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Il fine della vita è nella sua fine

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Pubblichiamo un dialogo tra Edoardo Rialti ed Enrico Terrinoni su Vera o i Nichilisti di Oscar Wilde, uscito per Feltrinelli con traduzione di Terrinoni.

Edoardo Rialti:

Vorrei partire da una considerazione fatta da George Steiner ne Le Antigoni, dove dimostrava come per buona parte dell’800 la perfetta tragedia greca, quella che maggiormente innescava riflessione ed emulazione, non era certamente l’Edipo, come sarà nel ‘900 dopo Nietzsche e soprattutto Freud, ma sempre l’Antigone. È il pensiero di Goethe, Hegel, Kierkegaard, è la grande suggestione romantica per i rapporti amorosi e sublimi tra fratelli e sorelle. È anche la più politica delle tragedie, se vuoi. Ecco, possiamo dire che la Vera di Wilde, questa ennesima vendicatrice di un fratello, è a sua volta una fusione di Antigone ed Elettra?

Enrico Terrinoni:

Credo di sì. Wilde usciva dall’università ed era letteralmente imbevuto di cultura classica, e nel momento in cui decide di proporsi come il creatore di classici moderni si era comunque formato con maestri che si occupavano quasi esclusivamente di classicità greca, però è anche vero che questo dramma strano – che fu un fiasco, per motivi politici, visto che invece si legge eccome – è ispirato alla madre, la grande rivoluzionaria irlandese. È un tributo a entrambi questi poli. Creare un’eroina donna fu certamente un motivo di fastidio. Wilde sta cambiando il paradigma. Si può quasi dire che Joyce vince la battaglia che Wilde purtroppo perde. Questi fa già irrompere nell’immaginario vittoriano una donna che vuole uccidere uno zar, a firma di un irlandese la cui madre inneggiava alla rivoluzione.

Edoardo Rialti: Del resto, si è stranamente esauditi nella vita, come disse lo stesso Wilde e ripeterà poi Peguy. Anche nella celebre biografia di Ellmann si racconta che il Wilde bambino affermava tronfio e solenne ai compagni di classe “Da grande, io sarò protagonista di un grande processo”: per una famiglia come la sua essere oggetto di persecuzione era un marchio di elezione. Quindi, sebbene gli abbiamo appena contrapposto Antigone, si può dire che pure l’Edipo di Freud c’entra eccome! Desideravo chiederti che rapporto c’è dunque tra lo sfondo culturale irlandese, l’Inghilterra in cui Wilde vive e scrive il dramma, e la Russia dell’ambientazione? Wilde conosceva i capolavori contemporanei, ha scritto su Tolstoj e perfino Dostoevskij, di cui preferiva (!) Umiliati e Offesi a Delitto e Castigo. Ma quanto era nota l’Irlanda alla Russia e viceversa?

Enrico Terrinoni:

Più tardi sì, ci saranno rapporti eccome, basti pensare ai nessi negli anni delle rivoluzioni, prima è più difficile. Insomma, è davvero una cosa strana, sappiamo che Wilde si mette a studiare la storia russa, ma le analisi più recenti ravvisano un atteggiamento quasi shakespeariano se vuoi. Shakespeare quando voleva parlare dell’Inghilterra sua contemporanea su argomenti scottanti, cosa faceva? Parlava della Danimarca o dell’Antica Grecia, e Wilde parla della Russia per parlare a sua volta del rapporto Irlanda-Inghilterra. Ci sono strutture linguistiche irlandesi nella parlata dei suoi contadini russi. Ma proprio in Inghilterra il dramma è improducibile, visti i rapporti tra le due Case Reali.

Edoardo Rialti:

Wilde qui si interessa persino al nichilismo, basti pensare qui alla ricorrenza del verbo annihilate, un tema così decisivo per Dostoevskij e Turgenev, che già segna la frattura di una generazione, l’anticipo della triade inetto-esteta-superuomo, tre facce che esprimono lo stesso salto quantico rispetto al mondo autocompiaciuto e borghese che lo ha misteriosamente generato.

