Fin-dove-arriva-il-mattino 2

Fin dove arriva Ken Parker

Fin-dove-arriva-il-mattino 2È uscito, dopo un’attesa lunga vent’anni, Fin dove arriva il mattino, l’ultimo numero (il 50) di Ken Parker scritto da Giancarlo Berardi e disegnato da Ivo Milazzo, edito da Mondadori. Pubblichiamo l’intervista di Luca Valtorta ai due creatori, uscita su La Repubblica, e ringraziamo l’autore e la testata. (Nell’immagine, l’illustrazione di Ivo Milazzo per la copertina)

di Luca Valtorta

Ma chi è Ken Parker? «È stato mio fratello, mio figlio, mio padre, è stato la possibilità di estrinsecare le cose che non vedevo e che avevo dentro, di amplificarle in modo da renderle concrete e quindi di conoscermi, di guardare il mondo attraverso i suoi occhi. E guardando il mondo sono diventato grande », dice Giancarlo Berardi, sceneggiatore e creatore insieme al disegnatore Ivo Milazzo di una delle opere più importanti della letteratura disegnata.

Con il numero in edicola oggi (dal 10 aprile, per chi legge, ndr), pubblicato da Mondadori, la saga di Ken Parker si chiude. Per chi non la conosce, è una serie western nata nel 1977 alla Bonelli (all’epoca si chiamava Cepim), la casa editrice che ha fatto nascere fenomeni epocali come Tex e Dylan Dog. Ma chi è Ken Parker? Doveva essere un eroe. E invece è un assassino, perché durante la brutale repressione di uno sciopero ha ucciso un poliziotto. Doveva avere un amore, una famiglia. E invece da vent’anni (quelli in cui manca dalle edicole) è rinchiuso in prigione, perché lì lo lasciavano le ultime storie. Doveva essere un mito. E invece oggi sappiamo che non lo sarà. Il suo modo di essere “eroe” sarà piuttosto quello di Giovanni Drogo ne Il deserto dei tartari, che celebra la sua vittoria nell’attesa, non nella gloria. Questa è la sua storia, la sua ultima storia. Si intitola Fin dove arriva il mattino. La raccontano gli autori, da tempo separati, ognuno con i suoi nuovi progetti (il mensile Julia per Berardi e il graphic novel Un drago a forma di nuvola realizzato insieme a Ettore Scola per Milazzo) e di nuovo uniti per questa unica occasione.

Il loro è un incontro avvenuto da giovanissimi. «Ci siamo conosciuti sui banchi di scuola. Ivo disegnava meglio di me, io scrivevo meglio di lui. Era l’inizio degli anni Sessanta», racconta Giancarlo Berardi. «Eravamo compagni di banco. Credo che l’essere stati in due ci abbia aiutato molto ad affrontare le prime delusioni che si incontrano quando si cerca di fare del proprio sogno una professione» aggiunge Ivo Milazzo, che racconta come tutto è incominciato: «Avevamo conosciuto Bonelli quando lavoravamo per la rivista Horror, ci aveva incoraggiato a portargli del materiale a patto che si trattasse di un western. E così fu». Un fumetto rivoluzionario per le trame ma anche per i disegni: «Credo che la cosa importante nel nostro incontro sia stata la complementarità: per esempio, quando Gianfranco ha deciso di togliere le didascalie sapeva che io sarei riuscito a raccontare certi stati d’animo attraverso il disegno. E io, a mia volta, non avrei potuto usare certi effetti contrastati in bianco e nero se non avessi avuto dall’altra parte un testo molto sintetico».

Ma oggi, dopo tutti questi anni, inaspettatamente arriva la conclusione. «Potevo andare in molte direzioni», spiega Berardi, «ma non ho voluto fare un’operazione sentimentale o autocelebrativa. Ho preferito fare una storia secca, dura, dando un finale logico a quest’uomo che ha la mia età, 65 anni». Protagonista di una saga da sempre dura e realistica: «È vero — prosegue lo sceneggiatore — è il frutto di una vita personale difficile. In me c’è sempre stata inquietudine, un senso di ribellione e di anarchia. Questa progressiva disillusione davanti alla morte degli ideali si può trovare nel mio personaggio». Un personaggio che si trova a vivere molti lutti e deve crescere in fretta, come il suo autore: «Dai tre ai dodici anni da Genova, dove sono nato, sono andato a vivere in campagna vicino a Piacenza con i miei zii contadini. Mio padre lavorava in porto, era un ex partigiano comunista che aveva un suo ideale molto forte: durante la guerra era stato anche torturato. Mia madre una casalinga. In qualche modo a un certo punto siamo ridiventati una famiglia».

