio parti da una caratterizzazione esterna?

Per quanto mi riguarda, quando mi avvicino al personaggio tento una mimesi col testo, con le idee del regista, con le mie visioni. Questo cambia tutto, dal fisico all’atteggiamento. Il personaggio diventa una veste. Quando ti metti gli abiti del personaggio lo sei, poi te li togli e ti si sfila lentamente, poi ritorna il giorno dopo quando ti rivesti, e magari lo tieni solo come una memoria nella testa la sera a casa quando vuoi farci qualcosa.

Quanto conta invece l’istinto?

Fondamentale. Tante volte sono accadute delle cose che non so bene spiegare. Bisogna fidarsi del proprio istinto, ma questo sempre. È un po’ una forma di rispetto verso se stessi. Tante volte quando si prepara un personaggio non bisogna starci troppo a pensare. Ci si pensa prima, poi si deve fare pagina bianca, perché quel che serve lo hai permeato dentro.

“Una parola detta piano basta già ed io non vedo più la realtà”, recita il testo di Un’emozione da poco, il brano che canti nel film.

Cercavamo una canzone che potesse colpire lo sguardo dello Zingaro nella sua adolescenza. E se vai a rivedere l’esibizione di Anna Oxa a Sanremo, il suo primo festival a sedici anni, ecco, mettendomi nei panni del personaggio ed anche nei miei, pensavo: “Wow! Guarda che donna. Guarda che forza.” Da lì è nato il fatto che questo è il suo pezzo, che ha pure come suoneria del cellulare. Quello che mi piace anche è che tutta la sua forza esplosiva viene dalle nostre meravigliose cantanti di quegli anni: Loredana Bertè, Nada, Gianna Nannini e Anna Oxa. Ed è bello che venga da lì: è la forza delle donne.

Ricordo un tuo featuring in un brano della crew hip-hop Jagermasterz. Hai anche tu la passione per la musica?

Me l’aveva chiesto tanti anni fa un amico, Dj Demis, e mi sono divertito parecchio. Ho sempre avuto la passione per la musica rock, da ragazzi avevamo un gruppo, facevamo funky: facevamo cover dei Red Hot Chili Peppers, ma soprattutto pezzi nostri, bei tempi.

Imitavi Anthony Kiedis?

Ero un po’ più intonato (ride, ndr). No, in realtà suonavo la chitarra. Ero la seconda chitarra del gruppo. Continuo ancora però suono per me. Ogni tanto dico a qualche amico di riunirci e fare un gruppetto, ma sono solo momenti dove ci riuniamo e suoniamo qualche cover. Un artista con la chitarra folk poi è qualcosa che mi fa impazzire, tutto ciò che è acustico mi piace tantissimo.

So che da bambino guardavi un sacco di film con tua nonna.

Con mia nonna ho visto tutti i grandi classici del nostro passato, ma da ragazzino uno dei primi film che ho visto da solo è stato Il silenzio degli innocenti: ho trovato questa videocassetta e me la sono vista, i miei genitori pensavano stessi giocando e invece… Ma non mi sono spaventato, vedevo il divertimento di quelle persone e questo mi piaceva. È quello che ritrovo nel lavoro in questo momento. Sento che potrei girare un film per un anno, perché svegliarsi la mattina e sapere di poter andare sul set è una grande fortuna, non mi pesa mai.

Ora che il percorso di Non essere cattivo è concluso, come ricordi il viaggio con la Banda Caligari?

Per me non è finito, domani dovrò incontrare dei ragazzi a Rebibbia perché ci sarà una proiezione del film. Io lo sento ancora intensamente. Siamo tuttora un gruppo bello forte, mi piace quello che significa ancora Non essere cattivo. La Banda Caligari c’è sempre, è nel cuore.

Non hai l’impressione che con la morte Caligari sia stato “canonizzato”?

È triste. Una persona a cui hanno fatto fare tre film e ora si grida al miracolo, quando avrebbe potuto farne molti altri. Questo è il peccato grande. Io però dico “comunque e sempre viva Claudio!”. Un’esperienza così non l’ho mai vissuta: una persona che sta morendo e vuole dare qualcosa agli altri. Vedere una persona che non ha paura in questa maniera, che vuole donare ma senza sapere poi cosa potrà ricevere indietro. Anzi, sapendo quante porte in faccia aveva ricevuto. Una lezione di vita pazzesca. Alla fine è un atteggiamento che non mi sorprende, mi fa venire un po’ di mal di pancia ma va bene così. Rimane il film, questo è l’importante e rimane quello che tutta una troupe si porta nel cuore, rimane Claudio e la Banda Caligari.

Per ragioni sentimentali da anni vivi a Berlino. Come si percepisce dall’estero il nostro cinema?

Siamo sempre un gran bel cinema. Tutti i nostri film che l’anno scorso erano a Cannes ora sono in sala in Germania, insomma ci siamo, ci siamo sempre. Io sono davvero convinto che l’anno scorso siano usciti dei gran bei film italiani, non tanti, non distribuiti al meglio, ma tutti film che mi rendono orgoglioso. La cosa che mi piace di meno del nostro cinema invece è lo scarso coraggio dei produttori, se penso che Non essere cattivo rischiava di non essere realizzato mi viene la pelle d’oca: un film che ci ha portati anche a Los Angeles rischiava di non essere fatto. E stessa storia anche per Lo Chiamavano Jeeg Robot. La verità è che si fanno solo le cose comode.

Soldi, gloria, passione, desiderio di guarire dalla timidezza: Luca Marinelli per quale ragione recita?

È una domanda che sembra semplice, ma non lo è. La passione alla fin fine non vuol dire niente. Ti direi per la necessità, ma forse anche questo non vuol dire niente. Quindi ti direi perché me piace proprio tanto. Proprio alla romana: me piace. Penso di essere fortunato nell’aver scelto quello che amo fare nella vita, e di riuscire a farlo. Perché non riesco a immaginare di poter far altro. Certo, se tra cinque anni non riuscissi più a farlo dovrei inventarmi qualcosa.

Cosa?

Non lo so. Prima di questo ho pensato di essere un archeologo, purtroppo con scarsi successi. Facevo un casino, sbagliavo persino gli orari delle lezioni.

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