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Il filo nascosto tra amore e potere. Sul film di Paul Thomas Anderson

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For the hungry boy, my name is Alma. Per il ragazzo affamato. Il mio nome è Alma.
Comincia così la loro storia. Lui ha fame e lei è Alma, il suo cibo. Per via del suo nome, Alma vuole dire nutrimento. Alma è la cameriera che il grande sarto, il genio della moda Reynolds Woodcock nota mentre inciampa portando un vassoio, una giovane donna che lui crede di poter rivestire della classe che non ha, o semplicemente di una nuova pelle, quella che lui vuole per lei, per come la vede lui, per come la vuole lui.

La prima cosa che fa quando la invita a cena è levarle il rossetto dalle labbra, per vedere, dice, con chi sta parlando. Una richiesta di verità, si direbbe, mentre così inaugura il suo primo atto di potere su di lei. Lei deve essere come la vede, la vuole, lui. Il secondo atto sarà prenderle le misure, dimensioni, centimetri di corpo, il seno che non ha e che rimpolperà come e se lo vorrà lui, quel po’ di pancia che menomale gli piace e quei difetti che solo lui sa come nascondere sotto i suoi vestiti. Lui è il demiurgo, quello che la sa esaltare, che la rende bella agli occhi suoi e del mondo, l’unico che le dà quel che le manca. Lei è la sua creatura, grata, e a suo agio, con la sua vanità, un po’ arrivista e provinciale, ma sincera. Lei sembra subire, sembra assecondarlo, sottomessa, dedicata, geisha dolcissima, pronta a svegliarsi all’alba e stare in piedi all’infinito per soddisfare la fame di lui che insieme ai tessuti le cuce addosso il ruolo di donna rispettosa del suo metro, delle regole di un gioco che conduce da sempre con l’aiuto e la maestria del suo alter ego, Cyril.

La sorella fredda e distaccata, complice e alleata come un esercito, da sempre lì a legittimarlo, a permettergli tutte le sue fisime, a congedare quelle donne di una sola stagione che dopo un po’ finiscono per ingrassare sedute ad aspettare che lui torni ad avere un po’ di attenzione per loro.Tutte, tranne lei, vittime della crudele incapacità di relazione di un uomo e del suo narcisismo. Un uomo circondato da un mondo di donne ai suoi ordini.

Tutte, tranne Alma. Non importa se ogni tanto tenta di provocarlo, di spostare un po’ più in là il confine dietro cui deve restare pena un suo accesso d’ira, o il suo totale disappunto. Alma gli serve. Qualcosa lo lega a lei, a doppio filo, gli è entrato dentro, sotto la pelle, come uno di quei foglietti di parole segrete, quegli anatemi che infila dentro l’orlo delle sottane, dentro i corpetti a esorcizzare il male. Cos’è che la rende così diversa dalla altre? Non fa che infastidirlo, innervosirlo, con la sua incapacità di stare al suo posto, la volontà di dire la sua, di non essere al suo servizio, e come mangia avida, come cammina rumorosa, come parla, quando non sta zitta sopra quella pedana che è come una tortura, una specie di gogna dove il suo corpo è costretto a misurarsi, per come è per come vorrebbe essere, per come si sente e invece viene visto. Perfino quando gli dà prova di volergli restare accanto, di amare il suo lavoro, di non volersene andare, anzi, di volerlo per sé, tutto, non riesce a sopportarla, non sa accoglierla, o contenerla. La rifiuta, la umilia, non può permettergli, o non può permettersi, di farsi amare, di farsi sorprendere. Non può abbandonarsi.

La scena della cena a sorpresa è magistrale. Lei manda via lavoranti e sorella, cucina per lui, si veste dell’ultimo vestito confezionato, rosso, cucito su di lei, e lo aspetta a casa dopo la sua passeggiata del giovedì. Ha deciso lei, lei vuole amarlo nel modo in cui vuole lei. Lui arriva in questo vuoto di lavoro con sorella assente e non sa fare altro che un bagno caldo e presentarsi a tavola con un elegantissimo pigiama rosa ben in vista sotto la giacca e il foulard di seta, muto, insofferente di fronte a quel cambio di programma che lo mette in gioco, o che gli rompe il suo, quello del suo controllo su tutto, su tutte. C’è una tavola apparecchiata per lui, il suo vestito rosso a guardarlo fisso negli occhi, a chiedergli di ricambiare lo sguardo, di esserci tutto intero, non solo re dell’ago e filo, di farsi vedere per come è, non sempre forte, non sempre all’altezza, padrone della situazione, protetto dal suo talento, giustificato dalla genialità, esaltato dalla perfezione. E allora, quale pretesto migliore se non quello più banale per umiliare il dono? Gli asparagi col burro, come ha fatto a fare per lui gli asparagi col burro? Lui, olio e sale, lei che dovrebbe conoscerlo, dovrebbe sapere cosa gli piace. Cos’è? Vuole rovinargli la serata, aspira forse a rovinargli la vita? E nel delirio delle sue rimostranze a difesa della sua trincea, lei è lì, ferma, pronta a sostenere l’offesa, a difendere il suo territorio, vita fianchi seno appuntati di spilli e fili come un burattino, eppure, potente al punto da turbarlo e al contempo trattenerlo, arroccato e però inchiodato. Cos’è che lei vede in lui che nessuna vede, o cosa le lascia vedere?

