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Flash fiction: un vizio francese

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Questo pezzo è uscito su Doppiozero. (L’immagine è di Vincent Bousserez)

di Federico Iarlori

Beato chi ha il dono della sintesi. Soprattutto se – come accade oggi – allo spazio illimitato del web fa eco un radicale ridimensionamento del tempo che ciascuno di noi ha a disposizione. La visibilità è oramai diventato un valore indispensabile per l’esistenza stessa di un prodotto culturale e – i giornalisti lo sanno bene – internet ha imposto delle nuove e implacabili regole formali: conquistare un lettore in più, anche solo strappare un retweet o un click di un utente sul proprio contenuto, comporta come minimo reattività, brevità, senso dell’incipit e, perché no, una buona dose d’ironia. E se anche gli scrittori seguissero l’esempio?

Il cronista e critico d’arte Félix Fénéon aveva già capito tutto all’inizio del secolo scorso. Con le sue Nouvelles en trois lignes (raccolte e tradotte da Adelphi nel libricino Romanzi in tre righe) l’autore francese è riuscito a conquistare i lettori raccontando sul quotidiano Le Matin dei fatti di cronaca in 100/135 battute. Rielaborati a partire dai dispacci dell’ultim’ora che arrivavano alla redazione del giornale, i testi di Fénéon sono dei gioielli di ironia e di cinismo il cui stile ricorda molto quello dei tweet odierni. Non a caso esiste un profilo Twitter dello scrittore su cui sono stati postati quotidianamente i suoi “romanzi”. Una riga per l’ambiente, una per la cronaca, una per il finale a sorpresa e il gioco è fatto. Eccone un esempio: “Senza casa né lavoro, Louis Lamarre aveva però qualche soldo in tasca. È entrato in una drogheria di Saint-Denis, ha comprato un litro di petrolio, e se l’è bevuto.”

Se quelle di Fénéon erano storie di cronaca, c’è chi invece ha provato a utilizzare la forma molto breve per raccontare delle fiabe. È il caso dei Contes liquides (Racconti liquidi, 2012) di Jaime Montestrela, un autore immaginario creato dalla penna dello scrittore (e membro dell’OulipoHervé Le Tellier. In meno di dieci righe, lo scrittore portoghese che Le Tellier “ha sottratto all’oblio” ci racconta delle storie fantasiose e paradossali il cui effetto comico è assicurato. Eccone una: “Nella città di Chiannesi (Umbria, Italia), di Martedì grasso, era usanza che ciascuno scambiasse il suo spirito con quello di un altro, cosicché le donne giocavano a fare gli uomini, i bambini a fare i genitori. La cosa valeva anche per gli animali, e si potevano vedere i topi che giocavano crudelmente con i gatti. La municipalità vi mise fine definitivamente nel 1819, quando lo scambio tra vacche e mosche divenne un dramma.”

Le vie della letteratura brevissima sono infinite. Con il suo La vie (La vita, 2012), lo scrittore francese Régis de sá Moreira è riuscito a scrivere un romanzo composto da micro-racconti di non più di sei righe concatenati l’un l’altro. Grazie all’utilizzo costante della focalizzazione interna, il punto di vista del lettore si sposta continuamente da un protagonista all’altro della storia e il risultato, talvolta, è divertente. Eccone un estratto: 1) “Ho cercato il mio accendino nelle mie tasche e gliel’ho dato, aveva l’aria contenta. Non avevo niente di concreto da fare quella mattina, ne ho approfittato per accendermi una sigaretta e mi sono messo a fumare tranquillamente. Il mio telefono ha squillato, ho visto chi era e non ho risposto.” 2) “Questo stronzo non ha risposto, ho esitato nel lasciargli un messaggio ma mi sono detta che poteva andare a farsi fottere. Mi sono avvicinata alla finestra e ho visto i miei vicini che facevano colazione.” 3) Il caffè era freddo, i toast erano bruciati, mia moglie non diceva niente. Mi sono alzato per far riscaldare l’acqua e le ho chiesto se si andava a pranzare da sua madre.” 4) “L’ho guardato senza rispondere, ho sospirato e gli ho detto di sì. È da dieci anni che pranzo da mia madre tutti i giovedì.” E così via per 120 pagine.

Al di là dell’effetto comico o del gioco puramente stilistico, gli autori di flash fiction possono raggiungere anche delle vette di lirismo inaspettate. È il caso di Régis Jauffret e delle sue Microfictions (2007), più di mille pagine per più di cinquecento testi di una pagina e mezza raccontati in prima persona (e in rigoroso ordine alfabetico).

Ne viene fuori un campionario delirante di ossessioni, stranezze, cattiverie e humour nero, e in cui c’è posto per tutto: da Kafka a Philippe Stark, da Nietzsche alla Olivetti fino a titoli quantomeno curiosi quali Cantanti froci, Vulva di mosca, Incesto e hamburger e Mia madre era una puttana. Volendo citare casi più recenti, c’è quello di Joël Egloff, che con le sue Libellules (2012), ci restituisce attraverso brevi testi poetici la personalissima visione che uno scrittore getta sulle piccole banalità della vita quotidiana; o quello di Emmanuelle Pagano, che in Nouons-nous (Stringiamoci, 2013) ha utilizzato la forma del frammento per analizzare nel dettaglio tutte le sfumature delle relazioni amorose.

È probabile che tutti loro debbano qualcosa al collega Jean-Paul Dubois, uno dei primi in Francia ad utilizzare la forma breve (e ironica) per dipingere i ritratti dei personaggi insoliti, cinici e divertenti che compongono il suo Parfois je ris tout seul (A volte rido da solo, 1992). È proprio lui a firmare la prefazione a La pazienza dei bufali sotto la pioggia (2009), dell’ex giornalista francese David Thomas, recentemente pubblicato in Italia dalla Marcos y Marcos (Traduzione di Maurizia Balmelli), una galleria di ritratti scritti “con un’infinita leggerezza, una grande precisione e quella dolcezza realista tipica delle Polaroid”.

La forma breve (o brevissima) – lo si diceva in apertura – rappresenta un’imperdibile occasione per stabilire un dialogo costruttivo tra il web e la carta stampata. Ne è un ottimo esempio L’autofictif, un blog nel quale lo scrittore francese Éric Chevillard riversa ogni giorno (365 giorni all’anno) le sue storie quotidiane, più o meno deformate dal suo impetuoso talento immaginativo. Ogni anno i suoi testi vengono raccolti e pubblicati integralmente dalla casa editrice L’arbre vengeur.

Nonostante il genere della flash fiction sembri adattarsi perfettamente alle esigenze dei consumatori odierni, venda piuttosto bene e faccia incetta di premi, gli editori continuano ad essere scettici. “Se il racconto è il parente povero della letteratura, il frammento è il suo parente precario – mi racconta David Thomas. – Secondo me questo tipo di letteratura è il futuro, ma forse sono l’unico a pensarlo.” Lapidario, no?

Commenti
Un commento a “Flash fiction: un vizio francese”
  1. marco m scrive:

    bravo Federico!

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