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Focus Baudelaire – I fiori del male al Teatro Argentina

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di Chiara Babuin e Adriano Ercolani

Il 9 Aprile 1821 nasceva a Parigi Charles Baudelaire, padre della poesia moderna, genio dell’intuizione filosofica paradossale, profetico critico d’arte, maestro tormentato di gnosi e vittima gloriosa della metafisica, supremo virtuoso della parola ridotto all’afasia, cantore dell’elevazione spirituale morto strozzato dalle bestemmie.

Un acrobata ebbro e sprezzante, teso verso l’infinito sull’abisso dell’inferno interiore, devoto così fedele del Bello da cercarlo in fondo al baratro dell’orrore, fascinosa e straziante incarnazione delle contraddizioni umane sublimate nel miracolo artistico di versi (e mirabili prose poetiche) di sovrana eleganza formale, proprio nella testimonianza spietata dell’epifania del Male.

Baudelaire, ovvero il maestro che il sedicenne Rimbaud nella Lettre du Voyant definirà con parole destinate all’immortalità: “il primo veggente, il re dei poeti, un vero Dio”.

L’ossimoro straordinario che dona il titolo alla sua opera più nota, I Fiori del Male, è in realtà il sigillo simbolico del suo percorso di ricerca, quello di uno yogi decapitato, asceta del vizio, un’anima in esilio nelle sordide estasi del corpo.

Rimandiamo per un approfondimento delle feconde e strazianti contraddizioni dell’esistenza e l’opera del poeta al bellissimo Il ribelle in guanti rosa. Charles Baudelaire (Mondadori) di Giuseppe Montesano.

Ora, a questo gigante della poesia di ogni tempo, Roma (grazie alla Accademia Filarmonica Romana in collaborazione col Teatro di Roma) ha dedicato un omaggio senza precedenti, in cinque incontri dall’11 al 25 marzo: Focus Baudelaire al Teatro Argentina.

Cinque appuntamenti, si è detto, come cinque sono le sezioni de I Fiori del Male: Spleen et ideal, Les Fleurs du mal, Révolte, Le vin e La mort. La struttura di questo poema, costituito da cento poesie, è imponente quanto leggiadra; è stata calibrata in maniera meticolosa, seppure e soprattutto, con lo slancio verso l’Infinito (“È necessario vivere/Bisogna scrivere/All’infinito tendere/Ricordati Baudelaire” cantano nel loro omaggio pop i Baustelle), come solo le opere dei più grandi maestri possono essere. Immaginare quindi lo sgomento, tra l’ingenuo e l’irato, del poeta francese quando la Cassazione francese, in seguito a un processo con l’accusa di oltraggio alla morale pubblica e religiosa, obbligò Baudelaire e l’editore a purgare da I Fiori del Male ben sei poesie: la perfetta struttura dell’intera opera venne automaticamente compromessa e distrutta.

L’intento di Nicola Muschitiello e dell’evento stesso è proprio quello di ridare dignità e prestigio all’originale (e perciò intoccata) versione dell’opera più famosa di Baudelaire, facendo ulteriormente brillare i suoi straordinari versi con opere senza verso: brani di compositori cari e coevi al poeta, eseguiti al pianoforte da Roberto Prosseda.

Il primo incontro (11 Marzo) ha proposto brani di Ludwig Van Beethoven (Sonata n.14 in do diesis minore, Sonata 27 in mi minore e estratti dalle Bagatelles op.126), scelti sapientemente nell’opus del genio tedesco  per aderire alla splendida descrizione tributata baudelariana: Beethoven per il poeta è stato colui che “cominciò a disperdere i mondi di malinconia e inguaribile disperazione, ammassati come nuvole nel cielo interiore dell’uomo”.

