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La ragazza della vignetta

Questo pezzo è stato parzialmente pubblicato sul Venerdì di Repubblica.

Pochi sanno che negli anni del college e prima ancora in quelli del liceo la scrittrice americana Flannery O’Connor disegnasse vignette. Raccolte adesso per la prima volta in un unico volume (Flannery O’Connor The Cartoons, a cura di Kelly Gerald e con un’introduzione dell’artista Barry Moser, Fantagraphics Books, $ 22.99), sono incisioni su linoleum e disegni a inchiostro. Per la gran parte pubblicate nei primi anni quaranta sulle riviste delle scuole (la Peabody High School e il Georgia State College for Women), sono rigorosamente in bianco e nero, ironiche, a tratti buffe, ogni tanto grottesche, forse propedeutiche alla scrittura a venire.

La prima cosa che viene in mente guardando i “cartoons” di O’Connor è che non è nemmeno necessario collegarli alla sua opera. I soggetti disegnati sono gli abitanti di una cittadina americana, gente comune, prevalentemente donne, mai belle, goffe, comiche. Spesso sono studentesse. Dicono cose tipo: “Mi spezza il cuore dover partire per un’intera estate”. E intanto ballano per dimostrare l’esatto contrario. Oppure domandano: “Ma secondo te gli insegnanti sono necessari?” Studentesse che sono delle varianti di sé e delle sue amiche. E sono brillanti e sono scanzonate. Ce n’è qualcuna, ogni tanto, che non dice niente. Si muove e basta. Apre un ombrello. Prova una collana. Si addormenta appoggiata a un palo. Tiene in mano una racchetta da tennis. Se ne sta sdraiata sul letto in pigiama a gambe accavallate e legge un libro. Fa la vita quotidiana di una studentessa dell’America dei primi anni quaranta.

Il disegno più bello è in fondo al libro. È scollegato da tutto il resto. È un sorriso fatto soltanto di denti, poco più di uno scarabocchio. Accanto ha la scritta, con tanto di freccetta: disembodied smile, sorriso incorporeo. È preso da una lettera del 1960 all’amica Maryat Lee. Disegnato in fondo a tutto per farla sorridere. Poi, qualche pagina più avanti, nella postfazione al libro in cui si racconta la vita e l’arte di Flannery O’Connor, infelicissima ma mai senza scrittura, si staglia tra gli altri il consiglio: “Se vuoi scrivere fiction, smettila di cercare la tecnica giusta e inizia solo a guardare”. E in quel suo mettere lo sguardo al centro dell’arte dello scrivere sta ogni possibile nesso tra disegno e parola. Che altro non è che la saggezza appresa quando rinchiusa nelle quattro pareti della propria stanza dedicava energia e ingegno a visualizzare qualcosa o qualcuno. E poi a modo proprio, con qualsivoglia tecnica, lo riproduceva sopra un foglio di carta. Riproduceva anche se stessa talvolta, senza bisogno di uno specchio per sapere come era fatta. Consapevole di essere sempre e comunque la ragazza che al college chiamavano “the cartoon girl”, la ragazza della vignetta.

Intervistata nel 1941 dalla rivista del liceo, le venne chiesto: Mary Flannery, qual è il suo hobby? E lei: Collezionare lettere di rifiuto degli editori. Aveva sedici anni, e già sapeva che per sedurre devi fare ridere.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
Un commento a “La ragazza della vignetta”
  1. piero scrive:

    Flannery è un genio mai abbastanza rivalutato in libreria…

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