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Viaggi alla fine del mondo. Una conversazione tra Joanna Pocock e Alberto Giuliani

Dopo aver ospitato il confronto Albinati-Cusk, pubblichiamo un altro contenuto nato all’ultimo FILL di Londra: un dialogo tra Joanna Pocok e Alberto Giuliani, autori rispettivamente di Surrender, uscito per Fitzcarraldo, e Gli Immortali (Il Saggiatore). I due libri affrontano tematiche ambientali e di nuova sociologia, guardando al futuro prossimo.

Il testo è a cura di Maddalena Vatti, che ha moderato l’evento.

Photo by Science in HD on Unsplash

Maddalena Vatti: Questo è, per entrambi, il primo esperimento letterario in forma lunga. Ci sono molte somiglianze formali, prima fra tutte la scelta di un genere ibrido, all’intersezione fra memoir, saggio, reportage e diario di viaggio. Effettivamente vi siete entrambi imbarcati in lunghi viaggi che vi hanno portato alla scoperta di luoghi lontani, il West americano per Joanna, l’Asia, l’Oceania e perfino il Polo Nord per Alberto. Mi chiedo se questo progetto si sia sviluppato organicamente, durante il tragitto percorso, appunto come un diario, oppure retrospettivamente, come un saggio?

Joanna Pocock: Ho scritto il libro mentre stavo ancora in Montana, ma la redazione definitiva è avvenuta una volta che mi ero di nuovo trasferita a Londra. Mentre stavo scrivendo Surrender non avevo idea di star scrivendo un libro. I saggi che alla fine ho legato insieme sono iniziati come la risposta isolata a luoghi specifici e alla relazione che avevo con loro. E’ stato un processo organico, il risultato di uno sguardo attento al Montana e al West americano, dove mi ero trasferita da East London. Mi ero trasferita in America in parte per finire un romanzo, poi i saggi hanno preso il sopravvento, le persone e i luoghi di fronte a cui mi sono trovata mi sono sembrati troppo importanti per essere ignorati.

Non ero partita con l’idea di mettere me stessa nel libro, ma mentre spacchettavo i saggi per poi riassemblarli in una forma più lunga, ho realizzato che le mie esperienze personali costituivano il collante narrativo necessario a tenere assieme il testo. Il miscuglio ibrido di reportage, memoir, saggi sulla storia e sulla natura è emerso dal soggetto stesso e dal mio modo leggermente disorganizzato di costruire il libro. Non avrei potuto esprimere ciò che volevo senza trascendere la forma strettamente saggistica.

Alberto Giuliani: Durante i miei viaggi nel futuro, scrivevo storie sulle realtà scientifiche che incontravo e venivano pubblicate dal magazine Vanity Fair. Questa attività mi permetteva di sostenere le mie esplorazioni. Arrivato ai limiti della conoscenza umana, sui confini dell’eugenetica, la paura mi ha impedito di continuare e proprio sulla via del ritorno avevo trovato le risposte alle mie domande. Ero soddisfatto e quell’esperienza era per me conclusa.

L’idea di raccogliere questo viaggio nel futuro in un libro è stata dell’editore il Saggiatore, che poi lo ha pubblicato. Gli immortali è dunque stata un’attività postuma al viaggio, anche perché, se fosse stato diversamente, mi sarei perso nell’affanno della morte, senza trovare la lucidità e il senno che invece credo abbiano guidato scrittura.

MV: I vostri testi si articolano attorno all’incontro con personaggi peculiari, in cui vi imbattete durante le tappe del vostro percorso. Questi individui, o comunità, fungono da guide, compagni, insegnanti, talvolta profeti. In che modo sono stati determinanti nel costruire la narrazione? Come  siete entrati in contatto con loro e perché avete scelto di rivolgervi a queste comunità in particolare?

JP: Mentre vivevamo in Montana ho iniziato a esplorare come poter essere più a diretto contatto con la Natura – i paesaggi là ti invitano a entrare. La prima persona a offrimi un momento di “eureka” è stato un uomo di cui non ho mai saputo il nome. Mi disse che avrebbe potuto vivere solo in un luogo in cui non fosse stato il “predatore alfa”. E in Montana non sei mai il “predatore alfa”: ci sono orsi e puma. Quest’idea di essere preda ha fatto sì ch’io mi avventurassi alla ricerca di persone che si avvicinavano all’essere preda più di quanto mi ci avvicinassi io. Il mio viaggio ha iniziato a scorrere più fluido quando mi sono imbattuta nelle sottoculture degli scavengers, rewilders, cacciatori-raccoglitori, dei nomadi e persino degli attivisti che militavano contro il governo. Uno dei personaggi nel libro in particolare è diventato una persona davvero importante per me: Finisia Medrano. Fino a poco fa ha vissuto da nomade, piantando semi e restituendo alla terra più di ciò che prende. Per me Finisia è un punto di riferimento morale sotto diversi punti di vista, ed è stata una forza incredibilmente importante lungo tutta la stesura di Surrender. 