In risposta a quel rifiuto palese e violento come una cacciata, Alma decide che è ora di farlo cadere dal suo piedistallo, di abbattere la sua arroganza insieme a tutto il suo apparato di formalità e grandezza.Alma, ancora una volta, lo nutre. Raccoglie funghi e li mischia alle erbe del suo tè. E lo indebolisce, lo ammala, lo avvelena. Lei, il suo farmaco, antidoto e veleno insieme, è la sola capace di far scendere quel dio tra gli uomini, di farlo sentire piccolo, fragile, solo, come un bambino bisognoso. Un bambino che agonizzante nel letto rivede la madre morta nel suo abito da sposa, quello che lui stesso ha cucito, la madre che ancora gli manca, alla quale pensa come un primo amore. Quella madre che è la prima donna che ogni uomo vede, e ama, la donna che gli ha dato la vita, e che poteva in ogni momento dargli anche la morte.

Reynolds, ricoverato, rinato, ritornato in sé, ora è più legato e più grato che mai a Alma, per essere stato visto e accettato com’è, con la sua debolezza, la sua arrendevolezza. Riconoscente per averlo quasi ucciso curato e salvato. Fidati di me, continua a dirgli Alma mentre lo assiste, ti do la morte ma ti rido la vita. Sì, ancora e sempre amore e morte, ma qui l’altalena tragica è soprattutto tra forza e debolezza, tra superficie e profondità, tra abito e essenza, tra corpo e anima. Alma è nutrimento per il corpo ma vuole dire anche anima. L’anima di lui, quella che sembra non avere, così tutto esteriore, perfetto in ogni dettaglio dell’apparire, e del far apparire.

Lui la veste, lei lo mette a nudo.E cosa c’è di più pauroso e al contempo attraente che rivelare all’altro il proprio io? E di concedere, anzi, di volere che l’altro si liberi da se stesso, si abbandoni al punto da non sentire più il peso del proprio dover essere? Quel tanto che serve a farsi amare, e ad amare. Poi, basta solo ripristinare tutte le difese, le resistenze, il controllo e si torna ad armarsi contro chiunque si infili tra le pieghe nascoste del nostro costume di scena.

E così lei si immola alla sua volontà, e lui si abbandona a quella di lei, un rapporto di forza che ha a che fare col loro amore, che sfida entrambi a prove continue di resistenza, che li affama e li sfama, li unisce indissolubilmente, l’uno nelle mani dell’altra e viceversa, continuamente a rischio di perdersi, di morire, alla mercé, dipendenti come tutti i salvati, attaccati l’uno all’altra come lo si è alla vita, schiavi e liberatori al contempo.

L’ultima cena del film è un rituale sacro con frittata di funghi. Questa volta nel calore uterino della cucina, giù, nell’ambiente dove lei si muove bene col suo abito ordinario e domestico. Lui la guarda fisso mentre comincia a masticare. Non si dicono niente, mentre è chiaro che lui sa cosa sta per succedergli, che se lo aspetta, anzi, lo desidera. Vuole star male di nuovo, vuole sentire ancora quella sensazione di morte,vuole sentirsi mortale anche lui. Sapendo che sarà lei a salvarlo. A ridargli la vita. Una scena erotica, ovviamente, dove finalmente i due giocano alla pari in uno scambio di ruoli di potere che pare funzioni, li leghi, li faccia innamorare.

Kiss me, my girl, before I’m sick, dice lui, Baciami, ragazza mia, prima che io stia male. Perché, sembra dirci Anderson, l’amore ha a che fare con il potere, con un gioco di potere in cui si ama chi ci scopre fino all’osso, chi ci permette di essere quello che siamo, nel migliore dei casi in modo paritario e reciproco. E se il gioco diventa sadico e masochistico magari è più eccitante, se si arriva al punto di baciare la morte e sentire il sapore della vita forse è quello che cerchiamo tutti noi come Alma e Reynolds, narcisisti e egoisti, innamorati di noi stessi e di chi ci ama per quello che siamo senza abiti, giacche cravatte vestiti da sera e da lavoro. Così, tutti quanti, piccoli.

Caterina Serra, scrittrice e sceneggiatrice. Ha vinto nel 2006 il premio Paola Biocca per il reportage letterario con “Chiusa in una stanza sempre aperta”, da cui ha avuto origine il romanzo-reportage Tilt (Einaudi, 2008). Il suo secondo libro “Padreterno” è uscito nel 2015 sempre per Einaudi.
È sceneggiatrice di film documentari come “Napoli Piazza Municipio” (Bruno Oliviero, Premio per il miglior film documentario al Festival del Cinema di Torino, 2008), di “Parla con lui” (Elisabetta Francia, 2010) e
autrice del soggetto e della sceneggiatura di “Piccola Patria” (Alessandro Rossetto, Venezia ’70 sezione Orizzonti, 2013). Con lo stesso regista ha lavorato al film in uscita “Effetto domino” tratto dal romanzo
di Romolo Bugaro, Einaudi.
Collabora all’ideazione di Immemoria con il coreografo e ballerino Francesco Ventriglia, Teatro alla Scala, Milano, maggio 2010. È autrice di Displacement – New Town No Town, (fotografie di Giovanni Cocco), un progetto di scrittura e fotografia, esposto al MACRO di Roma nell’ambito del Festival Internazionale della Fotografia 2015 (Quodlibet 2015), e in esposizione al Centre de la Photographie di Ginevra nel 2020. Scrive regolarmente per il settimanale “L’Espresso” e collabora come autrice con “La Repubblica” e con la rivista online “Minima&Moralia”.
Sta scrivendo il suo terzo romanzo.
Commenti
2 Commenti a “Il filo nascosto tra amore e potere. Sul film di Paul Thomas Anderson”
  1. Vlad scrive:

    sono rimasto uno dei pochi a pensare che la bellezza fisica di una donna o di un uomo non sia solo nell’occhio di chi guarda ma abbia qualcosa di oggettivo e che amore e potere siano cose diverse

  2. db scrive:

    il doppiaggio di lui è orrendo.

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