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Fine della settimana

Pubblichiamo un racconto tratto da “Darsi del tu”, la nuova raccolta di racconti di Edina Szvoren, in uscita per Mimesis Edizioni il 18 giugno (traduzione dall’ungherese a cura di Claudia Tatasciore). (Foto)

*

di Edina Szvoren

Mio fratello arrivò in perfetto silenzio. Non fece rumore con il portachiavi e, anche la zip della giacca, fu in grado di tirarla giù in sordina; ma noi sapevamo che era arrivato. Non solo perché avevamo calcolato al minuto quando avrebbe dovuto varcare la soglia di casa, ma anche perché una tale assenza di suoni poteva circondare solo lui. Perfino da due stanze più in là sentivo il respiro calmo e i passi morbidi dei suoi piedi infilati nei calzini, anche se non avrei potuto sentirli nemmeno se gli fossi stato accanto, e non capivo come può essere così calmo chi non è amato da nessuno.

Per prima cosa si lavò le mani. Perfino l’acqua scorreva più silenziosa di quando ad aprire il rubinetto erano mamma o papà, e lo spazzolino per le unghie con cui si sfregava via dalle mani le macchie d’olio e il loro ricordo mandava giusto il suono di un uccello che si spollina. Poi andò a fare pipì. Sentii che abbassava la tavoletta.

Avevo già la mano sulla maniglia quando mi arrestai di colpo. Eravamo d’accordo che l’avrei salutato per primo, ma all’ultimo momento il coraggio mi scese alle calzette. Col cuore martellante dovetti sedermi di nuovo sul letto e aspettare che fosse lui ad aprire la porta. Presi in mano un libro facendo finta di leggere, ma le righe mi si confondevano davanti agli occhi e un po’ mi tremavano anche le mani. Per riconquistare la mia risolutezza mi sforzai di richiamare alla mente la voce monotona e sonora di papà, e intanto sperai che il discostarmi di molto da quanto concordato con papà e mamma non avrebbe creato loro problemi.

La porta si aprì e mio fratello entrò, la pelle bronzea, sorridendo. Ovviamente si portò dietro quel silenzio. Posò la borsa dello sport piena di panni sporchi nello spazio accanto al mio letto. Ci salutammo, non abbassai il libro. Poi mio fratello mi scompigliò i capelli. Fingevo di leggere, ma intanto osservavo cosa facesse lui. Si spogliò e rimase in mutande, gettò i vestiti sullo schienale della sedia, poi mi chiese se potesse aprire la finestra. Quando annuii, la aprì. Aveva una scavatura sopra al sedere: guardavo quella. Mentre combatteva con la maniglia arrugginita e con la finestra incastrata nella cornice, i muscoli gli danzavano lungo la spina dorsale, sotto le scapole e intorno alla scavatura. Quando la finestra si degnò finalmente di aprirsi, mio fratello tirò fuori il portafogli. Ne estrasse qualche banconota piegata in due e mi spiò da sopra la spalla. Feci in tempo a curvarmi sul libro. Lo sfogliai anche, per non destare sospetti, così lui prese coraggio e da dietro la carta da parati che penzolava all’angolo tirò fuori il quaderno.

Anche se mio fratello non raccontava mai nulla di sé, noi sapevamo che quello era il suo nascondiglio. Nel quadernino giallo teneva il registro delle spese, sommava gli straordinari, annotava i voti presi alla scuola serale. Non ci venne mai il coraggio di toccare i soldi raccolti tra le pagine del quaderno, ma quando papà e mamma erano definitivamente al verde spettava a me prendere dal suo portafogli i soldi per il latte, il pane e le cose per la scuola. Scriveva con diligenza, mio fratello, quasi senza far rumore, e non sospettava che durante la settimana lo sbeffeggiassimo per quel quaderno giallo. “Non c’è niente di più ridicolo di un secchione adulto”, diceva mamma. A volte papà e lei si sentivano costretti a leggere nel quaderno nascosto dietro la carta da parati, perché temevano di leggerci, un giorno, che loro figlio non li amava. Adesso mio fratello mi faceva arrabbiare, perché stava scrivendo ancor più del solito. Proprio oggi. Avevo paura che mamma e papà avrebbero incolpato me, se le cose si fossero messe diversamente da quanto programmato. La copertina mi sudava nelle mani e, solo quando mio fratello sospirò, mi resi conto che mentre scriveva forse si dimenticava perfino di respirare. Si raddrizzò, si sfregò soddisfatto le mani, lisciò la sua paga tra le pagine a quadretti e poi fece scivolare il quaderno giallo dietro la carta da parati. Tutto ciò quasi senza produrre un suono, e non capivo come potesse compiere dei movimenti così delicati e flemmatici chi per la famiglia è come un pruno in un occhio.