Enrico Terrinoni:

Ho conosciuto da poco un dottorando che lavorava a una tesi su Cechov e il teatro irlandese di Yeats; di solito si attribuisce il minimalismo del tardo teatro di Yeats al No giapponese, mentre questi sosteneva che si debba guardare a Cechov. E Yeats, che ne era un po’ più giovane, considerava Wilde il più grande affabulatore del suo tempo.

Edoardo Rialti:

E Wilde rimproverò Yeats di aver spaventato i suoi bambini con fiabe troppo spaventose! Venendo proprio al testo, come si rende questo anglo-irlandese? È possibile o impossibile, e ci hai rinunciato?

Enrico Terrinoni:

L’Ulisse è scritto in angloirlandese, oggi è assodato, quindi io il problema me lo sono posto allora. I vecchi traduttori e qualcuno ancora oggi, ci schiaffano il dialetto, per noi tutto questo però è buffo. Io punto sul concetto di straniamento. Il lettore di Joyce si trova straniato non solo per le parole ma per l’uso della sintassi stessa, che possiede un evidente sostrato gaelico. Non potendo produrre una sintassi troppo fastidiosa, ne produco una straniante, sposto qualche elemento; se la stravolgiamo tutta creiamo un problema, se invece spostiamo una parola, ci si rende conto che qualcosa non torna. Un po’ come quando si è ubriachi, via, ieri mi sono fatto parecchio ma parecchio vino con un amico e oggi mi sono svegliato con un’angoscia che non ti dico. Ecco, si cerca di ottenere un disagio simile! (ride)

Edoardo Rialti:

Pasolini, in un dialogo con degli studenti, disse che a un certo livello un regista gira sempre lo stesso film, così come un poeta scrive riscrive sempre la stessa poesia. Una spirale di motivi cui si ti torna a seconda dell’ampiezza toracica dell’autore.Wilde aveva immensamente presenti le questioni sociali, il suo estetismo non è una fuga dalla realtà, ma una lente di ingrandimento della medesima: vivere in una casa bella, circondarsi di arte e bellezza educa all’opposto della possessività consumistica. C’è una vulgata per cui egli avrebbe scoperto davvero le sofferenze dei più deboli a partire dagli anni del carcere e dei lavori forzati, e non è ovviamente così, si tratta appunto di una sensibilità sempre desta, fin dagli inizi. Tuttavia in lui c’è sempre anche il gusto, per così dire, di ribaltare il tavolo, di proporre una prospettiva altra, rovesciata. Lo si vede anche qui col Principe Paul, primo dandy cinico dagli aforismi lampeggianti, con un’evidente eco del Vautrin criminale-poliziotto di Balzac, e dei politici corrotti del romanticismo di Schiller, un villain per il quale Wilde nutre anche sincera ammirazione, condividendone l’umorismo che palesa come il mondo delle buone intenzioni rivoluzionarie sappia essere anche rozzo, puzzolente, ipocrita.

Enrico Terrinoni:

Verissimo, ci sono già le basi della sua estetica successiva. Con una differenza, io però non credo che, se lo vedessi a teatro, io amerei Paul come Lord Henry Wotton. È un prototipo più grezzo, affettato, non c’è il genio dei suoi esteti successivi. Qui Wilde irride quella classe aristocratica che prima lo accoglierà e poi rigetterà. Qui mi pare più severo, più tardi invece maturerà un’affinità quasi elettiva. Adesso ha preso di petto una situazione, le sue conferenze americane sono bellissime, ma estremamente politicizzate, vi si propone l’estetismo come una rivoluzione sociale, ma poi capirà che deve giocarsi altre carte, e diventerà il grande Wilde che conosciamo.

