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Filosofare: tra quattro mura usare il pensiero per uscire

Nasce “Prendiamola Con Filosofia”, festival digitale che si terrà il prossimo 21 marzo 2020: in diretta streaming su www.PrendiamolaConFilosofia.it si parlerà di solidarietà, educazione civica, sentimentale e digitale in una staffetta che vedrà alternarsi alcuni dei nomi più importanti del panorama filosofico e culturale italiano.

Da Umberto Galimberti – che terrà una lectio – a Alessandro Baricco, da Paola Maugeri a Laura Campanello, sono tantissimi gli ospiti che interverranno nel corso di questo evento web.

Una «festa online», dalle 10 del mattino fino alle 24, che come ogni festa vedrà protagonista anche la musica: gli interventi dei pensatori saranno intervallati da quattro «concerti filosofici» che vedranno protagonisti i cantanti Giovanni Truppi, La Rappresentante di Lista, AbaChiara e Vasco Brondi.

La filosofia si dimostra in questo momento uno strumento vitale per elaborare le proprie difficoltà, combattere la frustrazione e ritrovare la fiducia. L’obiettivo in questo caso è quello di contribuire a creare una comunità capace di arginare la paura e il dolore per trasformarli in entusiasmo e intelligenza condivisi; un attività che Andrea Colamedici e Maura Gancitano portano avanti da tempo con una riflessione sulla fioritura personale e sociale.

*

di Andrea Colamedici

Si freme | Assieme ad ogni filo d’erba | Quando si rimane soli,
ha scritto Tat’jana Aleksandrovna Bek.

Nella solitudine e nel riconoscersi slegati da alcuni, infatti, è possibile sentirsi vicino al tutto, trasformando questa condizione in un fremito comune.

La filosofia antica – stoica, cinica, epicurea – può insegnare quest’arte del fremito. Come ha mostrato Pierre Hadot, anche se è diventata nel tempo Arte di Pensare anticamente la filosofia era Arte di Vivere. Era la capacità, cioè, di creare uno Stile, una pratica attiva in grado di trasformare l’essere umano durante la vita quotidiana. E se oggi pensiamo alla filosofia soltanto come una creazione di concetti, senza usarla mai per trasformare fisicamente l’umano, stiamo sancendo una volta di più l’allontanamento dal senso antico dell’atto filosofico, che era a tutti gli effetti un gesto militante e fisico, e non una teoria disimpegnata e incorporea. Questo è il tempo in cui possiamo recuperare quegli antichi esercizi, spirituali perché corporei e corporei perché spirituali.

Per il cinico Diogene di Sinope, ad esempio, “l’esercizio del corpo è quello mediante il quale, praticato in modo continuo, nascono pensieri che rendono facile il raggiungimento  della  virtù”. I pensieri prendono forma dalla pratica corporea e producono la virtù, ossia quella condizione spirituale che permette di trasformare se stessi, disponendosi all’esercizio costante di sé.

La teoria filosofica dev’essere al completo servizio della pratica, deve produrre regole di vita personali che permettano “tanto di resistere al potere quanto di sottrarsi al sapere”, per dirla con Michel Foucault, che annunciò sulla scia di Nietzsche la fine delluomo, ossia di colui che pensa ed esiste entro la morte di Dio. Grazie a questa scomparsa, grazie cioè alla fine della filosofia come arte di pensare, abbiamo la possibilità finalmente di recuperare il senso originario della pratica filosofica, scoprendo i nuovi dèi “che già gonfiano l’Oceano futuro”.

Perché, se il nichilismo è essenzialmente tre cose (l’assenza di scopo, l’assenza di risposta ai perché e la svalutazione dei valori), una filosofia del futuro ancestrale ricomincia dalla relazione estetica con il mondo circostante. Con il farsi forma, ripensando il concetto stesso di interiorità e di riflessione, cioè di ripiegamento. È una questione di stile, un piegarsi, sì, ma verso l’esterno.

In un’intervista apparsa nel 1984 su Panorama, Foucault motivò il suo interesse verso l’Antichità:

“E se mi sono interessato all’Antichità, è perché, per una serie di ragioni, l’idea di una morale come obbedienza a un codice di regole sta, ora, scomparendo, è già scomparsa. E a questa assenza di morale risponde, deve rispondere una ricerca di una estetica dell’esistenza”.

Questa estetica dell’esistenza è la chiave, in un mondo trasvalutato, che consente oggi di dare forma a sé stessi, di foggiarsi come opere d’arte, di brillare la vita con tutta la cura necessaria.

L’estetica dell’esistenza sembra essere egoista, isolata, perché impone un lavorio costante di sé e un distacco dalle passioni, e invece è semplicemente solitaria.

L’estetica dell’esistenza – il far brillare la propria vita – è piuttosto una forma politica di relazione con l’Altro, che comincia dal lavoro domestico, dalle piccole cose, dalla bassa manutenzione.

È utile a questo scopo distinguere la solitudine dall’isolamento. Solitudine viene da solus, solo, che a sua volta deriva da sollus, intero. Isolamento viene da isola, ossia quel pezzo di terra separato dal resto del continente. Chi è isolato è staccato, chi è solo è invece intero. L’assenza di solitudine è quindi una rinuncia all’interezza, ma non è una separazione. È la disposizione a perdere la propria sterile perfezione. Perfetto, da per-facere, indica proprio ciò che è compiuto, intero.

È possibile rinunciare alla propria solitudine solo a partire dalla propria solitudine. Solo sperimentando davvero la distanza.

Viviamo un tempo fatto di soppressioni di distanze, di tecnologie in grado di sopperire alla lontananza che però non sono in grado di creare vicinanze senza un nostro consapevole impegno filosofico. Perché essere vicini non significa vivere di fianco a qualcuno, ma vivergli fianco a fianco. Essere vicini non significa veder spuntare il volto di qualcuno in diretta su uno schermo, ma saper usare quella soppressione della distanza come strumento di vicinanza. Il che non è affatto scontato.

Come ha scritto Heidegger, “Questa fretta di sopprimere ogni distanza non realizza una vicinanza. La vicinanza non consiste infatti nella ridotta misura della distanza. Una piccola distanza non è ancora vicinanza. Una grande distanza non è ancora lontananza”.
Questo è il tempo di accogliere la distanza con filosofia, riscoprendoci, finalmente, vicini. A partire da casa.

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Commenti
4 Commenti a “Filosofare: tra quattro mura usare il pensiero per uscire”
  1. Rambaldo Melandri scrive:

    Galimberti, Baricco, Paola Maugeri, Vasco Brondi
    Pippo Franco l’ha avvertito nessuno?

  2. Antonio scrive:

    Argomento ben impostato.

  3. Luisa scrive:

    Fiorisce la primavera e noi impariamo a coltivare noi stessi, a brillare coltivare l importanza della solitudine per costruire o sviluppare la nostra resilienza. Grazie!! Iniziativa davvero bella.

  4. Gabriella Picco scrive:

    Capacità di trasformare la paura e il dolore in entusiasmo e intelligenza. Iniziativa molto interessante che ci permette di guardarci dentro e imparare a non temere la solitudine e rendere così la nostra vita più vera.

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