AG: Trovare una persona del futuro che mi suggerisse la giusta via per sopravvivere era la ragione del mio andare. Pertanto, nella casualità degli incontri umani cercavo la bussola delle mie intenzioni e delle mie scelte. L’unica condizione che mi ero imposto era quella di non allontanarmi dai fatti della scienza. Non per gelida fiducia nella ragione umana, quanto per la paura di perdermi.

Io volevo vivere, che è diverso dal non voler morire. E mi sentivo come se stessi cercando in una grande casa un oggetto smarrito. Ho usato il buon senso, la memoria, Google, i giornali, la fortuna e il destino. Buttavo le cose all’aria e spesso le abbandonavo, se non trovavo nulla. Fino a quando, esausto, ho capito che forse la risposta era la più semplice che potessi immaginare.

MV: Ed infatti, durante questi incontri, i vostri personaggi si trovano a fare i conti col fatto che ciò che credevano essere utopie in realtà non lo sono. L’eden immaginato da Joanna nel West americano non è più così idilliaco quando si trova di fronte gli effetti allarmanti che il cambiamento climatico e l’inquinamento dell’uomo hanno avuto sulla natura. E le comunità scientifiche a cui Alberto si rivolge, quelle che teoricamente sono in possesso della chiave che apre le porte all’immortalità, finiscono per mancare, infine, dell’umanità che il narratore cerca. I vostri viaggi sembrano essere un tentativo di rimuovere gli strati superficiali di ciò che a primo impatto è visibile per arrivare a rivelare qualcosa di più crudo e problematico, ma non necessariamente distopico, o totalmente privo di speranza. Quanto è stato importante per voi riflettere sui concetti di utopia e distopia – sul mondo come vorreste che fosse e sul mondo che invece temete di abitare – prima di scrivere il vostro libro? E in che modo il libro che avete scritto vi ha aiutato a ripensare questa dicotomia? Ha cambiato in qualche modo la vostra consapevolezza, e, se sì, come? 

JP: Questa è una domanda molto interessante. Non sono mai stata una fan delle utopie, ma sono un’ottimista. Credo che siamo creature con difetti, e da ciò deriva che quello che edifichiamo sia altrettanto difettoso. Tuttavia, riesco a comprendere come una buona comunità possa riuscire a trovare un modo di fare le cose nel modo giusto, e ho osservato alcune comunità nell’America dell’Ovest che sembravano funzionare bene – benché sia difficile mettere il benessere di molti al di sopra del benessere individuale.

Per me le distopie esistono nelle realtà della distruzione ecologica: le mine che si sono lasciate alle spalle laghi tossici, le terre strappate ai nativi americani per essere sfruttate dal fracking, gli oleodotti che rilasciano petrolio nei fiumi e nei bacini idrici, l’agricoltura intensiva, lo scorrere dei pesticidi attraverso i maggiori affluenti… e la lista potrebbe andare avanti all’infinito. Che cos’è questa? Una distopia? O semplice umana hybris, brama, mancanza di lungimiranza e stupidità? Non saprei.

Mentre scrivevo Surrender ho provato a navigare lo spazio in mezzo, o forse ad andare oltre il binario di utopia/distopia e ad abitare la prospettiva che semplicemente guarda al mondo del West americano con sguardo aperto, osservando come questo da certi punti di vista rifletta ciò che noi stiamo facendo al pianeta in scala maggiore.

Nell’Antropocene non esistono luoghi che non siano stati toccati dall’uomo, ma quando dormi là fuori, in mezzo al deserto, o prendi la canoa e ti lanci giù per un fiume armato di nient’altro che la tua forza fisica o la tua resistenza, sei più capace di entrare in contatto con il selvaggio e ti fai umile al punto di essere preda. Tutti dobbiamo sentirci preda almeno una volta e poi vedremo il cambiamento.

AG: Valutare una visione come utopica o distopica, nel mio caso credo possa essere ingannevole.