E le analogie non finiscono qui. C’è una storia molto importante, Sciopero, in cui Ken Parker legge Il capitale di Marx e vengono spiegati concetti quali “materialismo storico” e “plusvalore”: ma la mobilitazione finisce in tragedia, Ken diventa assassino e ricercato… «Anche noi — spiega Berardi — avevamo messo tanta speranza in queste utopie di libertà, poi parte del movimento degli anni Settanta prese una piega imprevista e sgradita. Durante una riunione all’università occupata qualcuno si alzò e disse che bisognava andare a spaccare le vetrine di un negozio. Mi alzai e dissi “Ma per quale ragione?”. Ci fu una discussione e qualche tempo dopo qualcuno mi riferì che sospettavano che io fossi una spia fascista e che sarei stato punito. E quindi, un po’ come fa Ken Parker in quelle lande senza legge, io mi richiusi in me stesso e decisi di seguire sempre e solo i miei principi, dedicandomi alla scrittura. Qualche anno dopo cominciai a ricevere invece lettere di minaccia da fascisti, avevano scritto sul mio portone “Berardi ti bruceremo”. Ero sposato e tutte le mattine accompagnavo mia moglie insegnante a scuola e siccome erano anni in cui non si scherzava mi comprai anche una pistola. Per fortuna le cose cambiarono. La disillusione rimase».

Eppure, nonostante le sue straordinarie qualità, Ken Parker non è mai entrato nel salotto buono del “fumetto intellettuale”: «Hanno sempre preferito i personaggi americani — ricorda Berardi — si parlava dei Peanuts come di fumetto rivoluzionario, in realtà era molto rassicurante. E c’è anche un altro motivo, credo. Ken Parker, edito da Bonelli, veniva considerato “fumetto seriale”, popolare. Ai tempi c’erano alcuni critici che si vantavano di non leggere le storie targate Bonelli. Il vero fumetto secondo questi signori era quello che andava verso l’arte, l’illustrazione. Quell’atteggiamento è entrato nel dna italiano e non è mai scomparso». Chissà invece se Ken Parker e Tex, incontrandosi, si sarebbero piaciuti: «Si sarebbero rispettati », sostiene lo sceneggiatore, «perché comunque Tex fa parte della generazione di mio padre: persone tutte d’un pezzo, che non avevano dubbi e non accettavano neanche i dubbi delle nuove generazioni».

Adesso, con quest’ultimo numero, Ken Parker esce di prigione, come conferma Berardi: «È un uomo cambiato, ha scoperto di essere fragile. Ma i suoi ideali non muoiono con lui: nel finale c’è quel sole all’orizzonte, lui dice: “ho sempre amato la luce dell’alba”. La speranza è là, in quell’alba che sta arrivando e che magari io non vedrò ma che vedranno i ragazzi di oggi che sono i figli di tutti e che sono l’unica speranza che abbiamo». «E quando la storia finisce», aggiunge Ivo Milazzo, «Ken Parker ha gli occhi ancora aperti, guarda il mondo: non si è arreso». Intanto Berardi si ferma un istante a pensare, forse rivede davanti agli occhi la poesia di Emily Dickinson che ha voluto citare a sigillo del momento più bello e più drammatico della vita del suo eroe: «Portami il tramonto in una tazza/ conta le anfore del mattino». E chiosa: «Ken è una persona che ha vissuto tempi difficili, con dei talenti che gli hanno permesso di sopravvivere. Tenendo un solo punto fermo: la dignità».

Commenti
23 Commenti a “Fin dove arriva Ken Parker”
  1. enrico spera scrive:

    Certo che dopo vent’ anni di prigione, morire cosi’ per una ferita inflitta da una ragazza appena liberata da deu bruti violentatori, e’ dura.
    Mai una debole rivincita, un pallido trionfo, uni sfilacciato affetto corrisposto per il nostro Ken. Lui deve bere tutto il fiele del mondo sino all’ ultima goccia.
    Che almeno nel paradiso degli eroi non ti confondano con Fantozzi, allora sarebbw veramente troppo.
    So long Ken….un fumetti capolavoro !!

