microfinzioni

Ecco i secondi classificati a pari merito del concorso per microfinzioni di questo mese. La maggior parte dei racconti che ci avete mandato erano dei pastiches, pochissimi racconti declinavano il tema proposto in senso etico trattando dell’omologazione e così via, quindi i vincitori di questo mese sono tre «falsificatori». La prima microfinzione qui di seguito è un’imitazione di Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes scritta da Guerino Sciulli, mentre la seconda è un racconto alla maniera di un nostro collaboratore, Giorgio Vasta, scritto da Sarah Barberis. A domani con il vincitore e buona lettura!

 

FRAMMENTI DI UN DISCORSO MIMETICO di Guerino Sciulli

Imitazione «APPENA LEGGEVO UNO SCRITTORE…» – 1. Stadi – 2.  Fisiologia – 3. I paradossi dell’Impersonale – 4. Che cosa vuol dire imparare – 5. In the Swing of the Sentence.

È dunque uno scrittore che parla e che dice:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Proust

 

 

 

 

Barthes

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Barthes

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sontag

 

Calasso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Barthes

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Barthes

 

 

 

 

 

 

 

 

Proust

 

 

 

 

 

 

 

DeLillo

 

 

«Appena leggevo uno scrittore…»

 

 

IMITAZIONE.    Fase transitoria, forse inevitabile, durante la quale il soggetto che scrive non ha ancora individuato la propria voce (la sua personale via d’accesso all’Impersonale) e tende perciò a identificarsi con le voci degli scrittori da cui si sente attratto: scrittori le cui parole, letteralmente, gli vibrano in testa.

 

 

 

1.   «Non esiste modo migliore per giungere ad avere coscienza di ciò che sentiamo noi stessi se non cercando di ricreare in noi quello che ha sentito un maestro. In questo sforzo profondo noi portiamo alla luce, con il suo, il nostro pensiero». Così, almeno, sostiene Proust: uno scrittore che ha attraversato tutti gli stadi dell’imitazione; che non sono uno ma molti (l’imitazione è un atto eminentemente plurale). Perché anzitutto io posso voler imitare non l’opera ma i gesti di uno scrittore: le pose, le abitudini, i modi di fare, quella certa maniera di stare nel mondo «con un taccuino in tasca e una frase in testa»: Hemingway che si sveglia all’alba per lavorare nel freddo di rue Descartes, per poi brindare ubriaco, la sera, nella sua adorata Closerie des Lilas; Benjamin disteso su una chaise-longue a Marsiglia, con gli occhi nascosti dalle lenti scure e lo sguardo assente, risucchiato come di consueto dai suoi cauti esperimenti con l’hashish; Kafka che sogna di ritirarsi nel locale più interno di una cantina pur di sfuggire ai rumori che lo assediano da tutte le parti; e lo stesso Proust, che realizza a suo modo il sogno di Kafka, dormendo di giorno e scrivendo di notte in una stanza integralmente tappezzata di sughero…

 

Ciò che desidero, qui, non è più l’opera, ma proprio il corpo dello scrittore: «lo scrittore meno la sua opera»; o più esattamente: lo scrittore come fantasma: «forma suprema del sacro: il marchio e il vuoto».

 

(Ed è un fantasma che può arrivare molto lontano; fino farsi rituale, puntiglioso, sistemico; fino a costringermi all’imitazione non più solo dei suoi gesti ma delle sue pratiche: timing, abitudini, metodi, orari. Barthes, per esempio, scriveva sempre di mattina, dalle nove e mezza all’una, e solo con stilografiche, pennarelli o pennini – ma niente biro, che detestava; DeLillo invece non ha mai scritto altro che a macchina, e da un certo punto in poi battendo soltanto un paragrafo a foglio: per avere più luce intorno alla pagina, e frasi nitide come sculture; quanto a Garcia Marquez, non è mai riuscito a scrivere una riga senza una rosa fresca sul tavolo ogni mattina).

 

Ma io posso anche, per una torsione supplementare, abbandonare del tutto questo fantasma, che pure amo – il fantasma del Maître – e sprofondare nell’imitazione non più dei suoi gesti o delle sue pratiche, ma della sua voce. Anzitutto traducendolo; oppure copiandolo (non c’è altro modo per abitare davvero nella scrittura di un altro); o anche, propriamente, imitandolo: scrivendo alla maniera di. Come ha fatto Proust con i suoi pastiche, subito dopo aver tradotto la Bibbia di Amiens; e subito prima di sprofondare nella Recherche.

