Writer Phil Klay photographed in New York.

Raccontare l’Iraq: Fine Missione di Phil Klay

Writer Phil Klay photographed in New York.

(fonte immagine)

La prima cosa che fa il sergente Price appena rientrato a casa è baciare sua moglie e accarezzare il suo cane: se lo ricordava più in forma, ma è anche vero che la vita di prima sembra lontanissima adesso che è rientrato dalla missione e, se a Ulisse sono serviti vent’anni per ritrovare la strada di casa, possono bastano sette mesi per dimenticarsi com’era vivere qua. Qualche tempo dopo, Price porta il cane vicino al fiume e gli spara tre colpi, due al corpo e uno alla testa, perché non soffra più: in Iraq chiamavano questa cosa missione Scooby, e serviva perché i cani non mangiassero i cadaveri, ma da questa distanza non sembra che un modo per insegnarti a vedere i corpi come tacche, macchie luminescenti che sbiadiscono improvvisamente quando sono colpiti. Quelle degli uomini sono di un bianco abbagliante, spiegano, e i bambini differiscono dai bersagli d’addestramento solo per le dimensioni; nessuno ti spiega che fare se sbagli, però, né come fare a tornare.

I dodici racconti che formano Fine missione di Phil Klay – vincitore del National Book Award for Fiction nel 2014, adesso tradotto magistralmente da Silvia Pareschi per Einaudi – sono pieni di immagini che non possiamo capire né definire crudeli, in assenza di un ordine lineare: per questo Klay sceglie la forma del racconto, perché tutto accada insieme, perché, come nelle esplosioni, non si riesca a dire com’è iniziato, né immaginare un dopo.

Di stanza in Iraq tra il 2007 e il 2008, il redeployed marine Klay fa della fiction su qualcosa che finzione non lo è affatto, riscrive una storia, ma la polifonia, l’immanenza concreta della sua scrittura la privano di ogni possibile rassicurazione: non compone i frammenti sopravvissuti – sono solo le esperienze americane, certo, mai afghane o irachene, di un conflitto – in un mosaico più leggibile, in una narrazione in cui riconoscersi.

La guerra assomiglia allora a una pausa, alla sordità temporanea causata dallo scoppio di una granata che rende il mondo irreale e ovattato, o forse questa guerra, queste guerre – l’Afghanistan, l’Iraq – non somigliano a niente: non hanno neanche la grandiosità iconografica del Vietnam, neanche quella di Full Metal Jacket, ché tanto non esistono film contro la guerra, sono piuttosto una ferita non penetrante al torace, ma non fa meno male per questo.

Fine missione non ha forse il lirismo di Yellow birds, ma Kevin Powers è un poeta e Klay è più simile a quel personaggio che si occupa di scrivere i discorsi di encomio: non ha nostalgia dell’Iraq, ma dell’idea che si forma nella mente di tutti i civili al suono di quella parola, di «un Iraq pieno di onore e violenza, un Iraq che continuo a pensare che avrei dovuto conoscere e che invece ho stupidamente scelto di evitare […]. Il mio Iraq è stato un montagna di carte. Fogli di calcolo Excel», e questo allora è il suo tributo migliore.

Come in una vecchia barzelletta che dice «sai quanti veterani del Vietnam servono per avvitare una lampadina? Non puoi, non eri là» non sai e quindi il punto, se la guerra non l’hai vissuta, è ascoltare; leggere com’è vivere costantemente in codice arancione, quando riesci a scorgere una monetina in mezzo alla strada, la chimica del cervello cambia e percepisci ogni cosa o che queste guerre sono fatte da sparatorie e esplosioni, ma anche da periodi di freddo intenso, buche da riparare nelle strade, partite a carte e astinenza.

Gli artisti e le tipe, anche quelle pacifiste, non vogliono questo, vogliono le lacrime o le storie che si concludono con un ghigno da pazzo: ogni tanto i personaggi di Klay li accontentano, perché quello che sperano di ottenere da loro non è comprensione, ma un po’ di calore, un abbraccio sul letto rifatto da parte di una ex, una lapdance più spinta ottenuta grazie alla divisa dell’esercito.

Uno dei racconti si chiama Corpi e ci sono generali e spogliarelliste e io non ho ancora capito a quali corpi si riferisse.

Sara Marzullo è nata a Poggibonsi (SI) nel 1991. Si è laureata in Arti Visive all’Università di Bologna con una tesi sul rapporto tra città e romanzo. Collabora con varie testate, tra cui il “Mucchio Selvaggio”.
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