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Che forma dare alla paura

di Saverio Mariani

È mercoledì 18 marzo, più o meno l’ora di pranzo. Mi alzo dalla scrivania in salotto dove lavoro, dopo aver salutato il mio collega con il quale stavo parlando via Skype. Fuori di qui c’è una cosa che ci spaventa, e le reazioni alle cose che ci spaventano mi hanno sempre attirato.

Sono chiuso in casa da oltre dieci giorni: da solo in 62 metri quadri con due finestre, una affacciata su un vicolo stretto e sempre in ombra, l’altra che da su una piazzetta poco trafficata. Di solito non lavoro da casa – non mi piace, mi distraggo, inizio trenta cose e non ne finisco una – ma ora, da una settimana, sto chiuso fra queste mura spesse del centro storico di Spoleto.

Ho appena letto sul sito del governo che è possibile uscire per fare attività motoria, purché non sia in gruppo. Allora mi cambio, metto le scarpe da running ed esco, attraverso la piccola piazzetta davanti casa, mi arrampico verso la parte più alta della città passando su via Monterone e poi giro a destra in un vicolo pianeggiante – via Delle Felici – in fondo al quale si scopre una bella vista verso sud. Salgo una decina di scalini e sono all’entrata dell’anello di asfalto lungo un chilometro che circonda la Rocca Albornoziana. Su quest’area pedonale c’è sempre qualcuno che cammina, persone sulle panchine, qualche corridore. Gli abitanti del centro storico sono perlopiù anziani e qui, in un ambiente ampio e aperto rispetto al claustrofobico ammasso di case e palazzi arroccati sulla base di questa montagna, trovano un luogo dove respirare anche con lo sguardo. Nell’intero comune (quasi 350 km quadrati di superficie) abitano circa 38 mila persone, con un’età media intorno ai 50 anni. Nel 2019 le persone con un’età fra i 70 e i 100 anni erano oltre 8 mila, il 22% della popolazione.

 

Non appena inizio a correre lungo l’anello in direzione est, a sinistra, guardando verso nord, mi si apre l’intera Valle Spoletana. Nei giorni più limpidi si vede anche un angolo di Perugia che rimane oscurata da quell’enorme panettone che è il Monte Subasio. La vista da qui è notevole: in senso orario, a partire da sinistra vicino a me c’è la collina di Monte Pincio, più giù i Monti Martani e in fondo Montefalco; più a destra la catena del Monte Brunette, su cui si appoggia Trevi, e poi il Monte Pettino che finisce dentro Campello sul Clitunno; in mezzo una pianura umida e tranquilla: Spoleto, Castel Ritaldi, Foligno e Bastia, fin là dove c’è Perugia, a circa 60 km da qui, e poco prima Assisi con l’enorme basilica seduta sugli archi che la sostengono.

Oggi c’è un silenzio che non ricordavo potesse esistere in questo posto. Dalla vallata, di solito, sale il rumore delle auto e l’incomprensibile mistura di rumori che la città continuamente compone; e invece oggi corro sentendo il ritmo che i miei piedi scandiscono sull’asfalto. Le nuove scarpe da corsa attutiscono il colpo che il mio corpo pesante assesta al terreno. Dopo tre o quattro giri mi fermo di nuovo alla balaustra, il respiro è un po’ affannato e ho caldo. Da sopra guardo il lungo viale che dalle porte storiche della città va, dritto come una canna di fucile, verso la stazione ferroviaria dove c’è in esposizione, dal 1962, il famoso Teodelapio di Alexander Calder.

Mentre corro incontro solo tre persone: un uomo che legge Safran Foer mentre cammina col busto eretto e le braccia tese in avanti a mo’ di leggio; una donna anziana ma pimpante che fa la sua passeggiata; un signore che fa pisciare il cane. Ci siamo guardati ma non ci siamo salutati, anzi ci allontaniamo un po’ l’uno dall’altro.

Per scendere verso casa decido di passare in Piazza Campello, poi in Piazza del Mercato, attraversare un pezzo di Corso Mazzini per arrivare poi in Piazza della Libertà dove, svoltando a sinistra, entro nella via di casa. Non c’è nessuno, come in agosto quando, finito il Festival dei Due Mondi (venti giorni di teatro, musica, danza e arte che portano in città molte persone) e la sua leggera scia, in barba al poco turismo culturale che ancora sopravvive, Spoleto si chiude, soporifera, dentro le spesse mura dei palazzi del centro. C’è un gran silenzio oggi, e una luce bellissima data da questo sole bianco che esalta tutto il pulviscolo di umidità che stagna ai bordi montuosi della vallata – saranno le due del pomeriggio passate oramai. Penso a quante volte, in questi giorni di quarantena, ho sentito al tg che le città deserte apparivano spettrali. Qui tutto è tranne che spettrale. Qui la terra sembra ferma, ritratta come un elastico a riposo. La città si pone come ci poniamo noi quando siamo costretti a stare davanti alle cose spaventose: immobili, ma presenti. Questa reazione ordinaria alla paura mi piace, la osservo da dentro e non mi turba, mi sa così umana perché fragile. Forse diventare grandi è iniziare a famigliarizzare con la paura, ovvero con tutte quelle declinazioni di un’unica atavica paura: quella di morire, di scomparire, di dover lasciare.

In questa periferia del mondo sembra che possa succedere di tutto, ma in tono minore; non certo arriverà qualcosa per sconvolgerci. Allora non è solo una più che comprensibile paura la risposta che questa città dà all’emergenza, ma è una sua congeniale staticità. Del resto, non avere picchi di vitalità significa non soffrire quando la curva inevitabilmente si abbassa. Tenere una velocità media, costante, regolare e soprattutto accessibile a molti (a quasi tutti), eccolo il segreto di questo posto, periferia che una volta è stato centro del potere e lo ha perso, gettando nella storia una buona dose di sangue.

Qualcosa però – mentre sono quasi a casa e mi fermo a bere alla fontanella di Piazza della Libertà, affacciata sul vuoto che termina col semicerchio del Teatro Romano – mi smuove da questa certezza che ho appena raggiunto. È un dubbio: cosa pensano gli altri, dietro queste mura spesse e fredde? Che forma riescono a dare alla paura?

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