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“E i figli dopo di loro”, il romanzo europeo e nostalgico di Nicolas Mathieu

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“Steph lasciava un vuoto fisico. Lo sentiva nel petto e nella pancia. La vita sarebbe continuata. Era questo l’aspetto più duro. La vita sarebbe continuata.”

Ci troviamo a Heillange in Lorena, all’inizio degli anni novanta, è estate e non potrebbe essere una diversa stagione, la prima delle quattro estati, una ogni due, nelle quali si sviluppa il romanzo. Sono gli anni dei Nirvana, gli anni in cui le vite dei tre protagonisti di E i figli dopo di loro di Nicolas Mathieu (Marsilio, 2019, traduzione di Margherita Botto) scoppiano come i fiori quando fioriscono, tra l’adolescenza e il futuro, tra il poco che c’è intorno e l’ignoto a venire, in mezzo c’è quel che c’è.

C’è Anthony che ha quattordici anni, un difetto alla palpebra, e un cuneo d’ombra dentro il quale sta crescendo, è già cresciuto, la crisi coniugale dei genitori, dovuta quasi totalmente alla disoccupazione e all’alcolismo del padre e al risentimento della madre, tre motivi che stanno dentro un motivo più grande, un motivo residenziale, l’aver vissuto in una provincia che ha promesso benessere e ha concesso solo un grigio malinconico che è sceso sulle esistenze prendendosi prima ciò che c’era sui conti bancari e poi i sorrisi.

C’è Hacine figlio di un’integrazione non del tutto compiuta del padre originario del Marocco; o meglio di un’integrazione non all’altezza delle promesse, di un luogo che non ha mantenuto l’idea di Francia che chi lascia l’Africa alle spalle si aspetta di trovare. La Lorena non è Parigi, e forse nemmeno Parigi lo è.

C’è Stephanie bellissima, naturalmente, e inarrivabile, perfino per sé stessa. È destinataria e causa delle passioni degli altri e vittima delle proprie. Sconta il peso della bellezza che ai margini delle grandi città conta poco, è una reginetta di niente, è capricciosa. È una ragazzina, così come lo sono Anthony e Hacine.

Corse per un po’, ma non sapeva dove andare e non aveva intenzione di ritornare a casa. Ce l’aveva con il mondo intero. Non tanto tempo prima, per essere contento gli bastava rimpinzarsi di popcorn davanti a un bel film. Allora la vita si giustificava di per sé nel suo stesso ricominciare. Si alzava al mattino, andava a scuola, c’era il ritmo delle lezioni, i compagni, tutto si snocciolava con una sconcertante facilità, il massimo dell’angoscia era quando capitava un’interrogazione a sorpresa. E adesso, invece, questa sensazione di fanghiglia, questo carcere delle giornate.

Il panorama è desolante ma non privo di bellezza, è denso di una malinconia che ci prende e ci ricorda da dove arriviamo. Mathieu inventa e racconta e certifica la nostalgia di quello che avrebbe potuto essere e non è stato, il futuro non accaduto, il tempo che è stato sottratto ai ragazzi formatisi negli anni novanta. Fabbriche dismesse, licenziamenti, delinquenza, criminalità di basso profilo, persino banale; un paesaggio in cui le pure le droghe sono difficili da trovare, come se la crisi oltre ai sogni si fosse portata via anche la minima possibilità di ricorrere allo sballo. A Heillange non ci sono distrazioni, si sogna sommessamente.

Nicolas Mathieu, con la letteratura che fa, vince su più livelli, e non sto parlando del PrixGouncourt (vinto con merito l’anno scorso); vince perché riporta il lettore nei luoghi in cui le aspettative diminuivano in maniera proporzionale al passaggio dei giorni, e poi delle ore poi dei minuti. Leggo la storia dei tre ragazzi, quella dei loro genitori, dei loro conoscenti e ritrovo la mia. Nel 1992, anno in cui comincia il libro, avevo 21 anni e una voglia di scappare dal luogo che avrei dovuto tenere a freno ancora per un po’. Sono nato nella provincia a nord di Napoli, il maggior datore di lavoro era la camorra, non c’erano fabbriche da chiudere, salvo qualche eccezione, perché non erano mai state aperte.

Non c’era la Francia, non c’era nemmeno la speranza di Parigi non troppo distante, nemmeno quella di immaginarsi una Nancy. C’era una cameretta di pochi metri e c’eravamo io e mia sorella che ascoltavamo i Nirvana e i Pearl Jam facendoci investire dal dolore che saliva da quelle voci, sperando che nascondesse il nostro, che ci facesse dimenticare i sogni che non riuscivamo a fare. Mathieu vince perché trova il lettore, perché il lettore assomiglia ai luoghi e al tempo e risiede nella calligrafia dello scrittore.

Temendo quel tempo morto prima di cena non riuscì a decidersi a salire subito. Avrebbe potuto cercare Elliot e gli altri, ma non aveva voglia nemmeno di questo. Tornava dopo una lunga assenza, aureolata di voci e di domande. Non desiderava dilapidare troppo in fretta quella specie di vago credito che la lontananza gli aveva procurato.

Mathieu vince perché inserisce gli elementi della crisi economica, dei rapporti di coppia, negli occhi degli adolescenti, perciò mentre si innamorano, si perdono, si ribellano, desiderano i corpi e la fuga, non perdono mai di vista lo scenario. “Che il paesaggio si dimentichi / si ritiri”, scriveva Saramago in una splendida poesia, qui il paesaggio non può ritirarsi, anzi incombe, condizionando tutto. Anthony, Hacine e Stephanie menano pugni e carezze e sognano in tono minore, perché il campo da gioco di partenza è già ristretto.

Mathieu vince perché scrive benissimo, ed è molto ben tradotto da Margherita Botto, ha una prosa di grande tenuta. Riesce a essere cattivo e al contempo empatico, si prende a cuore i suoi personaggi ma non gli nasconde la realtà.

Eppure – e qui Mathieu vince di nuovo perché non se lo dimentica – in quello scenario desolante, i tre ragazzi, non potranno fare a meno di desiderare, di stare dentro quello scompenso che li agita e li disorienta. In ogni leggerezza, in ogni errore, in ogni litigio, in ogni abbraccio mancato con una madre, in ogni bacio non dato, in ogni corsa in moto, in ogni turno in fabbrica, ci sarà puro e semplice il senso di essere ragazzi, di andare a formarsi in un tempo che si deteriora, in una provincia che è il quadro perfetto di ciò che abbiamo perduto, di ciò che non troveremo.

E i figli dopo di loro con i suoi protagonisti incantevoli è di certo un romanzo di formazione ma è anche un libro che va dritto al cuore dell’Europa e frantuma una per una le false promesse che ogni ragazza o ragazzo hanno ricevuto.

Quell’impronta che la valle gli aveva lasciato nella carne. La terribile dolcezza dell’appartenenza.

Mathieu dà qualche risposta e lascia nel cuore del lettore un pensiero che si regge tra una scelta e una rinuncia, tra la fuga e il rimanere. Stare nel luogo dove tanto è accaduto e dove forse quasi più nulla accadrà è una condanna, ma è una condanna che non è priva di qualche dolcezza, di qualcosa che non chiameremmo speranza ma nemmeno più disperazione, qualcosa che ricorda i legami e un vago senso di appartenenza, un destino comune.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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