Sentii che papà e mamma si agitavano in soggiorno, e stavo quasi per dire a mio fratello di sbrigarsi. Quando si girò e mi chiese cosa leggessi, non sapevo neanche dove guardare. Non avevo idea di cosa tenessi in mano per cui mi limitai ad alzare la copertina, che vedesse lui stesso. Annuì e mi mostrò il suo sorriso bronzeo.

Quando dalla borsa dello sport tirò fuori una cartellina con l’elastico capii che avevamo fatto male i calcoli. Avrebbe dovuto fare il bagno già da un pezzo. Rimasi esitante se avvertire o meno i miei, finché mio fratello si sedette sul bordo del letto e non ebbi più modo di alzarmi. Aprì la cartellina e, anche se a me avrebbe fatto più piacere la cartellina stessa perché mi piaceva l’elastico, ne tirò fuori delle foto raffiguranti ippopotami ruminanti, un dromedario e un ornitorinco, che poi sparse sul letto con lentezza snervante e gesti dolcemente carezzevoli. Guardò se ne fossi felice, ma io non osavo rivolgergli lo sguardo. Fissavo le foto vergognandomi, e anche se avrei desiderato di più la cartellina con l’elastico pure l’ippopotamo e l’ornitorinco mi sembravano interessanti. Per quanto mi sforzassi di nascondergli i miei interessi, mio fratello chissà come ne era sempre informato, così mi toccava poi vergognarmi davanti a papà e mamma perché mio fratello provava ad arruffianarmisi. “Allora?”, chiese, e quando alzai lo sguardo, col cuore martellante, al posto del suo viso vidi un grande e fumante piatto di porridge di semola, in cui con la punta della forchetta scalfivo la sua bocca sorridente. Entrai in confusione. Non riuscivo a capire come una persona potesse gioire della felicità di un’altra più di quanto l’altra non gioisse per la foto di un ippopotamo; mamma e papà invece non capivano da dove mio fratello prendesse i soldi per i regali. Non mi piace fingere davanti a loro, ma non ho mai avuto il fegato di vietare a mio fratello di portarmi regali ogni fine settimana. Ormai sarebbe stato senza dubbio superfluo dirglielo. “Grazie”, mi scappò dalla bocca.

Ci mancò poco che non mi sentissi male dall’agitazione quando la porta del soggiorno si aprì e udii i passi di mamma che si dirigevano verso la nostra stanza. Il cuore mi batteva come quando sgraffignavo i soldi dal portafogli di mio fratello per il latte, il pane e le cose per la scuola. Rovesciai il libro sulle foto con il dorso rivolto verso l’alto, poi nell’imbarazzo cominciai a far scattare l’elastico della cartellina. Il mio gesto non sfuggì a mio fratello, e mi arrabbiai con lui perché adesso avrei dovuto vergognarmi non solo davanti ai nostri genitori, ma anche davanti a lui. Quando mia mamma entrò nella nostra stanza mio fratello era ancora seduto sul bordo del letto e dava l’impressione che noi due fossimo ottimi amici. A mamma non piaceva che mio fratello girasse per casa in mutande, ma stavolta lo salutò comunque più affettuosamente del solito. Eppure avevano pianificato di essere sgarbati con lui perché non s’insospettisse prima del tempo. Finalmente mio fratello si alzò, andò verso mamma e come al solito le diede due baci sulle guance. Mamma tese soltanto il viso verso mio fratello; il resto, per quanto possibile, lo ritrasse da quel corpo virile muscoloso e bollente, quasi del tutto glabro. E intanto mi lanciò uno sguardo interrogativo da sopra le spalle di mio fratello. Alzai le spalle e aprii le mani.

