Delogu_copertina (1)

Dove finiscono le parole: un estratto

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Andrea Delogu Dove finiscono le parole, uscito per RaiLibri. Il testo racconta la scoperta, la convivenza e il confronto con le difficoltà legate alla dislessia, ed è stato stampato con una font ad alta leggibilità, EasyReading, adatta sia ai dislessici che ai non dislessici.

di Andrea Delogu

Papà, ho trovato un amico (1991). Ovvero quando non conoscevo la differenza tra mamma e mucca

Che strana cosa, penserete voi. Come si fa a confondere la mamma con una mucca? Impossibile. Certo, sono due parole di cinque lettere ed entrambe cominciano per emme, ma le somiglianze finiscono qui. Qualsiasi bambino già a un anno è capace di cogliere la differenza tra la sua mamma e una mucca, sa che la mucca fa “muuu” e adora stare tra le braccia della mamma. Ebbene, per me evidentemente la differenza non era così palese.

E dire che all’epoca di anni ne avevo sei e da poche settimane avevo cominciato a frequentare la prima elementare. Be’, è stato proprio alle elementari che, insieme alla maestra, ai compagni di classe e ai grembiuli è arrivato anche il mio primo vero nemico: il libro degli esercizi.

La scena che sto per descrivervi ce l’ho stampata in testa, è una specie di pietra miliare del disagio che già allora cominciavo a provare nei confronti della parola scritta, e il caso ha voluto che sia stata subito mia madre a farne le spese, o una mucca o forse entrambe. Ho vissuto felicemente in un posto particolare, gli altri la chiamavano “comunità di recupero”, io la chiamavo semplicemente “casa”. I miei genitori si erano innamorati lì ed è lì che io sono cresciuta fino ai dieci anni, circondata da molti bambini della mia età, con tantissimo spazio per giocare all’aperto e un appartamento molto grande che dividevamo con altre tre famiglie, tra cui quella del mio migliore amico.

Ora, immaginate con me. Interno giorno. Una stanza con un letto matrimoniale sulla sinistra della porta, un lettino proprio davanti all’ingresso con appesa sopra, quasi a protezione sindonica, una stampa della Primavera di Botticelli. All’angolo, una finestra di quelle da chalet di montagna, con i vetri a fondo di bottiglia. Fuori, una bella giornata di sole. Oltre ai letti c’erano un armadio a tre ante, una cassettiera e cinque mensole sparse sui muri, tutto dello stesso tipo di legno, un legno chiaro, giovane, ma resistente. Insomma, di spazio vitale non ce n’era moltissimo, ma stavamo bene.

Per personalizzare l’ambiente e dar sfogo alla mia creatività, mia madre mi aveva aiutato a disegnare delle farfalle con gli stencil: erano blu, di un blu un po’ pallido, però risaltavano bene sulle pareti bianchissime e ruvide, grezze ma non troppo. Il pavimento era di cotto bordeaux e la scuola era appena cominciata, faceva caldo e andavamo ancora in giro a piedi scalzi. Ecco, immaginate di essere con me in quella stanza, dopo un pomeriggio di giochi in cui avevo dato libero sfogo alla fantasia. A un certo punto, mia madre dice: “Prendiamo il libro che dovete portare a scuola domani e proviamo a fare qualche esercizio”.

Un proposito del tutto legittimo, un modo per rendere i primi approcci allo studio meno noiosi. Eppure, da quel momento in poi la mia visione del mondo è cambiata. Non sempre in peggio, ma è cambiata. Insomma, stavamo sul letto, mia madre seduta al centro e io e il mio amico Marcellino, compagno di giochi e di vita di tutta l’infanzia, un fratello quasi, accanto a lei. Fino ad allora io e Marcellino avevamo trascorso le nostre giornate così: scalavamo montagne di paglia nelle stalle dove c’erano gli animali da fattoria (anche qualche mucca, che non si pensi che non ne avessi mai vista una e per questo potessi essermi sbagliata) e andavamo in escursione nel boschetto dietro casa, un bosco che contava ben otto alberi e una decina di cespugli. In effetti, chiamarlo “bosco” era un po’ azzardato, ma a noi allora sembrava più grande e avventuroso del parco nazionale dello Stelvio. Sfrecciavamo coraggiosamente in due in bicicletta in discesa senza freni e, quando si cadeva, il meno dolorante riportava a casa l’altro. E soprattutto soffrivamo insieme in silenzio quando a cena c’era pesce bollito. Ecco, io e Marcellino eravamo inseparabili, fino a quel fatidico “mamma o mucca”.

