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Meglio Foster Wallace o Franzen?

Questo articolo è uscito su IL. (Immagine: Joel e Sharon Harris.)

di Leonardo Colombati

C’era una volta la letteratura postmoderna. Nessuno sapeva bene cosa fosse, ma per convenzione (e forse per istinto) certi libri di Gaddis, Barth, Coover, Barthelme, Doctorow, Pynchon e De Lillo venivano sistemati sullo stesso scaffale, accanto magari ai più fantascientifici Ballard, Vonnegut, Heller e Dick, agli “esotici” Rushdie e Cortázar e ai più giovani Antrim, Wallace, Bolaño e Palahniuk.

Cosa avevano in comune questi autori? Per scoprirlo dobbiamo andare indietro fino al 1691, quando William Congreve operò una distinzione che diverrà cruciale: quella fra novel e romance: «Nei romances», scriveva «il linguaggio elevato, gli Eventi miracolosi e le Imprese impossibili, catturano il lettore e lo sollevano a vertiginose altezze di Piacere, ma lo fanno precipitare al suolo ogni volta che sospende la lettura, sì che si irrita per essersi lasciato trasportare e divertire, per essersi preoccupato e afflitto per quanto ha letto […] convincendosi che non sono che menzogne. I novels invece son di Natura più familiare; ci stanno vicini, ci rappresentano i meccanismi degli Intrighi, ci dilettano con Casi ed Eventi curiosi ma non del tutto inconsueti o senza precedenti. I romances suscitano Meraviglia, i novels Piacere».

Quando nel 1741 Samuel Richardson pubblicò Pamela – un libro in cui venivano raccontati accidenti modesti come un padrone che cerca di sedurre una serva e un matrimonio combinato che decreta la rovina di una ragazza – si iniziò a parlare di novel of sensibility, quei romanzi che secondo il dottor Johnson volevano «rappresentare la vita nella sua realtà» sostituendo alle imprese degli eroi il trucco dell’identificazione del lettore nella vicenda attraverso la descrizione delle emozioni e soprattutto dello spettacolo della sofferenza che si rivela nei drammi della vita privata.

A partire da quel momento, il romance – che per quattromila anni aveva incantato il lettore con le storie di Gilgamesh, Ulisse, Enea, Sinbad, Beowulf, Roland, Perceval e del Cid e che era stato genialmente parodiato dall’Ariosto e da Cervantes – dovette soccombere sotto i colpi sempre più micidiali di Stendhal, Balzac, Dickens, Flaubert, Tolstoj, Dostoevskij e James resistendo solo per merito dei «poemi eroicomici in prosa» di Fielding e delle geniali eccentricità demistificatorie di Sterne, prima di riemergere nel 1922 al largo della spiaggia di Sandymount, a Dublino, come «moderna Odissea» o «epica del corpo umano» – nel caso in ispecie del corpo di Leopold Bloom – grazie alla sostituzione del modello mitico a quello narrativo, così come lo stesso autore dell’Ulisse andava spiegando ai suoi primi, terrorizzati lettori.

Il fatto che Joyce avesse modellato il suo romanzo sul poema omerico esattamente come aveva già fatto Fielding col suo Joseph Andrews dimostra quanto solida fosse la pianta dai cui rami scendevano Sir Gawain e Re Artù fino a Tom Jones e, appunto, quel gran mangiatore di rognoni di castrato di Bloom, che passeggia per le strade di Dublino in un ormai per noi eterno 16 giugno 1904.

In Tom Jones – il risultato migliore raggiunto da Fielding nel campo del romanzo – per diciotto libri l’eroe eponimo si districa in una serie impressionante di avventure erotiche, rovesci di fortuna, intrighi, complotti e duelli, per nostro sommo divertimento. Dalla prima all’ultima pagina il lettore tifa per lui, si appassiona del suo destino sempre in bilico, e soprattutto ride, ride ininterrottamente, grazie al fatto che Fielding gli ricorda di tanto in tanto che è tutta finzione, è solo rappresentazione, e non vale la pena darsi troppa pena per lo scapestrato protagonista del suo romanzo. Lo stesso succedeva col Don Chisciotte e si può dire senz’altro che l’Ulisse non si propone tanto di scandagliare i recessi psicologici di Leopold e di sua moglie Molly – a partire proprio dal flusso di coscienza di quest’ultima –, quanto di esplorare tutte le possibilità che ci dà il linguaggio – a partire proprio dallo stream of consciousness della signora.

Se il romance è, per statuto, il romanzo antipsicologico e antistorico per eccellenza, dove l’Azione determinante non è quella dell’eroe bensì quella dell’Autore che racconta e non di rado compie screziatissime ruote di pavone, allora il romanzo postmoderno ne è stato – finora – l’emblema contemporaneo.

