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Il figlio di Persefone: un estratto

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal romanzo di Maurizio Cotrona Il figlio di Persefone, uscito per Elliot.

di Maurizio Cotrona

Ade, Acciaieria, Pluto, Plutone, Italsider, cane nero, rapitore di anime, Riva, Nazione, cronide, assassino di Stato, teratogeno, diossina, oscuro, lupo, Cerbero, Aita, fabbrica, signore dei morti, progresso industriale, Tekne, CECA, tubificio, Finsider, colosso, Moloch d’acciaio, quarto centro siderurgico, Tànato, Edonèo, ILVA, affamatore di anime, monocultura, ratto, ricatto.

La prima pietra venne posata nel 1960, cinque anni dopo la fabbrica era stata inaugurata con parate e fazzoletti bianchi agitati al cielo. Una grande opera per il mezzogiorno. Una scelta politica basilare.

Una  testimonianza di volontà: Taranto non deve morire. Lo Stato ha preso coscienza della realtà meridionale e si adopera per mutarla. L’orchestra suonava, i bambini cantavano, il presidente Saragat faceva cenni di saluto alla folla che si ammassava ai piedi del colosso, il vento già gli portava la polvere rossa sulla faccia ma loro restavano lì a festeggiare l’arrivo del titano divoratore. Dal porto mercantile di Taranto cominciò il viaggio di piroscafi carichi di tubi destinati all’Unione Sovietica, le 152 navi partite nel 1960 diventeranno 1888 nel 1971.

Che gli agnelli aprano la porta ai lupi non è una novità, il progresso deve fare il suo corso e, nel 1970, quando lo stabilimento raddoppiò la propria dimensione allungando le braccia attorno alla città, la gente ammirava il cappello bianco di un nuovo  presidente e i bambini cantavano ancora. Lui salutava la folla, ma gli applausi erano tutti per l’altoforno numero cinque, un colosso grazie al quale si sarebbe raggiunta la produzione di 11 milioni di tonnellate di acciaio e  l’occupazione di 500 ettari e 20.000 addetti. Mille ettari, duemila.

I contadini che avevano vissuto a pane e cipolle adesso mangiavano vitello e bevevano vino con le bollicine.  Mentre l’impianto divorava i campi e sterilizzava il mare, Taranto fioriva. Aprirono altre fabbriche, i teatri erano pieni, le automobili sfrecciavano, si costruivano nuove case alla rinfusa. E la popolazione cresceva, al dialetto locale si mescolavano cadenze lucane e salentine.

Il verme scavava senza fretta i suoi cunicoli, nel ventre della terra e in quello degli uomini. I primi lutti degli operai furono compensati con generosi risarcimenti. Gli anni passarono. Si bevevano ancora bollicine al borgo, ma non più nei quartieri a ridosso dell’acciaieria.

Lo Stato regalò lo stabilimento a un privato. Il veleno dei fumi, della polvere e degli scarichi ha continuato a diffondersi, Taranto è scappata verso sud, come papà, non abbastanza in fretta. Terra, aria, acqua, il veleno non ha risparmiato nulla. Sono morti le madri e i figli del borgo e ancora più giù, la morte non si è mai  fermata. Più di ventimila persone ammazzate in mezzo secolo, madri avvelenate che avvelenano i propri figli prima nel grembo e poi con il proprio latte. Sui giornali scrivono che si sapeva tutto, che sapevano tutto e che non c’è mai stato nulla da festeggiare.

Commenti
3 Commenti a “Il figlio di Persefone: un estratto”
  1. Marcella scrive:

    Bella pagina ma, mi permetto, non è rappresentativa del romanzo. Questo romanzo è un piccolo culto per me, perché è stato capace di produrre nella mia testa emozioni e immagini che, nel comprendere la questione siderurgica, mi hanno portato molto molto oltre.

  2. Maurizio scrive:

    Grazie Marcella. Hai ragione tu. Questa pagina è una parentesi nel libro e, per questo, si prestava a essere estrapolata.

  3. Emiliano scrive:

    Bella pagina comunque!
    Bravo Mauri

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