Quando mio fratello finalmente si allontanò per andare a fare il bagno sospirai di sollievo, anche se non era ancora nemmeno iniziata. Richiamato dai rumori comparve anche papà e, quando lanciò a mamma uno sguardo interrogativo, allora fu lei ad alzare le spalle e ad aprire le mani. Probabilmente si stavano rompendo il capo su come procedere. Rimasero per un po’ in ascolto, poi cominciarono a chiedersi a bassa voce se mio fratello avesse chiuso la porta a chiave. Io giocai con l’elastico teso della cartellina finché papà non mi disse di smetterla subito con quei continui schiocchi. Erano nervosi, mentre mio fratello aveva portato il suo silenzio in bagno con sé. Dall’alito di mamma sentii che aveva bevuto, da quello di papà che aveva fumato, anche se ieri non avevano soldi nemmeno per dell’affettato. Mamma andò alla finestra e dal bordo penzolante della carta da parati inzuppata strattonò fuori il quaderno giallo di mio fratello. Contò i soldi, diede una scorsa alle nuove annotazioni, poi affannata e maldestra, tanto che la carta da parati si strappò, premette di nuovo il quaderno nel suo nascondiglio. Ma ormai era superfluo rimetterlo a posto, mi passò per la mente.

Papà rimaneva fermo in piedi e, quello che diceva a mamma, non lo diceva con la sua voce sonora, per cui capivo a malapena qualcosa. Ascoltavo i rumori prodotti da mio fratello, il suono dell’acqua che bulicava con inverosimile silenzio ed eccessiva morbidezza dal rosone della doccia alzato sulla sua testa, e intanto mi accorsi che il titolo del libro rovesciato sulle foto degli ippopotami era il Manuale degli esercizi II, il mio libro di algebra. Arrossii, e mi dissi che presto tutto sarebbe finito. Non avrei più dovuto vergognarmi per via di mio fratello. Cominciai a capire che in realtà non mi vergognavo di me, ma di lui. Papà mi raccomandò caldamente di non muovermi dal letto finché loro non avessero preparato il terreno, poi si riscosse e andò via di fretta. In quel frattempo potevo far scattare l’elastico della cartellina.

Sentii papà andare in cucina e aprire lo sportello della dispensa. Credetti che avrebbe bevuto anche lui come mamma, ma tornò indietro con in mano un barattolo di miele. Mamma si infilò dei guanti di gomma e con le mani sui fianchi attese che papà terminasse il suo lavoro. Mi alzai per vedere meglio cosa facesse papà, ma mamma mi ricacciò nella stanza. “Vieni solo quando ti chiamiamo”, disse, ma non mi obbligò a chiudere la porta. Papà si accovacciò davanti alla stanza da bagno: doveva fare in fretta perché sentimmo mio fratello chiudere l’acqua e asciugarsi con l’asciugamano liso. Tutti e tre conoscevamo bene il rumore che faceva il tappo dell’aceto di mele quando finalmente si riusciva a farlo saltare dalla bottiglia di plastica verde, mentre l’odore penetrante dell’aceto arrivava anche attraverso la porta chiusa del bagno. Il linoleum, che aveva vent’anni come mio fratello, era visibilmente logoro nel punto in cui uscendo dal bagno tutti e quattro facevamo il primo passo. Papà era accovacciato proprio davanti a quel punto. A nulla serviva che scuotesse nervosamente il barattolo: il miele, che in quanto a lentezza poteva competere con mio fratello, non accennava a colare più velocemente. Mio fratello intanto faceva crepitare il sacchetto di ovatta, perché quello nemmeno con lui si degnava di fare meno rumore. Poi fu proprio il silenzio piombato all’improvviso a segnalarci che mio fratello stesse versando l’aceto sul batuffolo d’ovatta, per poi posare un piede sul bordo della vasca che somigliava a una bocca triste e premere tra le dita il pezzetto di ovatta imbevuta, nel punto esatto in cui la pelle si apriva sempre nonostante quel trattamento di ogni sabato. A mamma non piaceva l’odore dell’aceto, la nauseava, e nonostante si fosse messa la mano davanti al viso vidi che, dietro il palmo, le sue narici si muovevano senza sosta, come se non potesse saziarsi di ciò che la disgustava. Proprio come per gli occhi, che le finivano continuamente sulle mutande di mio fratello.