La seconda serata (15 Marzo) ha invece proposto brani di Franz Liszt, soprattutto in chiusura sottolineiamo il celebre Harmonies du soir (composizione quasi omonima della celebre poesia di Baudelaire, in seguito messa in musica da Pierre De Bréville e Debussy): non possiamo non ricordare come a Liszt Baudelaire abbia dedicato uno splendido poemetto in prosa ne Lo Spleen du Paris, Il tirso, accostando la figura del musicista al tirso, il sacro bastone di Dioniso e dei suoi devoti: “Il tirso è la rappresentazione della vostra sorprendente dualità, potente e venerato maestro, caro Baccante della Bellezza misteriosa e appassionata. Mai ninfa esasperata dall’invincibile Bacco agitò il tirso sulle teste delle sue compagne invasate con la capricciosa energia con la quale voi agitate il vostro genio sui cuori dei vostri fratelli”.

Terzo e quarto appuntamento (18 e 22 Marzo) sono stati dedicati invece a Chopin, la cui opera Baudelaire descrisse magnificamente come “«una musica lieve e appassionata che somiglia a un brillante uccello che volteggia sugli orrori di un abisso”.

Nell’ultimo incontro (25 Marzo), accanto a una travolgente interpretazione della lisztiana Aprés une lecture de Dante, Roberto Prosseda ha concluso con una commovente trascrizione per pianoforte, proprio d Liszt, del Liebestraum (tratto da Tristan und Isolde), ovvero con l’omaggio a Richard Wagner, il compositore forse più amato da Baudelaire, al quale dedicò un celebre saggio e a cui scrisse una vera e propria lettera da ammiratore il 17 Febbraio 1860: “Dal giorno in cui ho ascoltato la vostra musica, ho detto a me stesso all’infinito, e soprattutto nei momenti tristi, «Se solo potessi sentire un po’ di Wagner stasera». E non c’è dubbio che anche altri avranno i miei stessi sentimenti. In conclusione, voi avreste dovuto essere soddisfatto del pubblico, il cui istinto è stato ben più forte del cattivo sapere dei critici giornalisti. Perché non prendete in considerazione l’idea di dare ancora qualche concerto, aggiungendo nuovi pezzi? Ci avete fatto gustare un assaggio di delizie mai provate: avete il diritto di privarci di quel che segue? Ancora una volta, signore, vi ringrazio: in alcuni momenti infelici mi avete riportato a me stesso e a ciò che è grande”.

Interessante notare, peraltro, come in questa lettera Baudelaire anticipa, per contrasto, un tema caro a uno dei suoi più grandi esegeti, Walter Benjamin (autore del saggio cruciale saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica) che di lui scriverà splendidamente in Angelus Novus: “Egli ha mostrato il prezzo a cui si acquista la sensazione della modernità: la dissoluzione dell’aura nell’«esperienza» dello choc. L’intesa con questa dissoluzione gli è costata cara. Ma essa è la legge della sua poesia”.

Ci preme dirlo subito: Focus Baudelaire è un evento culturale pensato e strutturato in maniera intelligente e degna. La lettura integrale della versione originale, a quanto risulta, non era mai stata proposta prima, nemmeno in Francia, nemmeno a Parigi, città che più di chiunque altro Baudelaire ha saputo celebrare, come un moderno alchimista della psiche: “Tu m’as donné ta boue et j’en ai fait de l’or” (“Parigi, tu mi hai dato il tuo fango e io ne ho fatto oro”), così, infatti, aveva ipotizzato di concludere, in uno dei possibili epiloghi, la sua raccolta poetica.

Eppure, nonostante il grande entusiasmo col quale ci siamo accostati all’iniziativa, dobbiamo confessare una certa delusione.

La lettura di Nicola Muschitiello (traduttore e fine dicitore protagonista dell’evento), pur nel grande rispetto che ispira il progetto, appiattisce l’imponente gamma di sfumature emotive meravigliosamente espresse da Baudelaire (dalla venerazione amorosa alla lussuria vorace, dal sarcasmo crudele all’implorazione contrita, dall’esaltazione quasi superomistica alla depressione splenetica) in un costante lamento monocorde.

