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Il fiume della coscienza. Un testamento di Oliver Sacks

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Prosegue con la consueta regolarità la traduzione di Adelphi delle opere di Oliver Sacks. Questa volta ad essere pubblicata è l’opera postuma del grande scienziato americano, scomparso nel 2015, che ricade sotto il titolo fortemente evocativo di Il fiume della coscienza (tradotto da Isabella Blum) e curato da tre dei suoi allievi, Kate Edgar, Daniel Frank e Bill Hayes.

Due settimane prima della sua morte, scrivono i curatori, Sacks stabilì le linee generali di quest’ultimo libro, ma l’origine della sua creazione risale al 1991 quando, durante una discussione televisiva (visibile in parti su Youtube) Sacks si concentrò sulle questioni più importanti della scienza, come l’origine della vita, il significato dell’evoluzione o la natura della coscienza. In quel frangente si accorse di avere un profondo interesse anche per i campi della scienza che esulavano dalle neuroscienze o dalla medicina, spinto da un entusiasmo conoscitivo e da una grande curiosità, fattori che segnano la sua opera come testimoniano gli intrecci tra musica e cervello nel celebre Musicofilia o tra poesia, letteratura e scienza in Allucinazioni (e a testimonianza di questo continuo fiorire, scrive che «le idee, come creature viventi, possono emergere e fiorire andando in tutte le direzioni, oppure abortire ed estinguersi in modi del tutto imprevedibili»).

In questo nuovo testo sono i nomi dei tre grandi «eroi» di Sacks, Darwin, Freud e William James, a guidare la ricerca, autori con i quali Sacks ha intrattenuto un continuo dialogo nella sua vita e con ognuno dei quali aveva particolari legami: «Come Darwin – riassumono i curatori –, Sacks era un acuto osservatore e traeva un gran piacere nel raccogliere esempi, molti dei quali provenienti dalla sua fitta corrispondenza con pazienti e colleghi. Come Freud, si sentiva spinto a comprendere il comportamento umano nelle sue manifestazioni più enigmatiche. E come James […] Sacks rimane sempre concentrato sulla specificità dell’esperienza».

Proprio perché vivono di una curiosità mai imbrigliata dagli steccati disciplinari, questi agili, ma sempre approfonditi e scientifici saggi toccano temi che non possono non coinvolgere il lettore: prendendo a prestito la quotidianità e le sue occorrenze, Sacks si addentra nel mondo della botanica, della biologia e della filosofia, non mancando mai di riferirsi alla chimica, alla psicologia e alla fisica, riuscendo, con la sua consueta scrittura, a rendere appassionanti e coinvolgenti i mondi, talvolta asettici per natura, della scienza.

Uno dei saggi più belli della raccolta è Velocità, sul rallentamento o sull’aumento di velocità degli oggetti e, più in generale, sul movimento e il tempo e i modi attraverso i quali è possibile che alcuni momenti sembrino più rapidi o più lenti alla nostra coscienza. Dialogando con le descrizioni «quasi cinematografiche» del H.G. Wells di La macchina del tempo e Il nuovo acceleratore, con la storia di una sostanza che accelera di diverse migliaia di volte la percezione, i pensieri e il metabolismo di che la assume, Sacks finisce per interrogarsi sulla natura più profonda dello scorrere del tempo, chiedendosi se le leggi che regolano la velocità di uomini, piante o animali, possono assumere un valore diverso da quello che hanno nella realtà, «in quale misura, cioè, esse fossero vincolate da limiti interni, e in quale misura da fattori esterni quali la gravità della Terra, la quantità di energia ricevuta dal sole, la quantità di ossigeno presente nell’atmosfera».

L’analisi si sposta poi sui meccanismi che regolano lo scorrere del tempo nella vita dell’uomo e come al solito Sacks immerge la riflessione, che si arricchisce di riferimenti a Dostoevskij e Michaux, nella sua storia personale: «Spesso si dice che, quando si invecchia, il tempo sembra andare più velocemente e gli anni corrono: o perché quando si è giovani i giorni sono pieni di impressioni nuove ed emozionanti; o perché, invecchiando, un anno diventa una frazione sempre più esigua della propria vita. Ma se è vero che gli anni sembrano scorrere più rapidamente, questo non vale per le ore e i minuti, che restano gli stessi di sempre».

Attraversando il mondo della fantascienza e degli studi neurologici riferendosi alla sindrome di Tourette o al morbo di Parkinson, Sacks illustra i modi attraverso i quali possiamo ridurre durate quasi illimitate di tempo (guardando mediante il computer i tredici miliardi di anni della storia dell’universo ad esempio), con strumenti che amplificano le nostre percezioni e le portano a «un livello infinitamente superiore a quello uguagliabile da qualsiasi processo biologico».

Il saggio si chiude con una riflessione che sembra un omaggio non solo alla scienza e alle sue continue direzioni di sviluppo, ma anche, forse, alla nostra limitatezza, perché è essa che ci consente di immaginare; attraverso questi strumenti, scrive infatti Sacks, «benché bloccati nel nostro tempo e vincolati alla nostra velocità, possiamo – con l’immaginazione – addentrarci in qualsiasi tempo e sperimentare qualsiasi velocità».

Altrettanto affascinante è il saggio sulla rimembranza e sulle sue trappole, intitolato La fallibilità della memoria: si tratta di un percorso nel quale Sacks illustra con parole tanto semplici quanto inquietanti, il viaggio che percorre la mente nei ricordi, spiega l’insorgere di dimenticanze, di ricordi di fatti in realtà mai accaduti o ricerca il funzionamento dei meccanismi che guidano la mente quando essa richiama un evento accaduto. Anche qui il punto di partenza è un’occorrenza personale («Ho il sospetto che molti dei miei entusiasmi e dei miei impulsi, che mi sembrano in tutto e per tutto miei, possano essere scaturiti da suggerimenti altrui dei quali ho subito, in modo più o meno consapevole, la forte influenza, e che poi ho dimenticato»), ma l’indagine di Sacks ha un valore universale perché arriva a considerare i prodotti dei meccanismi agiti dalla memoria, «fallibile, fragile», come le uniche vere narrazioni della nostra vita.

Il fiume della coscienza è dunque per sua natura un’opera testamentaria, l’esecuzione delle ultime volontà di uno dei più grandi scienziati, ma anche tra i curiosi avrà certo un ruolo di primo piano, del Novecento: tale curiosità si fa però, come sempre accade con i suoi libri, contagiosa e le difficili questioni che vengono indagate diventano materiale per interrogarsi continuamente sui funzionamenti, sconosciuti, della nostra mente e dare un senso diverso alla nostra quotidianità.

Matteo Moca è dottore di ricerca in italianistica e insegnante. Scrive, tra gli altri, per Il Tascabile, Il Foglio, Il Riformista, L’indice dei libri del mese, Blow Up e il blog di Kobo. Ha curato per Quodlibet il romanzo di Giovanni Faldella “Madonna di fuoco e Madonna di neve” e pubblicato la monografia “Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett”.
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