Papà guardò mamma e con lo sguardo le ordinò di andare ad aiutarlo. Mamma si accovacciò accanto a papà e con le mani infilate nei guanti di gomma si mise a stendere uno strato uniforme di miele. Accovacciati davanti alla porta del bagno e al punto rovinato del linoleum, quei due sembravano dei bambini che costruiscono castelli di sabbia.

Papà si alzò. I rumori indicavano inconfondibilmente che il tappo era tornato a posto sulla bottiglia dell’aceto, e allora tamburellò agitato sulla spalla di mamma: poteva smettere, andava bene così. Mamma si mise ritta e papà le sfilò i guanti dalle mani tremanti. Mamma emise un lamento, perché dal mio parto ha le anche deboli. Dopo che papà corse nella stanza per prendere da sotto la mia scrivania il manubrio da due chili e, calcolando ogni eventualità e attento a non far rumore, lo posò in cima al portabiancheria nell’anticamera, mamma sussurrò spaventata: “Quello a che serve?”, e si dimenticò persino del suo fiutare l’aceto. Papà non rispose alla domanda. Il mio cuore cominciò di nuovo a picchiare forte, eppure il mio compito era solo quello di sedere. E sedevo.

Gettarono in un angolo il guanto di gomma sporco di miele, poi mamma si nascose nel gabinetto e papà accanto alla porta della stanza da bagno in modo da esserne coperto quando si sarebbe aperta. Io rimasi a sedere sul letto, di fronte a me il bagno, e nessuno a dirmi di smetterla di far schioccare l’elastico. Quando sentii mio fratello accendere il rasoio e i miei genitori, che si erano dimenticati della rasatura, emettere un sibilo stizzito smisi di schioccare e spiai sotto il secondo volume del manuale di algebra. Ebbi appena il tempo di meravigliarmi per il liquido verde che stillava dal muso dell’ippopotamo ruminante che papà schizzò dentro il gabinetto, da mamma, e poiché dovette deviare per evitare la pozza di miele credetti per un attimo che volesse entrare nella mia stanza a farmi una ramanzina per aver accettato un altro regalo da mio fratello. Bisbigliavano agitati. Il ronzio discontinuo del rasoio suggeriva che mio fratello avesse finito con i peli del viso e che adesso fosse passato alla nuca a rasare quelle antennine di capelli all’incrocio tra il cuoio capelluto e la cervice. Papà non riusciva a trattenersi dal tartassarlo per quel prolungamento da damerino dei suoi capelli, ma mio fratello non faceva che sorridergli. Di certo, però, la pacatezza è come olio sul fuoco.

Poi, in qualche modo, trascorsero anche quei minuti in cui mio fratello terminava la rasatura, rimetteva a posto la macchinetta, gettava nel pattume l’ovatta usata, lavava la vasca, strofinava via il deposito di sapone da intorno allo scolo e infine s’infilava delle mutande pulite. Mamma lavava anche la sua biancheria, ma nessuno di noi capiva come fosse possibile che i panni di mio fratello fossero molto più bianchi delle mutande di papà, dei reggiseni di mamma o delle mie canottiere. Forse perché aveva la pelle più scura di noi, pensai.

Papà si rintrufolò nel suo posto di guardia accanto alla porta del bagno, e anche se mio fratello non era solito aprire la porta con irruenza, si mise le mani davanti. Per qualche motivo mi faceva strano vedere mio padre muoversi di soppiatto ed entrai in confusione come quando beccavo mamma – che se beve è capace di fare cose curiose – a frugare nei pantaloni di papà. All’ultimo momento papà spense la luce dell’anticamera così che mio fratello non notasse che il linoleum mandava uno strano riflesso di qualcosa che somigliava a lui, perché lento e giallo.

Poi tutto ebbe inizio. La porta si aprì. Non riuscii a non guardare, anche se la sera prima mamma mi aveva consigliato di chiudere gli occhi. Mio fratello si arrestò di colpo sulla soglia e io ebbi paura di aver rovinato tutto. Forse il problema era solo che si vedevano i miei occhi? La prudenza di papà si rivelò superflua perché la porta non gli batté contro il naso. Ebbi una stretta alla gola e desiderai che tutto fosse già finito, che per una volta mio fratello si riscuotesse e facesse d’un solo slancio quello che doveva fare. Ma lui continuava a stare fermo in piedi. Mamma era irritata da quella ponderatezza, le faceva esplodere la testa, e il mal di testa le passava solo bevendo.

