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Figurine mondiali

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Di recente Luca Ricci ha curato per Radio 3 un ciclo di puntate intitolato Figurine mondiali, affidando a dieci scrittori italiani il compito di ridefinire alcune parole basilari del calcio. Qui la prima parte di questo Sillabario. (Fonte immagine)

Giorgio Vasta
Dribbling 

C’è stato un tempo – grosso modo tra il 1984 e il 1985 – in cui ho immaginato che il dribbling fosse non semplicemente una tecnica calcistica ma un modo di stare al mondo. Approfittando dell’esilità del corpo, di una buona rapidità di esecuzione e soprattutto di una congiuntura fisiologica e cognitiva che da allora non si è mai più riverificata, durante le partitelle estemporanee dell’adolescenza superavo ogni avversario come lo slalomista supera i paletti, procedendo per i campi di bitume come se fossero inclinati e i giocatori dell’altra squadra poco più che microscopici pretesti sparpagliati lungo il percorso. La felicità della finta era talmente intensa che il dribbling – in teoria niente di più di uno strumento utile a superare un ostacolo – era diventato un valore in sé e dribblare non era più un’eventualità del gioco, la risoluzione di un problema agonistico, bensì un obbligo, tanto fisico quanto morale, la partita soltanto una scusa per sperimentare l’euforia dell’assenza di attrito.

Poco a poco le cose sono cambiate. Il corpo ha perduto l’esilità, il gioco di gambe è rallentato: le volte in cui ho provato a dribblare – in una delle partite espiatorie disseminate nel corso degli ultimi venticinque anni – mi sono ritrovato impigliato in un groviglio generato dal mio stesso movimento, il fiato intralciato dentro il petto, lo sguardo rarefatto, le ginocchia arrossate come quelle dei calciatori norvegesi. L’avversario – tutto ciò che da un certo momento in avanti ho cominciato a percepire come tale – era diventato una struttura minerale invalicabile.

Eppure è stato soltanto in quel momento, confrontando la gloria adolescente col disfacimento organico attuale, che ho pensato di comprendere, in ritardo di una trentina d’anni, il dribbling in tutto il suo struggimento: uno sfarfallio veloce delle gambe che inganna alludendo, l’avversario appena superato ancora per un istante percepito con la coda dell’occhio, l’inoltrarsi febbrile nello spazio, la ricerca di altri avversari per dribblare e dribblare ancora, e lo stupore, il desiderio di ridere, il sudore che percorso ogni lineamento del viso si annida negli occhi; e in fondo, in fondo a tutto, nel tremolio liquido dello sguardo, la luce della porta che si riduce a un crepuscolo, ogni meta che si rivela nella sua natura di miraggio. 

Francesco Longo
Goal

All’apparenza, sembra solo che una sfera di cuoio bianca e nera rotoli fino a ficcarsi in una rete da pesca. Una palla sconfina in una zona di prato dove non c’è niente, e tutto finisce. Questa frontiera è segnalata da una striscia bianca in terra e in alto da una traversa a mezz’aria. A tutti gli effetti, c’è una specie di barriera tra due pali, ma sarebbe del tutto immaginaria se questo limite non fosse stato consacrato a essere un traguardo.

Il goal fa parte della famiglia dei terremoti. È quell’evento sismico in grado di suscitare a continenti di distanza dall’epicentro una ola su un divano, o un’esplosione di euforia tale da riempire le strade e le piazze di una città. Il passaggio della palla attraverso questo sipario impalpabile genera boati come davanti a una nascita prodigiosa, dà vita a cori di esultanza che possono sfociare in pura commozione. O al contrario, il goal sprigiona la potenza straziante dei lutti, suscita fitte di delusione talmente violente che possono portare al lamento e addirittura al pianto.

Nel gioco del calcio il goal – che avvisa che una delle due squadre in campo ha segnato – è un miracolo che incanta generazioni di spettatori, rende leggendari i giocatori, può umiliare per sempre un portiere, può promuove una città o una nazione innalzandola sopra le altre.

Il goal è l’istante risolutivo di una partita. Per la sua forza simbolica può fissarsi in modo indelebile nell’immaginario collettivo, essere rivisto all’infinito, come avviene per certi goal storici che sono diventati metafore di un’epoca intera. Che sia il risultato di una rovesciata al volo o di un calcio di rigore, il goal si carica di ambizioni e desideri di un piccolo gruppo, di una comunità estesa, o di una nazione intera. Attenzione però, si tratta di un passaggio fulminante e spesso controverso. Subito dopo, l’aria è rotta dal fischio dell’arbitro. 

Antonella Lattanzi
Tiro primo

Quando ero piccola per me era tutta questione di dimostrazione della forza. La forza, mi pareva che dicessero un po’ tutti, aveva a che fare sempre e solo col maschile. Dunque, pensavo, se riuscivo a dimostrare che ero maschio, avrei dimostrato di conseguenza che ero forte. Per mio padre, poi, ero stata l’ultima speranza: aveva una moglie donna, sorelle tutte donne, il cane che avevano preso a mia sorella era una femmina, e la sua primogenita era appunto una bambina. Nacqui, e venne a vedermi sicurissimo: non potevo che essere il maschio che gli spettava dalla nascita. La delusione fu cocente. Ma che ero maschio nella testa potevo ancora dimostrarglielo. Il calcio era da maschi. Il calcio era la passione di mio padre. Il calcio era, dunque, la dimostrazione assoluta della forza. E, dentro il calcio, il tiro.