 

 

2.   Nel lavoro della scrittura, di certe scritture, l’unità minima fondamentale, ciò da cui tutto dipende e in cui tutto si gioca, è la frase: perché è solo nell’equilibrio e nella struttura della frase, nei suoi pieni come nei suoi vuoti, nel battere e levare delle sue sillabe che viene fuori la voce dello scrittore – che è la stessa cosa della

sua circolazione sanguigna: la sua maniera di respirare.


«Scrivere, pensare, sono in ultima analisi una questione di stamina».

Ma in fin dei conti perché mai dovrei voler imitare qualcuno fino al punto di identificarmi col suo respiro, con i suoi nervi, con la sua stessa fisiologia? (Come se quello che cerco non fosse altro che un certo respiro, o un certo sguardo – uno sguardo capace di accendere tutto ciò che tocca: fatti, gesti, persone: qualunque cosa, anche la più banale; soprattutto la più banale. Uno sguardo capace di farmi esclamare: «Ma no, non esistono cose banali. Ci sono solo sguardi banali. La banalità è un miraggio!»).

 

3.   L’apprendista scrittore, così sembrerebbe, non può fare a meno di imitare gli scrittori che ama: è questo, il suo apprendistato. Fino a quando, come si dice, non avrà trovato la propria voce – smettendo così di imitare per cominciare finalmente a rubare.

E però, qui come altrove, resta sempre (inevasa) la stessa domanda: la voce, va bene. Ma la voce di chi?

 

«(Non si tratta della voce di nessuno. – Ma sì! precisamente: si tratta, si tratta sempre della voce di qualcuno)».

 

Ça parle, dice la Doxa; e a ragione, purché si aggiunga che parla ogni volta in modo diverso. E che parla, che può parlare soltanto se il singolo tende se stesso fino a cancellarsi. È il paradosso di ogni scrittura, questo poter attingere l’universale (l’universale? – no, non l’universale: ma l’Impersonale) solo per il tramite di una singolarizzazione senza residui. La voce di uno scrittore  è  in  effetti  proprio  ciò  che di  più

intimo, e cioè di più estraneo, gli sia dato esperire. Se c’è scrittura, quando ce n’è, è da lì che arriva.

 

4.   A quanto pare, esistono almeno due strade per l’apprendimento. La prima, la più semplice e la più diffusa, è la via dell’ascolto: io assorbo dal Maître un certo sapere, che lui mi trasmette; è il sapere che arriva dall’alto – il Podio, la Cattedra, l’Istituzione. Ma esiste anche un’altra possibilità (un altro sentiero) cui accedo sforzandomi  non tanto di apprendere ciò che lui sa, quanto di imitare ciò che lui fa. È la via del tirocinio, dell’iniziazione, dell’apprentissage. Tutti i maestri del Rinascimento, nelle loro botteghe, lavoravano, imparavano e insegnavano esattamente in questo modo.

 

E che cosa potrei imparare, io, in questo modo? Anzitutto a guardare, e a respirare, come guarda e respira il maestro: lo scrittore amato; e poi a scoprire che non esiste forse altra via che questa disciplina – questa servitù volontaria – per arrivare un giorno a cogliere ciò che è essenziale. Come nella frase: «Aussi cette servitude volontaire est-elle le commencement de la liberté ».

 

(E se l’originalità, che la Doxa vorrebbe svincolata da ogni pratica di apprendistato, da ogni imitazione, non fosse altro che questo: imparare a mettere a fuoco, attraverso il respiro del Maître, il mio proprio respiro?)

 

 

5.   «Ogni frase compiuta ha una verità in attesa della sua fine e lo scrittore impara a riconoscerla quando finalmente  ci  arriva.  A  un  certo livello questa verità è il ritmo della frase, il suo polso e il suo equilibrio, ma a livello più profondo è l’integrità dello scrittore mentre si confronta con la lingua. Io mi sono sempre riconosciuto nelle mie frasi. Incomincio a riconoscermi parola per parola, mentre lavoro  alla  stesura di una fase. Il linguaggio dei miei  libri mi  ha  formato come uomo. C’è una forza morale in una frase quando ti riesce giusta. Esprime la voglia di vivere dello scrittore. Più mi coinvolgo nel processo di produrre una frase che sia giusta nelle sue sillabe e nei suoi ritmi, più cose imparo su me stesso». Così DeLillo. Imitando lo scrittore che amo, è esattamente questo che cerco di fare: penetrare nelle sue sillabe; nella verità, e cioè nel ritmo, delle sue frasi: in the swing of the sentence. Più mi coinvolgo nel processo di riprodurre una frase del Maître, una frase che sia giusta nelle sue sillabe  e nei suoi ritmi, più cose imparo su di lui – e su me stesso. Ed è sempre il suo corpo, ciò che desidero: la sua voglia di vivere, il suo modo di scrivere: il suo respiro.