Non ce la facevo ad aspettare che mio fratello si muovesse e distolsi lo sguardo per tornare a guardare soltanto dopo l’accaduto, ma la vista del suo corpo che si liberava dal vapore del bagno e il rilievo dei suoi pettorali coperti di peluria mi rimasero impressi nella mente come se li avessi fissati per ore senza mai battere gli occhi. L’anticamera si trovava più in basso del bagno, e papà e mamma speravano che il dislivello avrebbe accresciuto l’inerzia del corpo di mio fratello. Nell’evitare lo sguardo di mio fratello, l’occhio mi cadde su mia mamma acquattata nel gabinetto e mi scoraggiai alla vista del suo palmo stretto contro la bocca. Gli adulti mi riservano ogni volta una delusione, perché si scopre sempre che il loro coraggio è solo simulato. Poi accadde.

In un primo momento si sentì soltanto il rumore ordinario delle ciabatte, lo schiocco di quando la pianta del piede non completamente asciutta si stacca dalla plastica. Quel rumore ben noto avrebbe potuto estinguere la mia ansia da prestazione se non avessi alzato di nuovo lo sguardo. Mio fratello teneva un piede ancora nel bagno, l’altro già sul linoleum. Nel momento in cui sentì che il punto in cui aveva posato il piede davanti a sé non era sicuro, istintivamente e più veloce che mai in vita sua allungò le mani verso gli stipiti della porta. Prima ancora che potesse aggrapparsi cadde e, con una rapidità ridicola, scivolò impotente verso il centro dell’anticamera. Batté la testa contro il pavimento del bagno, ma, come avevano programmato mamma e papà, non perse conoscenza. Non mi agitavo più e non dovevo più far finta di leggere, però mi sorprese che mio fratello sollevasse la testa. Provava a portare sotto di sé i gomiti per sollevarsi; intanto mamma e papà sbucarono fuori dal loro nascondiglio e dopo aver saltato la pozza di miele gli fecero qualcosa che lo fece ricadere giù. La testa sbatté di nuovo, adesso non tanto quanto la prima volta, ma nemmeno così ci fu quiete. Sbirciando dentro il bagno attraverso la fessura che di tanto in tanto si apriva tra i corpi concitati di papà e mamma vidi le braccia di mio fratello tendersi verso quelle dei miei genitori, come se continuasse a non capire che non poteva aspettarsi di ricevere aiuto chi pisciava da seduto pur essendo un maschio. Anche mamma e papà dovevano essere sorpresi della resistenza di mio fratello, che era talmente fesso da non aver mai nemmeno accennato al fatto che gli prendevamo dal portafogli i soldi per il latte, il pane e le cose per la scuola, e che quando un sabato si era accorto che mamma e papà avevano venduto il suo letto si era preparato il giaciglio sulla moquette. Dunque, anche loro dovevano essere sorpresi, perché papà, brusco e un po’ senza riguardo, visto che lei davvero non aveva fatto nulla di male, scansò mamma di mezzo per correre a recuperare il manubrio preparato in cima al portabiancheria. Mamma intanto si sforzava di tenere a terra mio fratello, che si avvinghiava con entrambe le mani alla sua vestaglia trapuntata come se così potesse scappare da quelli che non lo amavano, e che più volte si accinse a formulare una qualche domanda. Ma doveva essersi morso la lingua nella caduta perché, come per l’ippopotamo ruminante, da un angolo della sua bocca stillava un po’ di liquido e non riusciva in alcun modo ad articolare le parole. Quando mamma capì che mio fratello voleva chiedere: “Perché?”, gemendo lo spintonò di nuovo sul pavimento giallo del bagno, ed era così esasperata da quella sua pignoleria inattesa che papà riuscì a malapena a entrare in bagno passando accanto alle gambe divaricate di mamma e al suo enorme deretano, che in quella posizione china era rivolto per aria. Quelle cosce come due colonne, che terminavano in un sedere gigantesco e che le coprivano completamente il corpo, apparivano in qualche modo più brutte anche del corpo muscoloso di mio fratello, riverso a terra quasi completamente nudo e lucido per il vapore, con le mutande mezze trascinate via nella colluttazione e la zona del bacino graffiata per bene e segnata in parallelo dal bordo di alluminio della porta. Perché era bello mio fratello, steso come un’alga di mare sul pavimento del bagno, le mani tese verso mamma e le gambe nude che si allungavano nell’anticamera, mentre gli inutili sforzi per alzarsi facevano sporgere i muscoli e tremare i tendini nei punti più inaspettati del suo corpo. Se in quel momento papà si fosse girato verso di me, mi avrebbe sicuramente gridato di tornare nella mia stanza, che da adesso, pensai, avrei abitato solo io anche nel fine settimana; ma lui voleva soltanto avvicinarsi a mio fratello. Quando finalmente pressò il proprio corpo tra mamma e il lavandino, mamma emise un grido. Di nuovo non vidi cosa stesse succedendo, ma la mano che stringeva il manubrio comparsa all’improvviso sopra le loro teste mi segnalò che papà, forse per mancanza di altro spazio, si era infilato nella vasca. Poi mio fratello gemette due volte. Il terzo fu già un sospiro. Mamma gridò di nuovo quando si accorse che la mano di mio fratello era ancora aggrappata alla sua vestaglia. Allora si curvò e, senza sospettare che il bordo le penzolasse nella pozza di miele, staccò una a una le dita di mio fratello dalla stoffa trapuntata. Era finita. Adesso tutto sarebbe cambiato.

