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Forte Fanfulla, l’epilogo in festa di una favola suburbana

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(Immagine: gli Wow! in concerto al Forte Fanfulla. La foto è di Paola Micalizzi)

di Paola Micalizzi 

In un piccolo quartiere di una grande città in questi giorni si sta concludendo, a suon di tamburi, una favola metropolitana iniziata otto anni fa.

Come in tutte le storie che si rispettino, i protagonisti dell’epica missione si incontrarono grazie a coincidenze inverosimili, che se avessimo il tempo di raccontare dimostrerebbero l’infallibilità della teoria dei sei gradi di separazione.

Si tratta di due calabresi, un francese, un molisano e un romano che presero in affitto a settembre 2006 l’ormai celebre capannone di via Fanfulla da Lodi 101, Pigneto, Roma. Andrea, Luca, Manu, Marco e Poppy: cinque amici che avevano poco da perdere e le passioni adatte all’impresa, chi per la musica, chi per la carpenteria, chi per il vino, chi per la gente.

Pochi soldi di investimento per iniziare, le maniche rimboccate e nessuna idea precisa di cosa sarebbe diventato il posto. Tra i divani trovati per strada, le sedie e i tavolini recuperati dall’adiacente Bar Necci, una credenza monumentale prelevata da una catapecchia dove viveva uno dei soci e un bancone comprato su internet, andato a ritirare a Milano con un furgone in affitto (a/r in giornata), nasceva un posto che avrebbe fatto la storia di una piccola parte di Roma. Il pezzo forte fu il biliardino con una sola, profetica, regola: “Chi perde, esce”.

L’apertura ufficiale in pompa magna fu fissata per il capodanno del 2007, e comunicata con il passaparola agli amici degli amici, che accorsero numerosissimi. Si parla di una zona dove non esisteva ancora nessun posto dove uscire la sera, a parte lo Yeti, bistrot che aprì un annetto prima, e il più antico ristorante Infernotto, che per un target di giovani quasi disoccupati era decisamente troppo caro. Il Pigneto era buio, fatiscente, con saltuari incendi di cassonetti e ubriaconi, forse innocui, che si aggiravano per le strade deserte. Quelle stesse strade intorno all’Isola pedonale, ormai area calda della movida cittadina, dove oggi si mischiano tra la folla del fine settimana.

Senza avere un radicamento nel quartiere, che al tempo era stato scelto dai più coraggiosi o dai più sprovveduti come luogo di residenza per soli motivi di tipo economico, i cinque avventurieri strinsero presto rapporti di amicizia con tutti, grazie al loro aspetto inoffensivo e al modo di fare bizzarro.

Fin dai primi giorni di apertura si raccolsero attorno al locale coloro che avevano bisogno di un posto per esprimersi – parola abusata ma ancora attuale – in un contesto dove la loro alienazione sarebbe passata del tutto inosservata. Il palco fu dato in pasto a qualsiasi musicista e clown del quartiere che lo richiedesse: bande popolari, comici che non facevano ridere, mitomani che si esibivano con cani ululanti, e man mano gruppi underground che suonavano una musica talvolta inascoltabile anche per i loro stessi amici.

Underground a chilometro zero, quel movimento che in seguito fu inquadrato come Borgata Boredom su Blow Up (febbraio 2011) dall’indigeno giornalista musicale Valerio Mattioli. Boredom non è proprio rabbia, neanche frustrazione, forse nemmeno disagio – altra parola ormai abusata – bensì liberazione dall’obbligo di soddisfare le aspettative di chicchessia, non solo del grande pubblico ma anche della stessa nicchia. La vera libertà: I don’t care, sticazzi, non sottoporsi alla regola dello scambio – ti do piacere, mi dai approvazione. Io rischio di darti fastidio, e nonostante questo tu mi accetti, anzi, per qualche strano motivo della tua psiche difettosa, mi desideri. Il ribaltamento delle dinamiche posticce della contemporaneità è stato messo in atto senza alcuna premeditazione a Fanfulla 101, sviluppatosi spontaneamente come un luogo in cui il giudizio ricadeva solo su chi metteva a rischio la pacifica atmosfera magicamente creata. Qui si è formata una vera comunità, un network prima che questa parola fosse di uso comune per definire le reti di persone, prima dell’uso massiccio di Facebook. Chiunque avesse un problema avrebbe avuto un punto di riferimento.