Edoardo Rialti:

Un  altro tema costante, o meglio lo stesso che già accennavo, ma in chiave diversa. Wilde è nemico di tutte le opposizioni binarie, ci sono ingiustizie che vanno certamente combattute, ma anche tanto moralismo che si può annidare nelle buone intenzioni. C’è invece in lui un livello di compromissione col reale che è davvero, in senso nietzscheano, al di là del bene e del male. Il gesto finale di Vera scavalca, supera persino l’opposizione rivoluzione-zarismo, come per l’Usignolo o il Pescatore delle sue fiabe, l’amore è successivo, più rivoluzionario, perché incomprensibile. La compromissione rovinosa per qualcuno non precede le scelte etiche e politiche, ma le supera. Vera inizia come Elettra o Antigone; ma alla fine ci si rende conto che può esserci una dimensione nella quale ti innamori anche del tuo peggiore nemico, ciò che ti aveva armata e messa in movimento, e a questo punto giusto e sbagliato non contano più. È una delle sue ossessioni tematiche che francamente amo di più, come quando sempre Nietzsche in quegli stessi anni sosteneva che ogni conoscenza vera è un sacrilegio.

Enrico Terrinoni:

Io mi chiedo se, come dicono certi studiosi di Wilde, ci sia qui all’opera una scissione della psiche; anche eroticamente egli inizia da bisessuale e poi invece abbraccia pienamente un’identità omosessuale; pure Ellmann stabilisce un parallelo con la sua provenienza irlandese; e l’Irlanda è luogo di scissioni ancestrali; con la Grande Carestia, l’immaginario irlandese diventa l’immaginario inglese, anche per scelta degli irlandesi stessi, eh, non solo per imposizione. In tutto questo c’è una tensione etica oltre che estetica, la passione di Wilde per Mefistofele è sincera, il patto col diavolo lo sigla eccome.

Edoardo Rialti:

Non so se parlerei di scissione ma di una positiva vista doppia, se vuoi. Wilde scrive e combatte per i bambini in carcere, ma sa anche cenare e sghignazzare con Esterhazy, che gli confessò di avere incastrato Dreyfus. Qui agisce certamente una certa dimensione di posa ma anche una sua potenza etica, da vero “immoralista” per citare il Gide che fu tanto plasmato da lui, e lo considero uno dei suoi elementi più rilevanti. Ancora oggi Wilde è oggetto di attenzione superficiale, ridotto a misura di tweet come veniva sminuzzato dalla società britannica, invece c’è in lui un radicale antimoralismo, che vuole combattere senza quartiere le buone intensioni della letteratura, che costituiscono una riduzione dell’esperienza estetica.

Enrico Terrinoni:

Il che non vuol dire che la letteratura non renda migliori. Si usciva dalle tragedie antiche avendo imparato qualcosa, e le sue stesse fiabe servono a vivere meglio.

Edoardo Rialti:

Certo, perché sono fiabe morali, se vuoi, ma non moraliste.

Enrico Terrinoni:

Wilde aveva scorto nell’ascesa della borghesia il germe del declino morale, e la borghesia si basa proprio sull’abbraccio col moralismo, prospera nella finzione sociale, per creare un effetto di sincerità.

Edoardo Rialti:

Se dovessi condensarlo in una sola frase, sceglierei quanto dice a Bosie nel De Profundis: I cuori sono fatti per essere spezzati. Basil viene pugnalato al cuore, l’Usignolo canta con una spina nel petto, il cuore di ferro della statua del Principe Felice si spacca alla morte del rondinotto. Tutti uccidiamo la cosa che amiamo, canterà nella Ballata del Carcere di Reading, e in fondo l’alternativa è proprio tra chi uccide ciò che ama e chi si fa uccidere da ciò che ama; torniamo così al gesto finale di Vera, oltre ogni convenienza e progresso, perché non c’è progresso nell’amore.

Enrico Terrinoni:

Ricordi il suo detto Chi vive più di una vita, più morti deve morire. Wilde ha compreso questa realtà e l’ha quasi invocata, non possiamo pensare che fosse così fesso da non sapere le conseguenze di aver chiamato in giudizio il papà di Bosie, e per diffamazione come omosessuale per giunta. Stava usando il suo corpo per dare una lezione. È molto cristologico, questo. Come la connessione e fascinazione per il Cattolicesimo.