Il tiro era la prova che ti faceva definitivamente forte. Era l’attesa prima, la speranza e il sogno mentre, il successo virile o l’insuccesso femminile dopo. Dunque passavo ore in cortile, le altre femmine che giocavano a campana, a provare il tiro che mi avrebbe resa uomo. Per il calcio non ero portata, mi annoiavo: ma l’eccitazione dell’impresa mi mandava in estasi totale. Passavo le domeniche seduta con mio padre, la radiolina grigio chiaro in mezzo a noi, a seguire le cronache di calcio. Non ci capivo niente, dopo un po’ non riuscivo più a tenere gli occhi aperti, ogni volta mi illudevo di cominciare a capire qualche cosa, ma bastavano tre minuti perché mi venisse un sonno intollerabile. Era un po’ come la messa.

La messa era la dimostrazione che ero femmina, che mia madre mi aveva fatto buona e giusta, che il vestitino rosa della festa me l’ero guadagnato a forza di chiacchiere con Dio. Prima e dopo la messa, però, tornavo in cortile ad allenarmi. Mi sfilavo con garbo il vestitino rosa, attenta a che non si sporcasse, era bellissimo, e sotto c’era la divisa del calcetto: una maglietta, un paio di pantaloncini, mi ostinavo però a tenere addosso i sandali confetto. – Papà, vieni! – un giorno decisi che ero pronta.

Lo chiamai in cortile, lo misi in porta tra due macchine, mi sentivo una perfetta HollyeBenji. Volai sopra il cortile, mi confusi tra la gente sugli spalti, non ero più nel mio quartiere; ero allo stadio ed ero il capocannoniere. Mio padre si chinò tra le macchine e annuì, posizionai il pallone. Tirai un respiro, tirai indietro il piede, lo misi di taglio come mi avevano insegnato, colpii la palla, tirai più forte che potevo. Il sandalo rosa mi tradì. Tirai anche quello dietro il pallone bianco e nero. Volarono mezzo metro, ripiombarono per terra. Sentii la delusione espirare dalle labbra di mio padre. Non ebbi il coraggio di guardarlo. Raccattai mesta sandali e pallone. Mi diressi seria verso le femmine dall’altro lato del cortile. Senza una parola, mi misi a giocare alla campana. Tirai la pietra e feci un gol perfetto nel quadrato giusto. Alzai la testa, e vidi mio padre che applaudiva.

Francesca Serafini
Porta

Ogni parola è una porta. La soglia per universi paralleli. Un piccolo significante che si moltiplica in tanti significati diversi, generando storie. A ogni storia, tante possibili metafore. E quando la parola è porta, a varcarla, le storie e le metafore potrebbero essere infinite. Ma “Inizio, con l’invecchiare, a odiar le metafore – la loro esattezza e la loro inadeguatezza”, come ha scritto Norman MacCaig. E allora mi costringo al compito, alle limitazioni del tracciato e scopro che anche questa è una porta: l’accesso a una scoperta dal piacere inatteso. Definire “porta” nel calcio, dunque. La sua dimensione del traguardo. La porta da riempire, da violare. L’obiettivo nitido e specchiato. Se solo ci fosse stato il calcio – le sue porte – nel 1457; se solo Marsilio Ficino se ne fosse appassionato, chissà che ne sarebbe stato della sua accidia; chissà che cosa avrebbe scritto a Giovanni Cavalcanti nella lettera che Ian McEwan ha citato in Cani neri. Però il calcio a quei tempi non c’era. E infatti Ficino scriveva: “in un certo senso, non so che cosa voglio; forse non voglio quel che so e voglio quel che non so”. Ecco il miracolo del calcio. Sapere esattamente che cosa volere. Raggiungere la porta, superarla. E se mi guardo intorno, e vedo tante altre persone che non sanno che cosa volere; e persone che lo sanno benissimo, ma non hanno i mezzi per raggiungere quello che vogliono: nel nodo, nel groviglio – nello gnommero, per dirla con Gadda – di tutte le infelicità possibili, intravedo un orizzonte di sollievo nello spazio circoscritto di novanta minuti o poco più. Quel territorio mitico in cui l’obiettivo è chiaro, definito dal legno e dalla rete in cui il pallone resta incagliato nell’istante perfetto in cui il desiderio s’appaga e un grido più che umano – collettivo, ancestrale – ci ricorda che qualche volta, anche a scapito di chi dall’altra parte intanto vede polverizzare per contraccolpo quella stessa speranza, possiamo raggiungere quello che desideriamo. Oltrepassare la soglia. Entrare nella porta, restando vivi. Scoprendo, anzi, di non esserlo mai stati tanto.