13.000 tesserati nel primo anno, in un contesto in cui nessuno aveva mai saputo cosa fosse l’Arci. Migliaia di spiegazioni su che cos’è un circolo. Apertura fino alle sei del mattino e biliardino gratis. Un locale dove si festeggiava il Natale dei senza famiglia, e non c’era una sola serata di chiusura da inizio settembre a fine giugno. Tutti i freak erano i benvenuti.

Sono nate amicizie, band, amori e migliaia di racconti, una vera e propria memoria collettiva. Coloro che hanno avuto la fortuna di frequentare il Fanfulla conservano una serie di foto storiche, una collezione di aneddoti, di concerti memorabili, di tresche andate a buon fine e di altre fallite, di sbronze, di gavettoni, fra cui la famosa inondazione dovuta alla rottura di una piscina gonfiabile che è rimasta negli annali, documentata da un video della durata di pochi secondi, prima che saltasse la luce.

Era una scatola dentro la quale noi, i primi gentrificatori di un quartiere che ormai ha cambiato volto, entravamo quasi ogni sera. Fanfulla 101 era la tana degli animaletti suburbani, un unico ambiente, senza porte, senza muri, dove bastava un’occhiata per vedere chi c’era e chi non c’era. Un posto dove uscire da soli e incontrare qualcuno con cui passare la serata. Dove andare con gli amici e uscire con altri amici, dove rimorchiare gli sconosciuti, tanto sono amici di, dove addormentarsi sul divano, con la musica a palla.

E poi si poteva fumare – siamo un circolo! – prezzi bassi, concerti gratuiti, continue novità, gente dalle passioni più improbabili e alienata in modo che, nel pianeta che ci piace, sarebbe definito sano. Chi è un esperto di musica tailandese degli anni ’60, ma non saprebbe dirti un solo nome dei partecipanti all’ultimo Festival di Sanremo. Anzi, neanche in che mese siamo. Nerd incalliti che non sanno rispondere a uno smartphone. Dandy con gli stessi vestiti tutti i giorni dell’anno, in terribile apprensione per una macchia sui pantaloni. Accoliti del Negroni che temono il vino rosso perché sono allergici al tannino.

Col tempo la fama del locale ha avuto un’eco sempre maggiore, a livello senza dubbio cittadino, poi nazionale, e infine internazionale grazie alle centinaia di gruppi che negli anni hanno calcato quel piccolo palco di pochi metri. Tra cui Alva Noto, che è passato per caso una sera e ha chiesto di fare un dj set, la famosa esibizione di Erlend Oye dei Kings of Convenience, anche lui di passaggio per bersi una birra, o Thollem Mc Donas, il giorno dopo la sua esibizione al Maxxi.

Di pari passo il quartiere è cambiato, e agli habitué hanno cominciato a unirsi i nuovi frequentatori del Pigneto, che iniziava la sua rotta verso la popolarità odierna, e verso le categorizzazioni “radical chic” (prima) e “hipster”(poi), utilizzate nelle accezioni più disparate. Il Fanfulla rimase sempre impregnato dello stesso spirito, e l’avvento di un pubblico più generico non cambiò in nulla l’offerta del circolo, ma numericamente la frequentazione diventò sproporzionata rispetto alle possibilità dello spazio, che aveva un tetto molto sottile, anche se insonorizzato, e l’uscita direttamente sulla strada. La fila di persone che aspettavano di entrare quando il posto era sold-out, gruppetti fuori a chiacchierare perché dentro fa troppo caldo, vere e proprie folle dopo la chiusura delle due (imposta per legge a partire dal 2009), formate da chi non voleva andare a casa ma non sapeva dove continuare la serata.