  2. Lalo Cura scrive:

    la saga di ken parker è una delle opere più belle della letteratura italiana degli ultimi trenta-quaranta anni

    e, secondo me, la letteratura italiana non solo non si offende per l’accostamento, anzi, è felicissima di annoverarla nei suoi annali, vista la quantità industriale di merda e fuffa che è stata costretta a iscrivere nel suo catalogo

  3. Marco Cortellazzi scrive:

    Ho molto amato Ken Parker (e sarà per sempre) ed insieme a Storia del West lo considero un punto di partenza per chiunque si dica appassionato di fumetti. Questa splendida ultima storia, dipinta magistralmente (sia nei disegni che nei testi) mi ha pienamente soddisfatto. Quasi ci sono rimasto male come alla morte di un amico. Ed un amico ho invece trovato da qualche anno in un altro grande artista anche lui protagonista di entrambe le due serie citate: Sergio Tarquinio.
    Grazie ad Ivo ed a Giancarlo in primis ma anche a quanti hanno contribuito alla realizzazione di questa splendida serie per sempre nel mio cuore di “fumettaro”.
    So long Ken.
    Marco Cortellazzi

  4. John scrive:

    Che delusione!!!!

  5. tick99 scrive:

    Concordo con John: UNA DELUSIONE ASSOLUTA!!!

  6. YellaYhe scrive:

    …..voglio ripartire dalle parole scritte da Marco C. ” Quasi ci sono rimasto male come alla morte di un amico”… ma non solo per la conclusione delle saga (oramai scontata, visto che in questi ultimi 17 anni credo fosse diventata più che altro un peso per gli autori che sono rimasti sordi alle innumerevoli richieste degli appassionati della serie), ma soprattutto per la pochezza (giudizio questo personalissimo) di questo ultimo racconto, anzi, di questo mezzo racconto in quanto metà era unicamente un approfondimento del precedente mini racconto “canto di Natale”.
    Quasi 20 anni di attesa per così poco mi ha lasciato come una delle protagoniste di questo ultimo racconto … brutalizzato ma “innamorato” del mio violentatore.
    Sinceramente era meglio in prigione, con la speranza che, forse un giorno, ci avrebbe fatto nuovamente viaggiare con la fantasia …..
    Ma il “dio denaro” che (purtroppo) tutto muove è realmente rimasto impassibile davanti al fatto che, così come il sottoscritto (che ha acquistato l’ennesima collezione pur conoscendo praticamente a memoria tutte le storie), molti avrebbero speso ben più di 8€ per un racconto, anche a cadenza semestrale, non mensile; abbiamo atteso 17 anni cosa sono 6 mesi !!!
    Per concludere, su una cosa credo e spero non verrò smentito; alla domanda “…sai chi è G. .Berardi ?” sicuramenta la risposta non sarà …. “Il creatore di Giulia”..

  7. Laura scrive:

    Una saga magistralmente scritta e stupendamente disegnata.
    La trama pero’ rende allegro e solare il pessimismo cosmico leopardiano.

  8. enrico spera scrive:

    Ken Parker e’ come uno splendido quadro dove pero’ volutamente non sono stati usati alcuni colori, o una toccante melodia priva stranamente di alcune note:
    Sicurezza, appartenenza, stima, autorealizzazione. (Bisogni di Maslow).
    Essendo queste storie cosi’ verosimili da far apparire autentico il protagonista, la mancanza di questi elementi come dell’ amore e della speranza per il nostro Ken, invogliano i lettori a segnalare questo squilibrio. La lettura di queste storie e’ una catarsi che spinge ad essere migliori.

  9. Achille scrive:

    Ok è morto. Lo ha fatto a suo modo. Non mi addentro in giudizi tecnici o, peggio, filosofico-esistenziali, dico solo che questa storia è una lama di ghiaccio che mi si è conficcata dentro. Ken mi mancherà. Pensiamoci bene: nell’ultima tavola ha gli occhi aperti, e chi siamo noi (ma chi è anche Berardi, mi viene da dire) per sbirciare (spiare?) negli ultimi pensieri di Ken? Perchè mai qualcuno di noi dovrebbe avere il diritto di sapere (o pretendere di sapere) a chi ha pensato in quegli ultimi istanti? A Teddy? A Pat? A Dash? A Fanny? Il segreto di quel momento è di Ken. Tutti quanti glielo dovevamo. So long!

  10. simona scrive:

    Mi mancherai tantissimo Ken…mi hai accompagnato per buona parte della mia vita…sono triste a pensate che non ci saranno altre tue storie…ringrazio infinitamente mio fratello Stefano per avermi fatto entrare nel tuo mondo…So Long Chemako

  11. John scrive:

    Di solito non mi permetto di dare giudizi trancianti, ma ora ho quasi 48 anni, ho visto nascere Ken Parker nel 1977, dopo averlo collezionato, vissuto e inseguito con il cuore, dopo quel maggio ’84 dei ragazzi di Donovan con il quale gli autori si congedarono e ci lasciarono con il cuore colmo di tristezza. Dopo averlo visto risorgere negli anni ’90, mi aspettavo una avventura di quelle che ti tolgono il respiro come le onde dell’ oceano, e lui alla fine sarebbe salito a cavallo, si sarebbe voltato indietro a salutarci con un cenno del suo Kentucky e poi sarebbe sparito nella prateria o nelle foreste, e noi lo avremmo pensato ad inseguire una nuova avventura. So long Lungo Fucile.
    P.S. Milazzo è per me uno dei migliori, ma sta volta i disegni non mi sono piaciuti.