Mi feci coraggio. Superai il miele e, alzandomi in punta di piedi, mi fermai sulla porta. Non mi scacciarono. Papà stava con tutte le ciabatte dentro la vasca pulita e strofinata da mio fratello, in mano il manubrio da due chili, e fissava il corpo di mio fratello steso per terra. Mamma si mise dritta, posò le mani sui fianchi doloranti e cominciò a massaggiarsi come dopo essersi lavata i capelli, quando doveva stare a lungo curva sulla vasca. Attorno a mio fratello c’era di nuovo silenzio, eppure papà e mamma scappavano proprio da quello. Gli occhi di mio fratello erano chiusi, dal suo viso tondo non sembrava avesse capito che nessuno lo amava, perché allora, di certo, non avrebbe fatto anche da morto quell’espressione da piatto di porridge di semola seraficamente fumante. La curvatura tra le costole superiori e la striscia di pelo pubico che correva verso l’ombelico, però, gliele invidiai.

Papà sospirò. Senza badare ormai per nulla ai rumori lasciò cadere dalla mano il manubrio di due chili appena appena insanguinato, lo stesso con cui mio fratello si allenava ogni mattina davanti alla finestra aperta e a cui doveva i suoi pettorali e bicipiti; poi uscì dalla vasca e mi chiese di accendere la radio perché quel silenzio lo faceva impazzire. “Anche la tv”, mi gridò dietro con la sua voce sonora e monotona; ma quella non funzionava da due settimane. Adesso avremmo avuto i soldi per farla riparare, pensai. Quando tornai, mamma aveva già iniziato a ripulire il pavimento dal miele e mi misi ad aiutarla. “Lo stai solo spargendo dappertutto”, mi ringhiò papà, e lasciai stare, triste. Per rendermi utile gettai le ciabatte di mio fratello, poi lavai il sangue dal manubrio. Cavai via le foto da sotto il manuale di algebra e le rimisi nella cartellina di mio fratello che si chiudeva con l’elastico. Quando sia mamma sia papà furono pronti facemmo cerchio intorno al cadavere. Anche se era un damerino era pur sempre il nostro morto. Per un paio di secondi i visi di mamma e papà sembrarono placarsi; anzi, la piega della pelle sotto il mento di papà, che quando si addormentava da seduto somigliava a una pappagorgia e quando litigava con mamma a una sorta di cresta che tremava agitata, adesso gli attorniava il collo come un bavero. Mamma girò la testa facendo delle smorfie perché non sopportava l’odore dell’aceto. Dal lato in cui stavo io l’impronta del manubrio si vedeva appena. Non dissi nulla – non mi sembrava appropriato alla situazione – del fatto che sentivo un nodo in gola. “Forza, sollevatelo”, disse papà. In quanto più deboli, a me e a mamma toccarono le gambe.

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