 

 

Bibliografia:

PROUST: Préface à La Bible d’Amiens (Bartillat)

BARTHES: Barthes di Roland Barthes (Einaudi)

ARTHES: Le lexique de l’auteur (Seuil)

SONTAG: Sotto il segno di Saturno (Einaudi)

CALASSO: I quarantanove gradini (Adelphi), 203

DELILLO: Mao II (Einaudi)

 

 

LO SPAZIO TEORICO di Sarah V. Barberis

Ci sono le rivoluzioni. Ci sono le orbite. Ci sono le felci, le mosche, il fango. Ci sono le bandiere, la radio, i canali. Ci sono i matti. Ci sono le madri. Ci sono i vestiti, i libri, i desideri, le lingue e i corpi. Ci sono onde, ci sono i bagnanti, sotto al sole ci siamo noi.

Ho dodici anni e sono in macchina, guardando dal finestrino mentre la Depressione guida. Oggi la Depressione ci porta al mare, la strada è piena di buche, ogni buca io soffro. Superata una certa soglia non si sente più niente. Il miracolo taumaturgico del dolore. Arrivati in pineta, prima di scendere dalla macchina mi tolgo le scarpe, e pesticcio il terreno cosparso di aghi di pino, fino a formare una spessa coltre di aghetti che mi perfora la pianta, ad ogni passo una micro penetrazione, uno spasimo nella mia via crucis all’inverso. Una piccola corona di spine su cui logorarmi. Sul sentiero verso la spiaggia vedo un ruzzola merda. Li chiamano così, i villici. I ruzzola merda. Sono animali zozzi e ieratici al tempo stesso. Hanno una superficie brillante, un carapace nero e lucido. Il loro compito biologico è appallottolare mucchietti di cacca o materia di scarto, dargli una forma sferica e poi spingere con le due antenne sulla fronte questa enorme palla di escremento tracciando solchi sulla sabbia. Si muovono sopra e sotto le dune di sabbia, veloci, rivoltanti. Ne vedo uno proprio vicino a me, vorrei urlare per lo spavento. Poi lo prendo in mano e mentre la Depressione continua a camminare verso la spiaggia lo infilo nelle mutandine del costume. Le mie intime estremità nervose si attivano,  e ho un sussulto. Continuo a camminare e affretto il passo, nella pineta i grilli friniscono con violenza, come se fosse un canto di esecuzione. Adesso la sabbia è pesante, a ogni passo mi sembra di affondare.

Il Bernini è dietro di me, come al solito ha visto tutto e come al solito non ha detto nulla. Il Bernini è come me, grosso, svogliato, fraudolento, sudato e speranzoso.