Ho incontrato persone che immaginano il futuro, e molti di loro, nel momento stesso della visione, lo costruiscono modificando il presente. Nessuna di queste persone userebbe la parola utopia per definire le proprie azioni. Hanno una visione chiara e a questa danno una risposta concreta. Un giorno forse definiremo utopie (o follie) molte delle loro attività, perché si saranno rivelate prive di senso, inutili a raggiungere l’immortalità che si sono prefissati. Nonostante questa consapevolezza, non ho mai voluto esprimere un vero giudizio, perché ritengo che le utopie (o le fantasie) aiutano chi le accoglie a vivere meglio. E non è forse cosa comune la ricerca della felicità in questa vita terrena? Davanti alla morte, è impossibile essere certi di quale attività si rivelerà vincente o distopica. È persino difficile valutare in coscienza il valore della sopravvivenza individuale a discapito di quella di una intera comunità. Il bene e il male diventano soggettivi, tanto quanto utopia e distopia. Dipenderà solo da che parte ci troveremo.

MV: Ne Gli Immortali, qualcuno ha messo le foreste tropicali sotto campane di vetro così che un giorno, quando ci risveglieremo con una consapevolezza ecologica maggiore, riusciremo a ripartire da lì (The Eden Project, Cornovaglia); e qualcun’altro pensa a crioconservarsi per potersi risvegliare fra 100 anni in un modo migliore di quello di adesso, dove forse si sia scoperta la cura a certe malattie; altri, come il professor Ishiguro in Giappone, brevettano androidi e cloni di se stessi per poter essere in due luoghi contemporaneamente — lavorare in laboratorio in Osaka e tenere conferenze in giro per il mondo. Alberto, nel tuo libro l’utopia va di pari passo col disincanto per le possibilità del presente, alla cui tragicità ci si è arresi, e diventa un progetto invididuale, di controllo dell’uomo sulla vita. In Surrender, invece, le comunità si impegnano a cambiare la realtà con gli strumenti, seppur talvolta ancestrali, che possiedono, intervenendo sul territorio direttamente e modificando il proprio stile di vita giorno dopo giorno. Quelle che vediamo nel libro di Joanna sono forme di attivismo collettivo volte a ricostruire un Eden che si pensa essere perduto nel tempo ma nella cui rinascita ancora si crede. Questa dinamica opposta che i vostri testi offrono è molto interessante, soprattutto vista l’ovvia distinzione fra le comunità a cui vi rivolgete, scientifica da un lato e legata alla natura dall’altro. Mi chiedo quali fra le “utopie” incontrate vi siano sembrate più credibili e quali invece vi siano apparse più distopiche?

JP: Tutto ciò che per me assomiglia lontanamente all’utopia si trova in comunità di persone che si sganciano dall’obiettivo di consumare cose – persone come Finisia, come gli scavengers. Ho incontrato chi usa pratiche ancestrali e vive vite semplici, e persone che creano comunità devote al benessere del pianeta.

Gli ecosessuali mi hanno dato speranza. Scrivo in Surrender che “la cosa impressionante del movimento ecosessuale è la sua insistenza nel guardare avanti. Ai loro occhi il cambiamento sociale è necessario per immaginarsi un pianeta adatto alla vita. La nostalgia è rimpiazzata dall’eccitazione per come il mondo potrebbe essere, chi se ne importa di com’era un tempo? Gli ecosessuali non stanno provando a ricreare un Eden perduto, stanno provando a immaginarne uno totalmente nuovo, con una nuova società più adatta alla sopravvivenza”. Mettendo la loro relazione con il pianeta sullo stesso piano di quella con gli altri esseri umani, provano a riequilibrare quello che io personalmente vedo altrimenti come un’insalubre relazione sia a livello ecologico che sociale. Stanno creando un futuro dove la terra e gli animali non umani hanno una voce altrettanto importante, e lo fanno con leggerezza. Certo non hanno tutte le risposte. Nessuno le ha. Ma sicuramente sono parte della cura, o almeno parte dell’inoculazione di cui tutti potremmo usare una dose.