  12. Gil scrive:

    Attendevo un finale tragico, con un epilogo mortale, ma non quasi fantozziano.
    Mi chiedo se possa bastare una bella poesia di Emily Dickinson e qualche tratto meno cupo del bravissimo
    disegnatore, per dare alla speranza, la possibilità di essere quasi rappresentata.
    In complesso ho trovato molto belli e significativi gli episodi.
    Se qualcuno, in futuro, vorrà cimentarsi con racconti o fumetti western, non potrà che ripartire da qui.
    Comunque complimenti.
    Addio Ken Parker.

  13. Luca Tegoni scrive:

    Berardi e Milazzo, mandante Mondadori, hanno ucciso Ken Parker. Ho ricomprato tutti i racconti riproposti in questa bellissima edizione. Ma perchè disfarsi di un’opera d’arte così, in poche tavole e come hanno fatto già notare riutilizzando spesso quelle di Canto di Natale. Riutilizzando volti del cinema cattivo e terminando con una poesia che sa più di crepuscolo che di alba. Quest’ultima alba è stata una grande delusione o forse solo una prova di pigrizia

  14. francosoro scrive:

    La lacrima furtiva scesa irriverente nel vagone del treno e la seconda palese e visibile ai miei compagni di viaggio sono la testimonianza e l’omaggio del mio dolore a Ken Parker di cui sono stato amico a sua insaputa per 38 anni.Dolore ma anche stupore che si prova per la Fine di una Vita,e iin questo turbinio di sentimenti (delusione,nostalgia,solitudine,rabbia),mi rimane solo una cosa da dire:grazie Giancarlo e grazie Ivo per avermi presentato Ken ,l’uomo che tutti avremmo voluto essere.E’ per questo che il dolore per la sua morte è inspiegabile,visto che è un personaggio immaginario,perché con la sua morte è morta una parte di noi stessi.So long

  15. Franchino scrive:

    Una tristezza infinita, un qualcosa di inesplicabile, d inaccettabile, di irrimediabilmente mesto. Mi salvano solo la fica e i soldi.

  16. Amedeo scrive:

    Doveva essere un peso davvero ingombrante il nostro Ken per volersene disfare con tanta disarmante superficialità. Berardi, poco ispirato, si è affidato ad alcuni personaggi manierati e Milazzo si è fidato un po’ troppo del suo immenso talento. Alla fine, il nostro Chemako ha dovuto chiedere la mano ad una insignificante sconosciuta per morire con un po’ di tenerezza. Con tutta la stima (tanta) che ho per Berardi e Milazzo, questo non ce la dovevate proprio fare. La morte di nostro fratello Ken, se morte doveva essere, avrebbe dovuto straziarci il cuore e, invece, ci lascia solo un po’ di malinconia. Grazie, comunque, per avercelo regalato.

  17. francesco scrive:

    http://lungofucile.altervista.org/tutto/index.html

    sto creando un indice di tutti i volumi , ripresi allo scanner e digitalizzati
    er chi volesse rivedere i fumetti o nel caso avesse perso qualcuno durante la sua lettura

  18. antonio scrive:

    Quando ho saputo che lo facevano morire non volevo comprare il volume.
    Poi dopo vent’anni di astinenza da KP non ho resistito e l’ho comprato.
    Era megllio se non lo compravo.
    Finale triste, brutto, sporco e cattivo.
    Disegnato pure male da Milazzo.
    Se lo lasciavano in galera era meglio, ma si vede che la verve creativa di Berardi ormai è tutta focalizzata nella pochezza delle storiacce di Julia, che trovo sia il fumetto più noioso del mondo.

  19. enrico scrive:

    Consoliamoci con questa inflazione ossessiva di ristampe, di cui credo tutti , noi sentivamo l’ impellente bisogno

  20. luigi scrive:

    Non concordo con chi considera una delusione il finale di questa saga,
    per me un grande capolavoro, un finale da nodo in gola, e poi per uno che ha vissuto tutta la vita in solitaria solitudine…….e morto nell’ora in cui si muore………quando non e’ piu notte e non e’ ancora giorno…..nella luce del mattino stringendo la mano e una donna della quale si stava innamorando…….

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