Sul genere postmoderno si continua ancor oggi ad insistere sull’idea di Lyotard di un fenomeno non tanto post cronologico quanto post tematico, in contrapposizione alla modernità intesa come volontà di costruire sistemi totalizzanti e come rilettura critica del determinismo scientifico; oppure si mette in risalto, da un punto di vista prettamente stilistico, gli intenti decostruzionisti, perseguiti con il montaggio di testi diversi, il citazionismo, il pastiche, le sfumature pop. Ma il minimo comune denominatore, per gli scrittori postmoderni (a partire dai loro vati, Joyce e Borges) è il crollo del Tempo. Se l’idea di progresso è negata, il caos del mondo comporta anche un nuovo modo di vedere il passato; la storia può essere percorsa in ogni sua direzione, eterno labirinto senza filo di Arianna.

Rifuggendo intenzionalmente dai personaggi a tutto tondo in favore di loro simulacri monodimensionali e appropriantisi cialtronescamente delle evoluzioni più radicali del classico “più so, più so di non sapere” (principio di indeterminazione di Heisenberg, entropia, teoria della probabilità, teorie del caos, eccetera), i postmoderni hanno volato attraverso le epoche seduti su una palla di cannone come il Barone di Münchausen, o a cavallo di un razzo V-2 come il Tyrone Slothrop de L’arcobaleno della gravità, oppure seguendo la traiettoria di una palla da baseball come succede in Underworld, ordendo per noi tutta una serie di complicatissime e divertentissime dietrologie (una per tutte: il Dio che in realtà s’è incarnato in Giuda in un racconto di Borges). Fino a quando non se n’è potuto più.

Il romance tornerà di moda, magari in una nuova incarnazione post-postmoderna. Ma è un fatto che da qualche anno è un genere letterario che non pratica più nessuno: suicidatosi David Foster Wallace, è toccato al campione della categoria recitarne il de profundis.

Nel suo penultimo romanzo, Against the Day, pubblicato nel 2006, Thomas Pynchon – il migliore scrittore in prosa di invenzioni epiche dopo Joyce – ricorre senza economia a tutti i suoi trucchi più celebri: un’estenuante lunghezza (1.085 pagine nell’edizione americana), un plot talmente labirintico da scoraggiare ogni tentativo di sinossi, un cast di personaggi che tende all’infinito – con la solita incursione di alcune figure vere, da Nikola Tesla a Bela Lugosi a Groucho Marx – un incastro apparentemente caotico di piani temporali (reversibili, sovrapposti, spiroidali), l’Atlante usato con disinvolta bulimia (si va da Chicago a Venezia, dal Messico all’Asia centrale, oltre a un paio di luoghi che nessuna mappa ha mai segnato) per ambientare scene che sembrano vetrini di una lanterna magica. Non mancano l’ormai inevitabile routine della canzoncina suonata all’ukulele, astruse formule matematiche e ovviamente la mania del complotto, con robuste dosi di anticapitalismo, controcultura, anarchia, eros, entropia e misticismo. Nel risvolto di copertina – redatto inequivocabilmente dallo stesso Pynchon – leggiamo: «Se quello narrato nel romanzo non è il mondo, è perlomeno il mondo come dovrebbe essere con un paio di aggiustamenti. Secondo alcuni, è questo lo scopo principale della narrativa».

L’inveterato parodista ha evidentemente ricalcato l’incipit dalla prima scena della Tempesta di Shakespeare, che, sebbene cronologicamente sia seguita dall’Enrico VIII, resta il momento conclusivo, il punto d’arrivo e il sigillo del bardo. Da qui il sospetto che Against the Day sia nelle intenzioni di Pynchon il suo addio alla letteratura maggiore e più in generale può essere inteso il canto del cigno del genere postmoderno. Risuonano le ultime parole di Prospero: «Non ho più, a darmi manforte, i miei spiriti alleati e obbedienti; né artifici o incantamenti. […] E se a voi, cari signori, piace d’esser perdonati dei peccati, date adesso a me la licenza di partir libero e assolto dalla vostra alta clemenza».

Per una stilla in più di quella che Barthes chiamava jouissance, io perdono a tutti i funamboli moderni del romance i loro macroscopici difetti – le fumisterie linguistiche, la vertigine strutturalista, lo sperimentalismo fino a se stesso, l’assenza di profondità psicologica – e dovendo constatare come gli ultimi seguaci di Flaubert abbiano miseramente fallito sul terreno del novel (penso, ad esempio, agli ultimi romanzi delle “promesse” americane Eugenides ed Eggers, per non parlare del sempre politicamente corretto Franzen), non posso che augurarmi che qualche nuova Sherazade, per salvarsi la vita, inizi a raccontarmi di un’altra Città di Rame, di una milleduesima notte.