Lo sfratto è arrivato, i vicini non ne potevano più. Se uno abita sulla tangenziale non può chiedere che si arresti il rumore del traffico, anche se non possiede una macchina. Se respiri l’odore della fabbrica non hai scampo, anche se non compri quei prodotti. Ma non c’è una ragion di stato che difenda la musica, e il rumore della gente che ride e che chiacchiera. Perdigiorno? Sì, e perdinotte, che si scoprono musicisti a quarant’anni e ci aprono il cuore con quelle melodie zoppicanti covate dentro per chissà quanto tempo. Se non ti piaccio, I don’t care. Ma se ti piaccio ti innamorerai di me.

E il primo sipario si chiuse, e quella notte tutte le strade intorno al locale furono occupate dalla gente accorsa a salutare, ferma ad aspettare, come una veglia religiosa.

Da qui, nel 2011, il trasferimento a Forte Fanfulla, via Fanfulla da Lodi 5, Pigneto, Roma. Niente più scatola, ma labirinto. Un affitto cinque volte superiore, la necessità di portare dentro altre attività per cercare di tamponare le perdite, una cucina faraonica con una mole di lavoro troppo grande da gestire, uno spazio futuristico, ricco di possibilità, ma non quella di sostentarsi economicamente. E un Pigneto che nel 2011 non è più quello del 2007, ma una kasbah di circoli Arci, bistrot regionali, ristoranti del Gambero Rosso, atelier, associazioni, cortili, sotterranei, scuole di tango, cineclub, gelaterie biologiche, gallerie d’arte, studi di professionisti, loft, radio, free press, sale prove.

Forte Fanfulla è il Fanfulla 101 entrato, forzatamente, nell’età adulta, cacciato dalla sua cameretta e catapultato in una reggia di cui non è mai riuscito a riempire tutte le stanze. Lì sono stati ospitati eventi enormi, dall’LPM alla prima edizione di Mal di Libri, dalla Giornata Internazionale dell’Animazione a Teatri di Vetro, è venuta Susanna Camusso, è venuto Stefano Rodotà, sono state organizzate mostre, stagioni teatrali, grandi concerti, mercati, workshop, presentazioni di libri, compleanni, cabaret, lauree, fiere del vino, ma niente bastava. Si è cominciato a chiedere una piccola sottoscrizione per i concerti, ma era una goccia nel mare. All’interno convivevano mille realtà, dai gruppi di architettura ai corsi di lingua, dalle produzioni cinematografiche alla distro musicale, dalla radio al vintage shop, ma era tutto, sempre, troppo grande. Venerdì e sabato sera c’era un mare di persone nel quale ci si muoveva a stento, ma guardando le facce ne riconoscevi poche. I frequentatori della prima ora hanno cominciato a venire sempre più raramente. L’anima del posto si stava annacquando in quello spazio immenso. Ma era un destino a cui non si poteva sfuggire.

Dal 2011 ad oggi si sono accumulati la fatica e l’esaurimento progressivo delle risorse economiche e fisiche dei soci e dei lavoratori, per giungere a un’inevitabile conclusione, dall’inevitabile titolo “Fatti Forte Fanfulla”. Una festa che da lunedì scorso, il 23 giugno, vede la partecipazione volontaria di più di cento fra musicisti, band, compagnie teatrali e altri artisti che fino a lunedì 30 giugno, ultimo giorno di apertura, scriveranno l’epilogo di questa favola suburbana. Un’occasione da non perdere, forse l’ultima occasione per chiedersi “Fanfulla?”, domanda di uso comune qui nelle terre dell’est di Roma, per scongiurare il pericolo di ritrovarsi a casa troppo presto.

Se la speranza è che, come dalle ceneri dell’araba fenice, sorga un nuovo inizio, per ora non ci resta che rendere omaggio a un posto che ha fatto la storia di un pezzetto di Roma, neanche tanto piccolo.

Commenti
Un commento a “Forte Fanfulla, l’epilogo in festa di una favola suburbana”
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