Edoardo Rialti:

E questa lezione “col corpo” mi pare riecheggerà poi in Hemingway, Mishima, Pasolini. Penso a quanto affermò Walter Siti proprio su Pasolini-che i bambini molto amati tendono a credersi un po’ tutti Gesù, a dover salvare il mondo. E questo in Wilde si fonde con la ricerca di un destino artistico, di una fine da martire, da testimone, appunto. Quanto al Cattolicesimo, costituiva certamente la religione più estetica dell’800, rispetto all’asciuttezza borghese e protestante e inoltre coincideva col Sud (oltre che con l’Irlanda, nel suo caso), e il Sud era  “laddove” ci si allentava il colletto, come nel gesto dell’Aschenbach di Mann-Visconti, dove ci si liberava dalla rigidezze e si abbracciava una rilassatezza più umana, un riposo a maggiore agio con la propria autentica natura, una vasta esperienza sensuale.

Enrico Terrinoni:

Questo è molto bello. È uno degli elementi indagati in More livesthan one di Hanberry. Wilde è interessato alle origini, comprese quelle del sentimento religioso. Egli comprende eccome il valore estetico del sacrificio, e non importa scomodare il terrorismo odierno, sempre nell’Irlanda del ‘900 i ragazzi si sono lasciati morire per questa “terribile bellezza”, che coincide con la sfida alla vita, come se il fine della sua vita sia la sua fine. Per questo Wilde ha questi finali così drammatici e così perfetti.

Edoardo Rialti:

È molto interessante analizzare anche la figura del capo politico in questo dramma, lo zar. Ripensavo al Tetrarca Erode della Salomè molti anni dopo, sono figure certamente diverse ma accomunate dalla paura per quello che le circonda, da quello che possono leggere intorno. Erode si lascia sfuggire, in una sentenza memorabile, quello che è il terrore di tutti i politici: “Se tutte le cose fossero simboliche, sarebbero mostruose”; ed è vero che lo sono, eccome.

Enrico Terrinoni:

È una figura strana quello dello zar, per cercare un reale così schizzinoso, strano, fuori dal mondo, non si può guardare neppure a Shakespeare, nei re di Shakespeare c’è sempre una saggezza che magari coincide con la follia, questo monarca invece è l’opposto della comprensione della realtà, una macchietta se vuoi ma che esprime anche una verità, ossia che il potere che vive di estraniamento, lontananza, vive solo nel suo circuito ermeneutico e non ne sfocia più. Il potere per tenersi in vita deve restare illogico, questa è una sottolineatura importante dei nuovi marxisti, il capitalismo deve essere illogico, altrimenti vivrebbe una vita molto più breve, è proprio l’illogicità che impedisce di attaccarlo, pensa a quei pazzoidi in Svezia che in questi mesi per una scelta cinica fanno morire una generazione, sacrificano tutti i propri Anchise.

Edoardo Rialti:

Le scene dei cortigiani e primi ministri ricordano le satire di Tolstoj sulle idiozie della gerarchia militare, l’ironia su queste riunioni inutili e pilotate da ambiziosi meschine potrebbero essere scritte oggi. È interessante notare come il Wilde dell’Anima dell’Uomo sotto il Socialismo abbia persino previsto che la Russia poteva riservare delle sorprese politiche maggiori della Germania, addirittura battendo Marx quanto a visione del futuro.

Enrico Terrinoni:

Assolutamente. In quel saggio egli chiarisce quanto dicevamo prima, il valore etico dell’estetica, un socialismo individualista che precorreva quelli oggi più avanti avanzati e non aveva certo a che fare non quelli standardizzati del sovietismo o della Cina, della bruttezza che va accettata perché il potere ci possa livellare tutti, l’esaltazione della bruttezza persino, come nel caso del nostro ciccione calvo di Predappio. Quando il potere perde la sua componente estetica quella etica va a farsi friggere

Edoardo Rialti:

Vabbè, non possiamo chiudere meglio di così.

Commenti
2 Commenti a “Il fine della vita è nella sua fine”
  1. betta m. scrive:

    molto interessante, grazie

  2. Nadia scrive:

    Anche Eliot scrive qualcosa di simile: “in my beginning is my end” Four quartets “

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