AG: Tra i molti incontri che ho raccontato nel libro, uno in particolare mi riportato alla dimensione più umana, tenera e comprensibile di un atteggiamento che con facilità definiremmo utopico. A Phoenix, negli Stati Uniti, ho conosciuto una madre e una figlia che hanno deciso di farsi crioconservare. Congeleranno i propri corpi nella convinzione di risvegliarsi tra duecento anni, per vivere insieme e in eterno. Ciò che ai miei occhi rende inattaccabile la loro fantasia, non è certo la solidità scientifica della crioconservazione. Ma la capacità che questa ha di rendere leggera la loro vita, oggi, su questa terra. Nei loro sogni di eternità, nel loro amore e nella loro piccola casa, madre e figlia hanno trovato una gioia che nessuna ragione merita di distruggere.

 

MV: Come abbiamo già accennato, i vostri libri presentano comunità legate alla scienza (Alberto) e alla natura (Joanna), nelle quali ciascuna offre una risposta diversa al problema della sopravvivenza sul pianeta. La morte è uno dei temi chiave nei vostri testi. L’inizio del viaggio è, per entrambi, segnato in qualche modo dalla morte, o almeno, dal sentire che “c’è più passato che futuro”. Joanna, tu ti trovi a un punto cruciale della vita di una donna, quello della fine del ciclo di fertilità, la menopausa. Per te Alberto è la profezia di un bramino indiano a cambiare le carte in tavola, predicendoti una morte violenta all’età di 43 anni. In che modo i vostri personaggi negoziano paure interiori mentre si trovano a vivere in un pianeta che pure sta morendo? E quanto direste che la crisi individuale ha a che fare con quella della natura?

JP: Tornando sull’idea che siamo tutti preda, credo che questo illumini per me il fatto che per vivere bene sul pianeta bisogni accettare la nostra mortalità. Credo che la nostra paura della morte e il nostro desiderio di prolungare la vita sulla terra venga da un’estrema forma di narcisismo e avidità. Quando i miei genitori sono morti mentre vivevo in Montana, il tempismo mi è sembrato giusto. Erano entrambi anziani e, questo può sembrare spietato ma lo dico con amore, sembravano pronti ad andarsene. Sono stata fortunata a poter esser presente durante il giorno in cui mio padre è morto, e per tutta la settimana che ne ha preceduto il decesso. Essere una testimone così vicina della sua morte è stato un dono. Mi ha ricordato, stranamente, il parto. Le stagioni e i cicli della vita sono molto potenti e con il clima che sta cambiando e con eventi climatici sempre più estremi, stiamo perdendo il ritmo rassicurante delle stagioni, della vita e della morte.

Non ho nessun modo di farmi sentire meglio in merito alla catastrofe climatica in cui ci troviamo. Tutto ciò che posso fare è arrendermi ad essa, osservarla e focalizzarmi su ciò che posso fare. Scriverne e portare i miei pensieri sulla questione fuori, nel mondo, mi fa sentire in qualche modo meno impotente. Uno dei miei ambientalisti e scrittori preferiti, Wendell Berry, scrive, in The Unsettling of America, che “la corruzione di comunità ha la sua radice nella corruzione del personaggio… quando la nostra connessione con ciò che è sbagliato è chiara, a quel punto dobbiamo scegliere: possiamo andare avanti come prima riconoscendo la nostra disonestà… o possiamo cominciare lo sforzo di cambiare il modo in cui pensiamo e viviamo”. Scrivere Surrender è stato in qualche modo un tentativo di registrare la disonestà intorno a me per far sì che certi cambiamenti potessero succedere.

AG: Ho sempre riposto una fiducia ancestrale, che prescinde quindi dalla ragione umana, nella giustezza degli equilibri naturali. Anche davanti alla loro violenza. E per la stessa ragione ho sempre sostenuto di non temere la morte, evento naturale appunto, che ci viene consegnato insieme alla vita. Eppure, quando questa eventualità – almeno nel mio immaginario – si è fatta prossima e concreta, ho sentito il bisogno di oppormi al destino. Ho messo le mie personali ragioni davanti alla natura delle cose, cercando negli artifici della scienza una soluzione a ciò che io stesso avevo sempre ritenuto ineluttabile, naturale e quindi giusto. Non mi sono sentito in colpa, ma mi sono reso conto di come la superbia possa scavalcare i princìpi. È anche per questo che mi sono rifugiato nella scienza, perché non pone le questioni su piani valoriali, o etici, ma si muove semplicemente tra i numeri delle possibilità, cercando costantemente di superare se stessa.