Sergio Garufi

Fallo

Partiamo da un assunto fondamentale: esistono infiniti dizionari, tanti quanti sono i parlanti. Quelli che consultiamo ogni tanto, voluminosi e cartacei, sono i dizionari ufficiali. Poi ci sono i dizionari interiori, impalpabili, mentali, e ognuno di noi ne ha uno. Lo scarto fra i primi e i secondi è il motivo per cui facciamo così fatica a intenderci. I problemi di relazione fra le persone sono, di base, tutti problemi linguistici. Dipendono dall’importanza e dal significato che ognuno di noi dà alle parole.

La parola in esame oggi è fallo. Nei dizionari ufficiali è registrata con due accezioni di significato diverse. Nella prima significa errore, sbaglio, imperfezione. Si applica sia in ambito lavorativo e commerciale (un tessuto fallato), che in ambito sportivo (il fallolaterale o il fallodi mano nel calcio, il doppio fallo nel tennis).

Nella seconda accezione di significato ufficiale fallo è sinonimo di organo sessuale maschile. Un sinonimo nobile, che si usa in ambiti colti, come l’archeologia e la religione, tant’è che nell’Antica Grecia il fallo era un oggetto di culto che si portava in processione.

I dizionari interiori di solito si formano nei primi anni di età. Di norma ricalcano quelli ufficiali, ma poi lo scarto si realizza nella declinazione personale, che tiene conto di diversi fattori, quasi tutti riconducibili al proprio background culturale. Nel mio caso penso di aver sovrapposto e confuso un po’ i due piani semantici, nel senso che pure in ambito sportivo e agonistico il fallo per me non era una cosa così negativa. La prova sono i motivi per cui da piccolo scelsi di tifare Milan. La scelta della squadra del cuore di solito si fa in età prescolare, proprio quando va formandosi il dizionario interiore. È un imprinting. La influenza in primo luogo la scelta del padre, o la città in cui si vive, oppure la figura carismatica di un campione. Mio padre non amava il calcio. Lui preferiva sport più duri, quelli che aveva praticato in gioventù, come la lotta greco-romana, il rugby e il canottaggio. Questo fece sì che tutti e tre i suoi figli maschi scegliessero ognuno una squadra del cuore diversa dall’altro. La Juventus mio fratello maggiore, io il Milan e mio fratello minore l’Inter. Essendo nato a Milano nel 1963, quasi tutti i miei coetanei tifavano Milan o Inter. Allora i campioni di queste squadre erano Rivera e Mazzola, e tutti noi bimbi volevamo somigliare all’uno o all’altro. Io però, forse perché qualcosa comunque ereditai da mio padre, e cioè la passione per il gioco duro, scelsi il Milan per un altro giocatore, molto meno noto e ammirato di Rivera: Romeo Benetti. Benetti passò alla storia come una specie di killer, un sicario mandato in campo per eliminare gli avversari più pericolosi. Era indubbiamente meno dotato di Rivera, ma la sua funzione di contrasto e interdizione era altrettanto utile per la sua squadra. Sì, forse aveva una visione del gioco un po’ “ortopedica”, e se non ricordo male in un’occasione fu perfino inquisito dalla magistratura, per un’entrata a gamba tesa che costò il ricovero in ospedale a un avversario, ma ai miei occhi lui rappresentava il riscatto degli umili contro i talentuosi.

In fondo il talento è un dono di Dio con cui si nasce e di cui non si ha alcun merito, mentre la determinazione di Benetti era una virtù sommamente democratica, di ristabilimento dell’ordine naturale. In questo la penso come un personaggio di Ernesto Sabato, che in una discussione a tavola sui grandi artisti del passato disse: “I tipi come Michelangelo o el Greco mi disturbano. È talmente aggressiva la grandezza, la drammaticità! Non credi che sia quasi maleducazione? Io credo che l’artista dovrebbe imporsi il dovere di non essere mai esibizionista. Mi indignano gli eccessi di drammaticità e di originalità. Penso che essere originali consista in un certo modo nell’evidenziare la mediocrità degli altri, cosa che mi sembra di dubbio gusto. Credo che se io dipingessi o scrivessi farei cose che non richiamerebbero in nessun modo l’attenzione“.

Romeo Benetti scendeva in campo per vendicare quella maleducazione, quella mancanza di riguardo, e giocava per tutti noi che non eravamo stati baciati dalla dea bendata. Quello di Benetti era un gioco maschio perché un uomo senza fallo non è un uomo, e forse è proprio grazie a lui che cominciai ad apprezzare le scritture con un registro antifrastico. Scrittori come Giorgio Manganelli, che per elogiare un libro lo definiva “irritante”; oppure Giorgio Vasari, che per stroncare il freddo e algido Andrea del Sarto lo definì “pittore senza errori”. Nei dizionari ufficiali l’espressione “senza fallo” vale per infallibilmente. Ecco, in questo senso io sono ateo. Non credo per esempio all’infallibilità papale, e difatti le prime parole di Wojtila furono “se sbaglierò mi corigerete”. Se Dio creò il calcio, lo fece come il mare crea la spiaggia: ritirandosi.

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