Davvero, abbiamo vissuto, come nella prima sezione della raccolta, la contraddizione tra Spleen e Ideale: idealmente, l’evento si proponeva come un monumento d’amore dedicato all’opera più fascinosa e illuminante della poesia moderna, che, attraverso un complesso labirinto allegorico,  conduce “l’ipocrita lettore” all’epifania del Bello; nella realtà, durante l’ascolto l’unica epifania è stata proprio quella dello spleen, alla nona (in realtà, molto prima) poesia letta sempre con lo stesso tono (tra il lamento e la stanchezza perpetua), senza ironia, senza vitalità. Troppo carichi di mille sfumature sono i versi di Baudelaire per essere recitati da un, seppur sapiente, letterato. L’immedesimazione, il processo di straniamento, il ritmo vocale, l’emozione data dall’uso sapiente di respirazione e diaframma sono tecniche e abilità appartenenti agli attori. E non a tutti, ma ai più grandi.

Le traduzioni, per un verso fedeli all’equilibrio per contrasto nell’originale tra la gelida eleganza del verso alessandrino e la violenta immaginazione del gergo popolare, si sbilanciano troppo spesso sul lato più grossolano del Tao poetico baudelairiano: La sfiga come traduzione di Le guignon è francamente una concessione eccessiva. Troppo diversa la musicalità della lingua italiana, rispetto a quella francese per tentare un approccio melodioso. In questi casi, sarebbe forse meglio tradurre alla lettera, invece di sperticarsi, seppur con indubbia profonda dedizione allo sforzo filologico,  in versioni troppo personali; soprattutto se le diversità di sensibilità tra il poeta originale (Baudelaire) e l’omaggiante (Muschitiello) sono cospicue. Senza cadere in trappole critiche autobiografiche alla Sainte-Beuve, non bisogna dimenticare che Baudelaire era, come tutti i geni, una persona complessa: un dandy provocatorio che passeggiava per Parigi con i capelli verdi e i guanti gialli (o comunque di colori non esattamente conformi al gusto borghese); uno stilnovista calato dionisiacamente nella modernità; figlio adorante di una madre non esattamente materna; amante passionale ed eterno bambino, al limite dell’ingenuità; esploratore del presente (una Francia di metà ‘800 che si apriva alla grande rivoluzione tecnologica e industriale), alfiere del moderno, apprezzatore degli impressionisti innovatori, ma incredibile detrattore della Fotografia. Di queste contraddizioni e molto, moltissimo altro sono imbevuti i versi della sua opera più conosciuta.

Del resto, solo l’altro grande e inquieto CB (Carmelo Bene) sarebbe stato all’altezza di declamare degnamente i versi ardenti d’intatto splendore dei Fleurs.

Dunque, crediamo sia corretto riconoscere il talento e la preparazione di Muschitiello nelle introduzioni a ciascuna serata: non è facile apporre proprie parole prima della lettura di uno dei massimi prodigi dell’arte poetica.

Nelle sue brevi note dedicate al pubblico meno esperto, Muschitiello ha comunicato tutto il suo profondo culto, e l’impeccabile conoscenza, dell’opera baudelairiana, toccando corde forse più commoventi, nei suoi sentiti omaggi a braccio, che nelle letture successive.

In conclusione, al di là dei limiti forse invalicabili dell’interpretazione integrale (a tratti soporifera nel cercare d’essere ipnotica), lodiamo il nobile intento e ringraziamo comunque per il coraggio e l’ampiezza di visione: l’aver voluto mettere in scena l’innamoramento sempiterno scatenato dall’opera di Baudelaire ci desta un sentimento di intima empatia col traduttore e interprete.

Speriamo comunque che l’Accademia Filarmonica Romana possa riproporre eventi di questo genere, in cui grande musica e grande poesia vengono offerti con rispetto e competenza al grande pubblico.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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