MV: I vostri personaggi si spostano dal comfort e dalla stabilità delle loro case per trovare le risposte che cercano. Abbiamo già parlato di incontri, ma vorrei riportare la conversazione un attimo indietro, per mettere l’accento su come nei vostri libri non vi sia mai un approccio voyeuristico, il diverso non diventa per forza l’“altro”. Al contrario, spesso siete voi a incarnare quest’alterità, voi la minoranza che non possiede gli strumenti per leggere la realtà, che decisamente non ha la situazione sotto controllo e che, infine, viene messa di fronte alla propria inadeguatezza, e credo che questo sia visibile soprattutto in Surrender  “Voglio essere preda”, dice appunto Joanna, e c’è qualcosa di liberatorio in quest’affermazione.

JP: Ho decisamente sentito un senso di inadeguatezza mentre scrivevo Surrender. Mi imbattevo in persone, come Finisia Medrano, che avevano sacrificato tutto per una vita nella natura selvaggia senza possedimenti, senza un posto fisso in cui abitare, senza sicurezze. Ero in adorazione verso la libertà che queste persone riuscivano a reclamare per se stesse e della forza necessaria a vivere questo tipo di vita – una forza che io a malapena possiedo. Come hai giustamente detto tu, i personaggi di Surrender hanno “gli strumenti per leggere la realtà”. Ero colpita da come molte delle persone che avessi incontrato nel West americano sentissero una tensione tanto forte verso la loro terra. Essendo un’“outsider” in Montana mi sono sentita come l’“altro”. Non ero lì per rafforzare alcun pregiudizio, ero lì per ascoltare, e quando si è pronti ad ascoltare, le persone sono pronte a condividere.

AG: Siamo portati a giudicare ciò che è diverso da noi perché ci è difficile pensare. Osservare, cercare di comprendere, costa fatica. Significa mettersi in gioco e non aver paura di perdere qualcosa che abbiamo sempre considerato parte di noi. Eppure è solo grazie a questo esercizio che possiamo dire di vivere, esplorare, crescere. Non significa essere dei camaleonti, adattarsi a ogni cosa. Si può essere distinti anche senza essere distanti. Guardo il mondo, sapendo che dentro ciascuno di noi convivono sempre preda e cacciatore. Il senso di inadeguatezza che ne nasce nasconde l’umiltà del dubbio, nella sua accezione più positiva. Il libro di Joanna è un esempio perfetto di questo esercizio, perché riesce a portare su un piano semplice, sincero e quotidiano, la dualità che si nasconde in ognuno di noi.

MV: Senza rivelare troppo, diciamo che alla fine dei vostri libri giungete a conclusioni diverse su cosa significhi viaggiare e tornare a casa e perfino su che cosa significhi casa. In che modo i vostri viaggi, quello fisico e quello della scrittura, hanno cambiato questa concezione?

JP: Sono sempre stata scettica sia della civilizzazione che della vita nella natura selvaggia. Sono entrambi costrutti. Non abbiamo avuto cognizione della natura selvaggia finché non abbiamo creato ciò che chiamiamo civilizzazione. Prima della civilizzazione, tutto era selvaggio e non dovevamo inventarlo o dargli un nome. Lo so, ovviamente non è possibile tornare a vivere come vivano i nostri antenati nel Paleolitico, tuttavia mi sento a disagio in situazioni che richiedono troppa civiltà. Non credo di aver trovato esattamente dove voglio vivere. Forse atterrerò da qualche parte fra il binario Selvaggio/Civilizzato, ma per adesso sto ancora cercando.

Internamente mi sento ambivalente nei confronti dell’idea di “casa”. Venendo dalla periferia del Canada, dove il suolo è stato asfaltato, dove alla terra ci si riferiva come “sporco”, mi sono sentita separata da ogni contatto significativo col territorio. Il risultato è che non sento di appartenere a nessun luogo, e credo che questo sia vero per molte persone. Ma trascorrendo del tempo con persone che invece riescono a entrare in profondo contatto col territorio in cui vivono, ho visto come il concetto di “casa” possa essere ridefinito. Wendell Berry di nuovo dice che “la nostra terra passa dentro e fuori dai nostri corpi così come i nostri corpi passano dentro e fuori dalla nostra terra”. Questa è la connessione che cerco.

AG: La casa è un posto dove possiamo muoverci anche al buio, perché ne conosciamo ogni angolo. Se accogliessimo la nostra condizione di prede (parafrasando l’espressione di Joanna) forse abbandoneremmo anche le angosce e nessuno avrebbe più bisogno di cercarla una casa. Sentire di essere giunti ha a che fare col coraggio di cercarsi senza smettere di guardarsi. Anche quando il viaggio ci porterà tra i deserti marziani, o quando i poli terrestri saranno senza ghiacci. Chiamarsi per nome anche tra foreste tropicali chiuse sotto enormi campane di vetro o nell’onnipotenza dei giorni in cui disegneremo ogni molecola del nostro DNA. A casa si torna, non si va. E a volte non basta una vita per arrivarci.