In quanto gruppo autonomo organizzato siamo anche ludicamente autosufficienti. Noi non accettiamo giochi che alimentino lo spirito di prevaricazione capitalista, né i giochi di terrorismo psicologico come nascondino che allude a un passato catto-comunista e sordido. Anzi, oggi non giochiamo proprio, oggi sperimentiamo. Prendo una piccola canna di bambù e delimito un’area a forma di un rettangolo. Nella nostra topologia del dolore quella è la zona che ci interessa. La pineta è delimitata da uno steccato che corre per chilometri lungo la costa. Abbiamo dieci anni e il mondo non è solo inquinato, è anche banale, ottuso, insalvabile. Là, sulle dune tra la spiaggia e la pineta è dove la sabbia ha accumulato più calore, là a mezzogiorno la superficie renosa è una piastra capace di cauterizzare anche le piante del piede più spesse. Io, Bernini e la Merda lo facciamo senza dire niente a nessuno. Solo un adulto si avvicina e chiede che cosa stiamo facendo, io in piedi immobile e la Merda e il Bernini fermi a guardare sotto un ombrellone con un cronometro. Lo guardiamo e non rispondiamo. Lo facciamo perché noi facciamo politica sui nostri corpi, non applichiamo nessuna forma di linguaggio alla nostra prassi, noi produciamo senso senza rappresentarlo. Oggi comincio io e sento il sole che con un solo raggio mi penetra il cranio, all’altezza della fontanella che non ho mai avuto, quella zona molle da cui forse entrano nuove idee, il sole con seghetto appuntito comincia a delimitare una sezione di cranio che sembra spostarsi dal semiasse. Il dolore sul palmo dei piedi sparisce dopo qualche secondo, basta concentrarsi e le percezioni diventano opache. L’orizzonte balugina, l’aria è oleosa, la visione si amalgama con il suono delle mie tempie che pulsano sempre più lente assieme al cuore che batte come un gong solitario nella foresta. Il Bernini mi guarda soffrire, potesse si masturberebbe di fronte a me ma siamo ancora piccoli e certe cose non le facciamo. In lui anche la sessualità è un guasto energetico, uno sperpero ecologico. Perdo la sensibilità del corpo ma non voglio cadere, fisso lo sguardo su un oggetto, il dolore è un’onda progressiva, aspetto che passi l’acuto. Aggrappo lo sguardo alle ciminiere della Lucchini di Piombino. Gli scarichi che invisibili ci penetrano e stuprano e inoculano lo sperma micidiale, chimico, necessario, industriale. Lo sperma che feconda una nuova era di benessere metastatico, gli altri essendo morti di lavoro. Noi invece viviamo ancora, immuni forse, resi immuni, da generazioni d’intossicazione. Il sole pasoliniano che mi guarda, carnefice pieno di gentilezza, splende, dove sto ferma io il mio corpo comincia a surriscaldarsi, sul bagnasciuga invece le persone si rigenerano. Quanto è vero questo dolore, quanto è poco intellegibile, quanta pace in questo dolore.
«Il nostro corpo ha attraversato millenni evolvendosi lentamente», dice il Bernini.
Due giorni fa eravamo seduti in pineta a mangiare un gelato, io come al solito, opulenta ed esagerata, avevo preso un cornetto con la pralina e il gianduia variegato al cioccolato. Solo il Bernini riusciva a fare scelte austere e monastiche come il ghiacciolo al limone.
«Se l’uomo è riuscito a evolversi in ambienti completamente ostili, non c’è motivo per cui l’uomo non possa superare anche la propria stessa natura».
Continuava il Bernini succhiando le punte inferiori del ghiacciolo rettangolare, dove si raccoglieva lo sciroppo.
«Non abbiamo altro che da provare quest’intuizione e accelerare il processo evolutivo, raggiungere l’autonomia energetica».
Ora il Bernini mi ha legato le gambe ad una lunga canna raccolta in pineta così da essere sicuri che solo una completa perdita di coscienza possa farmi spostare dal punto caldo della spiaggia. Faccia in terra, come facevano i khmer rossi in Cambogia per assicurare il soffocamento del prigioniero. Conosco le pratiche del male, come il saluto segreto di una fratellanza mondiale, farsi del male è cominciato prima di conoscerlo, prima di nominarlo. Sono una bambina rizomatica e ho provato a dirlo, ma ora preferisco restare muta. Piantata qui, nella sabbia, le mie radici crescono, non si vedono ma si replicano in altri. La Merda si avvicina per toccarmi la fronte con le sue mani e solo la regola di restare ferma piantata nel punto mi obbliga a subire quelle mani con cui la Merda conosce il mondo. Mi osserva mentre mi tasta la fronte e poi umile e marziale come un medico da campo si allontana, io nel frattempo, continuo a patire il calore, a disidratare ogni mio strato tissutale. Quando torna la Merda, che non ha ancora un sesso ben definito né un’etica propria, si avvicina e m’infila il termometro in bocca. Sento la punta dolciastra della punta e succhio, succhio il mercurio che colora le tacche di blu, immagino il mercurio invadermi le vene e io che mi trasformo nel dottor Manhattan e che comprendo il mondo, lo distruggo e lo salvo. Sento ovattata la predica del Bernini alla Merda sul fatto che no, non è uno strumento accurato per capire se sto morendo di caldo, e l’orizzonte tra il mare e il cielo è una sinusoide e già vedo file di ruzzola merda avvicinarsi a me sulla sabbia, mi stringono a cerchio e poi in fila indiana salgono sulle mie gambe mentre io non riesco più a muovermi e m’invadono il corpo come se fossi io stessa una caverna di sabbia calda dove stipare tutti gli escrementi della spiaggia, tutto il liquame assorbito dal mare, tutti i mozziconi di canne fumate, tutti i residui cutanei di scopate leggiadre, tutto il rimescolamento sudicio della sabbia che ogni estate esaudisce un’amnesia collettiva, ogni estate svapora l’indignazione dei fatti e il problema energetico non è un problema. Io cado in avanti. Ora la Depressione si è accorta che sono caduta, arriva urlando su di me, mi gira mentre in bocca sento la sabbia strofinarmi tra i denti come fanno certe volte i pensieri nella testa. Ora che tutto il sole del mondo è nella mia testa e io sono carica come una pila, ora che tutta l’energia del mondo è racchiusa in me e mi lascio cadere tra le braccia della Depressione, ora io sono un miracolo.

Commenti
Un commento a “microfinzioni”
  1. Soraya Tibbles scrive:

    Alright, that is a good start but i’ll have to consider that a great deal more. Will show you just what else i’ve found.

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