Commenti
10 Commenti a “Meglio Foster Wallace o Franzen?”
  1. sarmizegetusa scrive:

    Bel pezzo. Per un attimo il titolo mi aveva fatto tremare – ero entrato per rispondere con un commento secco (ne avevo in mente diversi, come “Meglio Senna o Coulthard?”, “Meglio Maradona o Dino Baggio”, “Meglio Hopper o Vettriano?” :) ) poi per fortuna il punto non era confrontare due autori che non sono confrontabili, non tanto per la differenza di approccio alla materia letteraria, quanto per il puro e semplice (e abissale) divario tecnico e poetico.

    Trovo perfetta la definizione “vetrini di una lanterna magica” per le scene di Against the day: quello sono. E mi è sempre rimasto il dubbio che non fosse una cosa così voluta.

  2. scrive:

    C’è sempre da imparare in questo blog…grazie!

  3. Giaggys scrive:

    L’inevitabile conclusione dell’impostazione ideologica del pezzo (sinceramente da orticaria) non poteva che essere una castroneria grande quanto una casa.

  4. fafner scrive:

    Non condivido le asprezze di @Giaggys. Però neanch’io capisco il senso di mettere in fila Eugenides, Eggers e Franzen: reciprocamente non c’entrano affatto, e la conclusione smentisce quello che è stato scritto prima (a proposito di fumisterie).

    Eggers specialmente: il suo è un postmodernismo ironico e pop, tanto che L’Opera Struggente si apre con varie premesse, consigli per apprezzare il libro, indici tematici, una guida incompleta alle metafore, un diagramma ad albero, un grafico sulla sessualità dell’autore, un rendiconto delle spese sostenute per scrivere il libro e il disegno di una graffatrice. E il libro deve ancora incominciare: i seguaci di Flaubert e il novel stanno da un’altra parte. Lo stesso per Eugenides, che è un romantico da gotico americano, pieno di grotteschi e peculiarità.

    Ecco, rimane Franzen, ma su di lui non mi viene niente.

  5. Echo scrive:

    Non mi trova d’accordo lo schematismo novel-romance. Almeno per come lo interpreta l’autore. Perché c’è più profondità umana in Wallace di quanta se ne possa trovare in molta letteratura “psicologistica”, di oggi e di ieri.
    Se proprio vogliamo, possiamo ancor oggi discriminare tra letteratura d’intrattenimento e d’autore; e nella prima, a differenza della seconda, troveremo finali consolanti, meccanismi psicologici e narrativi consueti, per la maggior gioia “immediata” del lettore nella storia. Ci troveremo anche dell’analisi psicologica, magari piuttosto banale, insieme a quel tanto di “fabula” che l’autore dilige. Nella letteratura d’autore, invece, troveremo, variamente composti secondo l’autore e l’opera, elementi di “avventura” e di psicologia; quello che distinguerà il tutto, sarà però la volontà di andare oltre un felice passatempo, comico o drammatico che sia, per cercare di mettere in crisi il lettore, di non lasciarlo uscire impunemente vincitore da un’opera di lettura passiva. Di qui lo straniamento che Wallace attua con la tecnica delle note a margine in un’opera di narrativa, di qui la chiusura brusca e tragica, o l’interrompersi improvviso di un fluire caotico che tanti romanzi usano, etc.
    La questione è complessa; però tagliarla con l’accetta in una dicotomia novel-romance mi sembra sinceramente inadeguato.

  6. Fabio scrive:

    Complimenti. E lo sperimentalismo “fino” a se stesso è una chiara citazione di La Porta-Guzzanti :)

  7. Gloria Gaetano scrive:

    Potrei dicuterne a lungo. E V.Woolf fa parte del romance o del novel? Dovrei fare un lungo intervento, giuro , non ho tempo. nello schema non rientrano molti dei miei autori amati. . MacEwen di espiazione, le ceneri di Angela , Ishiguro, la Duras, la Sarrauthe dove li collochiamo? Si parla di tom Jones e non di Moll Flanders. Hawthorne, con la lettera scarlatta?

  8. Gloria Gaetano scrive:

    McEwan (Espiazione), roth, E il mio Proust? Riffacciamo lo schema, se di schema c’è bisogno… C’è bisogno di schemi? Rileggiamo Auerbach.

  9. Gloria Gaetano scrive:

    Chiedo venia per i refusi. Rifacciamo.

  10. facchinaggio scrive:

    Articolo molto interessante… di sicuro non sempre i soliti consigli triti e ritriti… grazie per lo spunto.

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