MV: C’è una separazione abbastanza ovvia fra il vostro sistema di valori e quello delle persone che incontrate durante i vostri viaggi. E c’è della curiosità nel voler apprendere ma anche del distacco nei confronti delle loro filosofie di vita. Tuttavia, ci sono due episodi chiave che trascendono le convinzioni razionaliste, occidentali, scuotendole nel midollo, nel senso che vi fanno dubitare di ciò in cui sembravate credere fino a quel momento. Sto pensando all’episodio iniziale degli Immortali, in cui il bramino indiano predice ad Alberto la morte, e all’incontro di Joanna, in Surrender, con la comunità degli ecosessuali. Questo è interessante perché consente al flusso narrativo di mantenersi ricco di sfumature, ambiguo, aprendo la possibilità che vi siano dei buchi nella nostra conoscenza del mondo. Nuovamente c’è la transizione da cacciatore a preda, dove l’essere preda è un consapevole punto d’arrivo, desiderato dal narratore stesso. Che cosa hanno significato per voi questi momenti e che impatto hanno avuto nella costruzione dell’impianto narrativo?

JP: È stato importante per me quando ho iniziato a scrivere i vari pezzi che poi sarebbero diventati Surrender che lo facessi con la mente totalmente aperta. Non volevo giudicare le persone di cui stavo scrivendo, volevo ascoltare ciò che avevano da dire. Nello scrivere le loro storie e nel tradurre le loro idee sono stata capace di capire quello che ne pensavo io. La scrittura è un processo che mi aiuta a farmi le mie idee sul mondo. Ero consapevole di trovarmi in un territorio che non era il mio e che quindi avrei dovuto ascoltare. Ma ci sono state alcune delle persone che ho incontrato, come i trappers, che invece proprio non riuscivo a capire. Tuttora non accetto che il trapping sia uno sport o uno scopo che possa essere in alcun modo giustificato. Quindi, non è che fossi d’accordo con tutti i personaggi del mio libro, ma ho pensato che fosse giusto dare alle loro idee una piattaforma d’ascolto. Non è importante quello che penso, è importante descrivere le mie esperienze e lasciare il lettore decidere per se stesso, entrando in connessione con le idee che esploro nel mio libro.

AG: Paura e fuga, da un lato. Una strana consapevolezza, e il fatalismo, dall’altra. Come una preda, seguivo i miei istinti, sapendo che non poteva essere diversamente. Sapendo che io non potevo essere diverso. Queste emozioni mi hanno accompagnato in ogni incontro. Mi spingevano ad andare oltre, ancor più perché rivedevo questi stessi impulsi negli scienziati che incontravo e quindi non riuscivo a trovare in loro le risposte che cercavo. Il mio viaggio nel futuro ha avuto fine quando l’inadeguatezza si è affacciata sulla paura. Ho compreso che oltre quel limite non poteva esserci spazio per me. Ho intuito dove fosse la mia casa, o quantomeno un rifugio per la notte di questa vita.

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Note:

Il Rewilding è l’atto di restaurare e proteggere processi naturali, ecosistemi e aree selvagge. I rewilders offrono spesso un collegamento fra animali e piante piantando semi, raccogliendo ortaggi, ricreando habitat per animali selvatici e aiutando a creare ecosistemi che sono sani, sostenibili e rigenerativi.

 

Lo scavenger è colui che colleziona ciò che e lasciato da parte, buttato, come parte del suo sforzo per procurarsi cibo. Nel casodegli scavengers di Buffalo Bridge, i membri di questo gruppo andavano speso a caccia per procurarsi parti degli animali che erano state abbandonate, come gli zoccoli, le corna, le ossa, la testa, certa carne o gli organi.

Il trapper è uno che lascia trappole in aree selvagge per cacciare animali. I trappers vendono poi le pelli degli animali cacciati per cospicue somme di denaro. Ci sono diversi tipi di trappole, ma la più comune è quella che cattura la zampa dell’animale che vi posa sopra il piede, e che causa alla bestia inspiegabile dolore. Gli animali che vengono catturati in questo tipo di trappole muoiono di morti lente e molto dolorose.

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