Già, perché le cose belle, spesso, a un certo punto finiscono e i nostri pomeriggi immersi nella natura erano destinati a scontrarsi con la dura realtà della scuola dell’obbligo. Quindi, dicevo, eravamo tutti e tre sul letto e stavamo sfogliando questo libro che aveva delle immagini molto colorate con sotto scritte le rispettive parole: la parola “tavolo” e il disegno di un tavolo, la parola “tovaglia” con sotto l’immagine tutta variopinta di una tovaglia e via così, per tutto il libro. Bimbo e bolla, tela e trottola, pane e palla e infine l’incriminato “mamma e mucca”. Marcellino le aveva indovinate tutte, oppure le aveva già sapute leggere.

All’epoca stavo appena cominciando a rendermi conto che qualcosa non funzionava nel mio rapporto con le lettere, perché lui le gestiva benissimo e non mostrava alcuna esitazione nella lettura (per quanto possa essere veloce un bambino di sei anni), mentre io stavo lì a riflettere, a guardarle, capovolgerle, ribaltarle, e continuavo a faticare da matti per dar loro un senso. Però, visto che ancora non c’erano altri bambini con cui confrontarsi e che io sono sempre stata un tipo ottimista, niente affatto portata all’autocommiserazione, già allora pensavo che Marcellino fosse una specie di genio e io, in fondo, una bambina normale. Era lui quello speciale, che aveva un dono particolare e sapeva leggere alla velocità della luce: lo avevo eletto grande capo del tutto, un oracolo, al cui sapere dovevo a tutti i costi attingere, visto che ne avevo l’opportunità.

D’altronde, doveva essere per forza così: passavamo insieme ogni ora del giorno, quindi era impossibile che studiasse di nascosto per sembrare più bravo di me. Lo era e basta. Mi ero fatta questa convinzione e mi stava bene così. Poi però è arrivato il mio turno proprio alla pagina in questione e mia madre, fiduciosa, ha indicato la mamma del disegno e mi ha chiesto: “Mamma o mucca?”. Sono passati più di trent’anni, ma quel momento me lo ricordo come se fosse ieri. Sono entrata nel panico. Mamma o mucca? Mamma o mucca? Chi è quella del disegno? Be’, quella che sta indicando mia madre è una mamma, ovvio, ma accanto c’è anche una mucca. Sotto però c’è scritto qualcosa, ed è questo che interessa a mia madre, non il disegno. Bisogna leggere questa maledetta parola e scegliere tra mamma e mucca. Che poi, che differenza c’è tra le parole “mamma” e “mucca”? La prima lettera mi sembra che sia una emme. Non c’è tempo, devo dare una risposta, mia madre vuole sapere se la parola scritta si riferisce a una mamma o una mucca. Vabbè, dai, cinquanta e cinquanta, tiro a indovinare. Incrocio le dita. “Mucca”. no!

Risposta sbagliata. Peccato. Poco male, in fin dei conti non era mica un esame, non mi daranno un voto. Eppure, lo sconforto sul volto di mia madre pesava più di un 2 in pagella. Neanche la sua espressione, un misto di stupore, incredulità e una punta di biasimo, me la dimenticherò mai. Non che se la sia presa con me o mi abbia fatto chissà che storie, però ricordo lo sconforto nei suoi occhi. In quel momento ha prevalso, dopo un attimo di abbattimento, la stizza. “Ma come, Andrea! Non lo vedi che questa è una mamma e non una mucca?”.

In effetti, ora che mi ci faceva pensare era abbastanza evidente. Ma pochi secondi prima, quando dovevo darle una risposta, provando a leggere delle lettere strane, che non ne volevano sapere di mettersi tutte nel verso giusto, mi era sembrata una domanda difficilissima. Forse se avessi avuto il tempo di rifletterci su senza ansia, forse se Marcellino non avesse indovinato tutte le risposte in un lampo mentre io arrancavo dietro di lui, forse se mia madre non mi avesse guardato colma di aspettativa, mi sarei rilassata, avrei esaminato con serenità quella parola e sarei stata in grado di decifrarla, ma in quelle condizioni, con la pressione psicologica addosso, mi era sembrata un’impresa titanica e avevo deciso di puntare tutto sulla fortuna. Mi era andata male.

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